Archivio per febbraio, 2012

Yes, It’s Setup…….

Yes, It’s not safe………..

blabla blabla blabla ……….

Who cares really !!!

 

Jenni take a ride on carrera gt….

Ariuredyfordis?

vrooooooooooooooom……

Il lavoratore si vede da Facebook

Una ricerca rivela che i profili in blu sono dei buoni valutatori per individuare le qualità di un lavoratore. Il nuovo recruiting passerà da Facebook?

Affermano di essere riusciti a scovare un nuovo metodo per valutare chi si candida per un lavoro. Si chiama Facebook. Uno studio effettuato da un team guidato da Don Kluemper, professore di management al College of Business della Northern Illinois University e pubblicato dal Journal of Applied Social Psychology, ha dimostrato che il social network più famoso del mondo potrebbe effettivamente essere un valido strumento di analisi per i professionisti delle risorse umane.

Nella ricerca è stato chiesto a sei persone che lavorano nel settore del reclutamento del personale di valutare i profili Facebook di 56 studenti universitari per 90 minuti al giorno, per evitare l’affaticamento. A ogni profilo doveva essere dedicato un lasso di tempo non superiore ai 10 minuti e i parametri del carattere da considerare erano i cosiddetti Big Five: estroversione, coscienziosità, stabilità emotiva, amicalità e apertura mentale. Punteggi molto alti sono stati assegnati a chi mostrava di aver viaggiato, avere molti amici e una vasta gamma di hobby e interessi; le foto di feste o uscite con gli amici non sono state giudicate negativamente, al contrario, indicherebbero una persona estroversa e cordiale. Chi ha ottenuto i punteggi più alti è stato considerato un futuro buon candidato nel mondo del lavoro. Il campione è, invece, stato sottoposto a un test di autovalutazione e al test del QI.

Sei mesi dopo i ricercatori hanno chiesto ai datori di lavoro degli, ormai, ex studenti universitari di esprimere un parere sulle loro prestazioni lavorative. I datori di lavoro hanno dato valutazioni sui propri dipendenti molto simili a quelle dei sei esperti, sopratutto per quanto riguarda i tratti come la curiosità, l’intelligenza e la responsabilità. Inoltre, si è scoperto che i giudizi dati grazie a Facebook erano molto più veritieri del test del QI o della autovalutazione.

“In cinque o dieci minuti i nostri valutatori hanno esaminato i post in bacheca, il numero di amici, i gusti letterari e musicali e le foto per valutare la socialità. Facebook è una fonte molto ricca di informazioni” ha commentato Kluemper, che però ha ammesso di essere rimasto sorpreso quando ha scoperto che per trovare il candidato ideale è più utile Facebook del test di QI. A differenza dei test di autovalutazione, in cui si tenderebbe a fornire risposte più socialmente accettabili, su Facebook sarebbe più difficile falsificare la propria identità, soprattutto di fronte agli “amici”.

In realtà molti dipartimenti delle risorse umane utilizzano la creatura di Zuckerberg per capire qualcosa di più sul candidato e pare, anche, che sia una pratica molto collaudata. Uno studio effettuato lo scorso anno da Reppler ha evidenziato che il 90 per cento dei reclutatori guardava la pagina Facebook di un candidato pur sapendo che non avrebbero dovuto farlo.

La ricerca della Northern Illinois University intendeva appunto dimostrare se queste abitudini dei datori di lavoro avessero un valore reale. “Molte decisioni sono prese sulla base dei profili di Facebook. Le persone vengono assunte, licenziate, sospese – ha affermato Kluemper – Questo è il primo studio che chiarisce se Facebook può contribuire, in maniera valida, a prendere tali decisioni”.
Prima di lanciare l’allarme e cancellare dal profilo tutte le foto e/o commenti compromettenti sarebbe più opportuno impostare la privacy del proprio profilo lasciando pubbliche solo le informazioni minime.

Kluemper consiglia: il mondo delle risorse umane non deve mettere da parte i test esistenti e sostituirli con Facebook. Difatti, l’utilizzo del social network come strumento di selezione del personale potrebbe aprire scenari pericolosi. La legittimità di una simile pratica non è ben chiara e potrebbe nascere una lunga serie di problemi legali, in primis quelli legati alla discriminazione razziale, religiosa, politica o sessuale. Kluemper ha messo le mani avanti: “Prima che possa essere utilizzato come strumento di selezione legalmente difendibile, deve esserne dimostrata la validità. Questa ricerca è solo un primo passo in questa direzione”. Kluemper punterebbe a ripetere lo studio per verificare se i risultati sono duplicabili.

Non è la prima volta che Facebook finisce nel mirino di qualche ricerca volta a sovrapporre i profili in blu con i tratti psicologici degli utenti. All’inizio del mese uno studio dell’università di Chicago avrebbe scoperto che la creatura di Zuckerberg sarebbe più piacevole degli storici vizi della vita: l’alcool e il fumo. In un’altra ricerca effettuata dall’Università di Milano e dal MIT è stato scoperto che le persone che utilizzano il social network hanno delle reazioni fisiche e psicofisiologiche simili a chi suona uno strumento musicale o a chi è impegnato in una qualche attività creativa. L’ultima, ma solo in ordine di tempo, arriva da un rapporto del New York Times: gli aggiornamenti di stato tristi o cupi non andrebbero ignorati, ma dovrebbero essere visti come segni premonitori della depressione.

Quest oggi la rubrica Gnocche & Motori propone un articolo che poco ha a che fare con le gnocche… e poco coi motori, direi proprio per niente, vale la pena però sacrificare le nostre preparatissime test-driver e i nostri cofani bollenti per puntare il nostro mirino verso qualcosa di futuristico seppure nella sua semplicità tecnologica.

L’auto ad aria compressa ha rappresentato un tema assai dibattuto in rete negli ultimi anni: come tutti i temi circondati da un alone di mistero, ha causato divisione e dibattito.

Nella dialettica tra sostenitori e detrattori dell’auto ad aria compressa, tra i primi non sono mancati coloro i quali ritengono che l’auto ad aria compressa sia una innovazione potenzialmente così disruptive, il cui affermarsi sul mercato sarebbe stato impedito solo dal sabotaggio da parte dell’establishment – ed in particolare da parte di industria automobilistica attuale ed industria del petrolio – determinato a difendere lo status quo con ogni mezzo, pur di non perdere il proprio predominio.

In realtà, il tema sembra essere ben più complesso: semplificando all’estremo, va detto che sussistono motivazioni di tipo tecnologico, di sicurezza ed anche economico che fanno dei veicoli ad aria compressa una alternativa non realistica. I prototipi visti finora hanno palesato dei limiti oggettivi di questa tipologia di vettura, che sembra mostrare un’efficienza complessiva notevolmente inferiore a quelle a trazione tradizionale o anche elettrica.

L’aria compressa è per sua natura una tecnologia che presenta parecchi limiti come densità energetica immagazzinabile: ciò significa che per avere una potenza accettabile, questo tipo di veicoli dovrebbero essere dotati di bombole enormi (e le bombole in pressione, più grandi sono, più devono essere di materiali pesanti per non essere pericolose). Senza dimenticare l’incommmensurabile divario a livello di budget e ricerca e sviluppo in questa tecnologia, rispetto alle altre alimentazioni, cosa che per esempio non sembra stia succedendo con le auto elettriche.

Anche il presunto minore impatto ambientale delle auto ad aria compressa è stato vigorosamente contestato: per comprimere l’aria c’è bisogno di energia, e tanta, che poi viene immagazzinata nelle bombole. L’aria compressa, poi, viene trasformata in energia meccanica, ma è noto come ad ogni passaggio e trasformazione avvenga una perdita, mentre esistono auto – le auto elettriche – che trasformano direttamente energia elettrica in meccanica. Dunque anche a livello di emissioni prodotte, l’auto ad aria compressa non ha mai passato l’esame, come si direbbe in gergo.

Va anche detto che i precedenti non giocano certo a favore delle sorti di questo tipo di veicolo. Nel 2001, al Motorshow di Bologna, venne presentata da un ingegnere francese con un passato di progettista di motori F1 alla Williams, Cyril Guy Nègre, una vettura ad aria compressa che sembrava dovesse essere pronta ad esordire sul mercato. Una utilitaria leggerissima fatta di alluminio e fibra di resina, alimentata appunto da un motore ad aria compressa. Leggera come il vento ed alimentata ad aria, non poteva che chiamarsi Eolo. Secondo Guy Nègre, l’auto avrebbe potuto percorrere 100 km con una spesa di 0,77 euro, senza inquinare, visto che dal tubo di scappamento usciva solo aria fredda, cosa che scatenò la curiosità di stampa ed appassionati e fece partire la corsa agli ordinativi.

Venne previsto di cominciare la produzione di Eolo in Italia nel 2002, ma tuttavia non si ebbero più notizie del progetto. Novanta operai e progettisti furono assunti e cassintegrati praticamente il primo giorno di lavoro senza potere costruire una sola vettura. La realtà è che Eolo era tutto fuorchè un veicolo commercializzabile. Addirittura si narra che un famoso magazine automobilistico italiano ebbe l’occasione di provare Eolo, salvo fare solo mezzo chilometro per fermarsi e non ripartire più: si erano ghiacciate alcune parti del motore. I meccanici fecero sparire l’auto in fretta e furia dagli occhi dei giornalisti e non se ne seppe più nulla.

Airpod Invece, incredibilmente, Guy Nègre è tornato a fare palare di sè nel 2008 con Airpod, una microcar ad aria compressa che sembra avere superato le disavventure di Eolo. Airpod è un veicolo lungo appena due metri e sette centimetri, largo uno e 60 e alto uno e 74, ha tre posti veri, si guida con un joystick e raggiunge i 45 km/h (o gli 80 km/h a seconda della versione). Postiamo il link ad un video della CNN che ci darà qualche idea più concreta su questo curioso veicolo.

Guy Nègre con la sua auto ad aria compressa, la Airpod

Ma non c’è solo il video della CNN a testimoniare che almeno per funzionare, Airpod funziona! Airpod è entrato per un certo periodo in funzione come auto di cortesia al principale aeroporto parigino, il Charles de Gaulle. Sembrerebbe anche che la KLM stia testando un paio di queste vetture e che nuovi ordinativi siano stati fatti da AirFrance, Lyonnaise des Eaux e il Comune di Nizza. Quanto alla data di entrata in commercio, è stata di volta in volta slittata dal 2009 al 2010 e poi al 2011, ma non vi sono certezze. Il prezzo dovrebbe aggirarsi attorno ai 7.000 €.

Ma… la sopresa è che non si tratta dell’unica auto ad aria compressa prevista in circolazione a breve, come vedremo ora.

AirCity Altra vettura dai natali francesi, ben più spaziosa rispetto alla AirPod: ha 3 posti davanti (il guidatore col volante in mezzo…) e 2 che si possono aggiungere sul retro. Dovrebbe avere buone prestazioni (velocità massima 110 km/h) ed entrare in commercio in Francia nel 2012 al prezzo di 8.000 € circa.

L’AirCity, un altro modello di auto ad aria compressa

AirOne Si chiama come la più nota compagnia aerea questa microcar scoperta ad aria compressa, una piccola vettura per il tempo libero che ricorda da lontano la Citroën Méhari, il veicolo reso noto soprattutto dall’esercito francese.

Un prototipo molto basic, con una struttura fatta di un pezzo unico, sedili inclusi. I pedali ed il volante sono personalizzabili in funzione della stazza del conducente. Anche AirOne dovrebbe entrare nel mercato tra il 2012 ed il 2013, ad un prezzo (3,500 Euro) che potrebbe renderla appetibile in qualche mercato di paesi emergenti.

Ah, se volete il tettuccio e le finestre, ovviamente si può, ma bisognerà sborsare altri duemila euro.

L’AirOne, un modello di auto ad aria compressa per il tempo libero

Engine Air L’auto, o meglio il motore, ad aria compressa che viene dall’Australia. Il suo ideatore è un nostro emigrante, Angelo Di Pietro.

Engine Air, l’auto ad aria compressa australiana

AirFamily Ultima nella nostra rassegna, la AirFamily. Poco più che un concept, ad oggi, ma con un discreto contenuto di design: di lei siamo riusciti a sapere che sarà una vettura lunga 4 metri e dieci con un rivoluzionario sistema di auto-refill dei serbatoi che ne dovrebbe estendere l’autonomia, altro punto notoriamente dolente delle auto ad aria compressa. Secondo i suoi progettisti, AirFamily dovrebbe fare il suo esordio sul mercato nel 2013. Prezzo: si comincia a salire sui 13,000 Euro.

La AirFamily, un concept di auto ad aria compressa rivoluzionario

Insomma, come avrete capito, non siamo certo tra coloro i quali pensano che l’auto ad aria compressa possa costituire una opzione realistica di mobilità sostenibile, ma va riconosciuto che anche il mondo dell’auto ad aria compressa ha il suo fascino.

L’auto ad aria compressa fatica a farsi spazio, ma è un mondo popolato da storie di visionari, con il suo indiscutibile fascino, che apre sempre nuove prospettive.

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Risorse sull’auto ad aria compressa:


Jess Lydon, 19 anni, ha contratto la sindrome di Susac: può ricordarsi solo le ultime ventiquattro ore

La ragazza che può ricordarsi solo le ultime ventiquattro ore della sua vita ha 19 anni, si chiama Jess Lydon e abita a Walsgrave, nella contea di West Midlands, nella pancia del Regno Unito. Tutto quello che conosce della sua vita è il presente. Non sa più che la sua migliore amica è incinta. E neanche che suo nonna Audrey è morta lo scorso anno. A 69 anni. Si volevano un bene da matti e lei il giorno del funerale ha appoggiato una rosa bianca sulla bara. Non sa quando è Natale. Figuriamoci Pasqua. Ogni tanto le arrivano delle immagini sfocate e lei dice: «ah, ecco, forse è così», ma non sa bene dove la porta il filo dei suoi pensieri. Le escono frasi bele – «mi piace molto percorrere il bordo curvo della città» – e anche tremende: «la mia vita è rovinata».

La sua malattia si chiama Sindrome di Susac. E nel mondo ce l’hanno solo duecentocinquanta persone. La maggior parte sono donne, con un’età che va dai 18 ai 40 anni. Non si sa come la si prende. E fino al 1979 non l’avevano neppure catalogata. Poi sono cominciati gli studi. Si soffre di encefalopatia (danni neuronali, per esempio), ipoacusia neurosensoriale (riduzione dell’udito per colpa del nervo acustico) e di occlusione arteriolare (il sangue fatica a fluire). La diagnosi è sempre complicata. La Sindrome arriva all’improvvio e in genere si manifesta con attacchi ricorrenti che durano più o meno quindici mesi. Come si presenta se ne va. Senza preavviso. Non sono segnalati casi mortali, ma su un terzo dei pazienti restano postumi sensoriali e neurologici di gravità variabile. I medici cercando di curarla con cocktail di farmaci a base di steroidi, ma non sanno bene neanche loro dove sbattere la testa. Tracey, la mamma di Jess, giura che da novembre la vita della sua bambina è diventata un incubo. «E’ una pittrice, sapete? Fa la scuola d’arte e ha le mani fatate. disegna divinamente. E poi recita. Bravissima».

Quando la Sindrome l’ha messa in gabbia era diventata la protagonista di «We will rock you». Invece adesso è uno no scherzo del destino. Un’aquila reale che soffre di vertigini. Anzi, secondo Tracey è persino peggio. «E’ come una pensionata con l’Alzheimer. Spesso mezzora dopo la colazione mi chiede se dobbiamo ancora sederci a tavola. Mi viene da piangere. E non mi resta che pregare».

Lei, Jess, lo sa che le cose non funzionano. Il suo ragazzo l’ha lasciata e ha dovuto rinunciare anche al College. Ma lei di lui non ricorda neppure il nome. Passa le giornate a guardare fuori dalla finestra. Come se la soluzione fosse là, nascosta dietro gli alberi di albicocche. Spera la luce della campagna le riaccenda la memoria entrandole negli occhi. Ha un profilo sottile, delicato, la pelle molto bianca e il naso da francese. In genere si lega i capelli dietro la testa con un elastico. Si cura, perché «quando questo disastro sarà passato voglio che la vita mi trovi in ordine». Ha smesso anche di uscire. Ha paura di non trovare più la strada di casa. E spesso si domanda anche se davvero l’ha invitata qualcuno. Con il buio, poi, diventa ancora più triste. Le era sempre piaciuta la notte. Convinta che il mondo si comportasse meglio restando fermo. Invece adesso si è fermata lei. E tutto quel buio silenzioso le è piombato addosso.

andrea malaguti – la stampa

 

Ha dell’incredibile quanto stiamo per raccontrare: un albero che suona!

L’idea bizzarra ma allo stesso tempo straordinaria è di Bartholomäus Traubeck, un graphic designer che è riuscito a realizzare un brano caldo e avvolgente (Years) facendo suonare una “fetta” del tronco dell’albero.

Ha utilizzato un giradischi tradizionale e al posto della classica puntina di lettura del disco, si è servito della PlayStation Eye Camera. Ogni anello, indicante gli anni dell’albero, ha prodotto un suono diverso e insieme ne è venuta fuori una melodia davvero incredibile. Il programma difatti ha consentito di associare ai colori e alla texture del legno una scala definita di suoni. E’ come se ascoltassimo un albero che ci parla di sé.
Adesso rilassatevi e godetevi questa fantastica musica!

 

“Ragazzi volanti si aggirano per i cieli di New York. L’effetto da terra è notevole, ma in realtà si tratta della magia nata dalla perizia di esperti di aeromodellismo che hanno creato queste sagome telecomandate e poi le hanno liberate sul cielo della Grande Mela. Tutto per promuovere un film”.

 

“Mi piace” dice questa ragazza cinese quando vede per la prima volta in vita sua un iPad. Eppure passa 60 ore a settimana ad assemblarli in una delle fabbriche della Foxconn, l’azienda cinese che costruisce prodotti tecnologici per Apple, Microsoft Amazon e altri ancora.

L’iPad è quello del giornalista della Cnn che è riuscito a intervistare questa giovane operaia dell’azienda da mesi nella bufera per le condizioni dei suoi lavoratori.

E’ un evento raro, gli operai di Foxconn hanno ordine di non rilasciare interviste, spiega Miss Chen, sotto minaccia di azioni legali. Il nome è di fantasia e il volto è coperto, altrimenti verrebbe immediatamente licenziata.

“Usano le donne come uomini e gli uomini come macchine – racconta – Ma c’è un altro modo per dirlo: usano gli uomini come animali”.

Per lei è il primo pasto in un ristorante da quando è stata assunta da Foxconn, azienda in cui lavora, dorme e mangia.Gruppi di attivisti descrivono turni impossibili, orari senza fine, pause quasi inesistenti e un modello di gestione militaresco.

“E’ così noioso – racconta Chen – non ce la faccio più. Finisco di lavorare e vado a letto, mi alzo e vado a lavorare. Mi sento come una specie di animale”.Foxconn nega, ma comunque una pioggia di critiche ha investito le società hitech che si affidano alla Foxconn, dove si ripetono i casi di operai che si tolgono la vita e in centinaia, giorni fa, hanno minacciato un suicidio di massa.

Apple ha risposto che si preoccupa di tutti i suoi dipendenti, ma Miss Chen non sembra essere d’accordo.”Si preoccupano di noi? Non lo so, di certo io non ne vedo i risultati”.Ora Chen vuole lasciare Foxconn e tornare al college.”Quando mi diplomerò non voglio più tornare a FoxConn” dice. Intato rimane affascinata dall’iPad e dice che ne vuole comprare uno appena avrà abbastanza soldi. Un’impresa pressoché impossibile quando si è pagati meno di un dollaro l’ora.

La Sfida al Cielo,

I Belive, I can Fly

Un insieme di evoluzioni da brividi per questo gruppo di ragazzi francesi che sfidano aria e terra. Si lanciano, si arrampicano attraversano strapiombi camminando sulla corda, addirittura in alcuni casi senza protezioni.

Le loro prove, che fondono diversi sport estremi e presuppongono una accurata preparazione fisica, sono state raccontate nel documentario “I Believe I Can Fly“.

Il film è uscito da tempo ma i trailer e gli estratti dal video ancora conquistano il Web, fra immagini poetiche e adrenalina.

 

Eccoci per la seconda puntata di Gnocca&Motori, continuo a ribadire che il successo di questa rubrica sin dalla prima puntata è strettamente correlata alla competenza che le nostre Test-Driver dimostrano ad ogni uscita.

Sprezzanti del pericolo portano allo stremo cinghie ed iniettori  di queste Super-cars!

Facciamo salire la pressione dell’olio, e ascoltiamo i giri del motore perchè Gisele è decisa a frustare per bene la Lambo superleggera che pare non essere stata ben collaudata da Jenni durante la prima puntata…

Infatti stando a quanto riportato dalla stessa Jenni e confermato dalle telemetrie, la curvatura di coppia pare non essere allineta con l’esatta erogazione di tutti i 1250 hp del twin turbo progettato dalle nostre officine negli States.

Chi l’avrebbe mai detto che una Lamborghini potesse offrire così tanto per la modica cifra di 189.331 Euro?

Vroooooooooooom!