Archivio per ottobre, 2012

Paris, 25 ott 2012 – Sono ovviamente già stati bruciati i 350 biglietti (nonostante la capienza del teatro di Parc de la Villette – sobborgo popolare a est di Parigi – destinato ad ospitare l’evento, il Trabendo, sia nominalmente di 700 posti) per la data a sorpresa convocata dai Rolling Stones solo poche ore fa nella capitale francese.

Concerti, Rolling Stones a sopresa a Parigi: data sold-out (e blindatissima)Il Virgin Megastore sugli Champs Elysees al quale è stato affidato il compito di distribuire i tagliandi al pubblico è stato preso d’assalto già pochi minuti dopo il primo post, fatto apparire su Twitter dall’entourage della formazione, da parte dei fortunati fan raggiunti in zona dalla notizia del live.

L’organizzazione, onde evitare speculazioni selvagge da parte di bagarini più o meno improvvisati, è stata rigorosissima e inflessibile: a partire da mezzogiorno, infatti, i biglietti sono stati messi in vendita al prezzo di 15 euro ciascuno seguendo una procedura molto rigida. Non più di due tagliandi a testa sono stati assegnati dagli organizzatori, che hanno provveduto a stampare su ognuno di essi il nome dell’acquirente, al quale verrà chiesto di esibire un documento di identità munito di fotografia all’ingresso del teatro. In sala, ovviamente, saranno vietatissime non solo comuni macchine fotografiche e videocamere, ma anche semplici telefoni cellulari. Superati i controlli, ai fortunati ammessi alla serata sarà assegnato un braccialetto identificativo. L’apertura dei cancelli è stata fissata per le 20 ora locale.

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La coda di fan davanti alle casse del Virgin Megastore di Parigi

Soprese come questa, tuttavia, potrebbero ripetersi a breve, nel prossimo futuro: “Faremo dei concerti in piccoli club, qualcuno la settimana prossima o quella dopo ancora, quindi occhio a degli show dei Cockroaches o qualcosa di simile. Non so come ci faremo chiamare, ma appariremo da qualche parte. Locali piccoli, da 200 o 300 persone”, dichiarò Ron Wood solo pochi giorni fa, lasciando intendere come i concerti a sorpresa, prima delle residency a Londra e New York, potrebbero essere più d’uno. Ai fan, quindi, non rimane che controllare il canale Twitter del gruppo, sperando che i Cockroaches o chi per essi possano apparire a sorpresa nella propria città…

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L’ingresso del Trabendo di Parc de la Villette, a Parigi, dove questa sera i Rolling Stones si esibiranno davanti a 350 persone

Pubblicato: ottobre 12, 2012 in Altura e Cultura

La mia Australia

… anche in Australia o sanno fa’!

Nell’articolo odierno mi sono permesso di parafrasare le rime del più grande poeta della musica italiana, il grande Fabrizio de Andrè!

Dopo la qualifica di barista “professionista” ricevuta di recente oggi vi insegno a fare i caffè in Australia, svelando segreti e trucchi del mestiere.

E’ appurato che il caffè italiano sia ben rinomato nel mondo e che gli italiani siano molto esigenti a riguardo. Ricordo il caffè del tardo pomeriggio con i miei amici, si faceva a gara per il caffè più originale: “Per me un espresso leggermente macchiato”, “per me un caffè shakerato” … e poi “espresso”, “macchiato”, “espressino”…

Diciamolo, noi italiani siamo un po’ “fissati” quando andiamo al bar a chiedere un caffè… però vi assicuro, gli australiani lo sono ancora di più!

View original post 720 altre parole

Il trip, Viaggio tra gli effetti e il distaccamento dell’Ego…

… Lo vidi entrare nella stanza ambrata, non lo riconobbi, io seduto su un triclinio di perdizione, bucolica e oppiacea, credendo d’essere sempre con me stesso ma quando realizzai egli era già seduto lì dinanzi a me…

… e rimasi del tempo, non quantificai, ma so solo che in quel momento non vi fu tempo, non c’era spazio, andai così in profindità da capire che il tutto prese intorno a me una direzione multipolare, multidimensionale, multisensoriale…

… solo con il continuo fluttuare in quella condizione, successivamente, non definirei un lasso di tempo, realizzai che lui faceva, fa, farà parte di me, come crederlo, apprezzarlo o prenderne coscienza o accettarlo non è ancora un concetto trasparente nel mio cervello.

Potevo essere lì e ovunque, io scelsi di restare mentre tutto si muoveva attorno a me come i pianeti ruotano attorno alla loro Stella…

Ho sentito urla di furore
di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi
rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi.
Ho incontrato allucinazioni.
Stiamo diventando come degli insetti; simili agli insetti.
Nelle mie orbite si scontrano tribù di sub-urbani, di aminoacidi.
Latenti shock addizionali, shock addizionali
sveglia, sveglia kundalini, sveglia kundalini
per scappare via dalla paranoia
come dopo un viaggio con la mescalina
che finisce male nel ritorno.

Gli Effetti

La mescalina, qualora ingerita, inizia a manifestare effetti 45-120 minuti dopo l’assunzione, a seconda del contenuto dello stomaco. Nella fase iniziale si presentano non di rado nausea e vomito, che scompaiono nell’arco di un’ora per lasciare spazio a una grande salivazione che viene di pari passo con l’affievolimento o la scomparsa delle sensazioni di fame, fatica e sete. Vi è un incremento del battito cardiaco e della pressione sanguigna.

Dopo 45 minuti/2 ore dall’inizio degli effetti (in base al dosaggio e alla purezza della sostanza) segue una seconda fase caratterizzata da allucinazioni sensoriali (visive, uditive, tattili e olfattive). Generalmente l’esperienza dura da 4 a 8 ore, ma a dosaggi particolarmente elevati sono stati riportati casi di esperienze della durata di oltre 24 ore. Quando l’effetto finisce si possono percepire sensazioni di stanchezza e spossatezza fisica e mentale. Altri effetti fisici possono includere dilatazione delle pupille.

Come molti altri allucinogeni, la mescalina porta alterazioni della percezione visiva e sensoriale. Tuttavia, rispetto ad altre tipologie di droghe, gli effetti psicologici degli psichedelici sono più poliedrici e meno esprimibili con sicurezza: nella stessa esperienza possono presentarsi perdite della consapevolezza del tempo e dello spazio, difficoltà nell’esprimersi, perdita anche per brevi tratti definitiva di memoria a breve o lungo termine (raro), visioni, sinestesie, euforia, senso di pace e benessere, percezione di maggiore profondità di pensiero, sensazioni definite “ultraterrene”, empatia verso persone, animali, piante od oggetti circostanti, come anche ansia, panico e stati passeggeri di paranoia o delirio. Un soggetto colpito da effetti di quest’ultimo genere andrebbe confortato con tranquillità, calmato e lasciato in pace in un luogo scuro, sicuro e areato fino alla fine degli effetti. Non è raro l’utilizzo di benzodiazepine per prevenire o placare simili stati.

Da notare, utilizzando alti dosaggi di mescalina come di altre sostanze psichedeliche, il presentarsi del fenomeno di “dissoluzione dell’ego” (ovvero la perdita della percezione della separazione tra l’Io e l’ambiente circostante e la sensazione di “essere ovunque”): quest’esperienza può essere sia estremamente beatificante che traumatica e terribile, sempre a seconda dello stato d’animo e dalla personalità dell’utilizzatore.

Infine, in certi rari casi, la mescalina può rivelare e liberare psicosi latenti, ad esempio la schizofrenia.

PEYOTE E MESCALINA

Origine
Il peyote (Lophophora williamsii) è una pianta grassa (succulenta) appartenente alla famiglia della cactaceae originaria delle regioni semi-desertiche del nord e del centro del Messico, e del sud degli Stati Uniti. La pianta, con le sue proprietà allucinogene, è conosciuta fin dalla preistoria ed utilizzata in riti religiosi da parte dei nativi americani.
La mescalina, un alcaloide contenuto nel peyote, è il principale principio attivo della pianta. Fu isolata nel 1897da Arthur Heffter e successivamente sintetizzata nel 1919 da Ernst Spath. Negli anni ’50 gli effetti sulla psiche furono studiati dal dott. Humphry Osmond che, sotto controllo, nel 1953 diede una dose di droga allo scrittore britannico Aldous Huxley il quale, entusiasta, ne descrisse gli effetti nel libro “The Doors of Perception – Le porte della percezione“. Il libro ebbe negli Stati Uniti una notevole diffusione e contribuì in modo decisivo alla diffusione della droga fra la cultura psicadelica e hippie degli anni ’60 e ’70.

Aspetto
Il peyote è costituito da un fusto sferico, di colore grigio-verde, leggermente schiacciato al centro, dove si sviluppano dei ciuffi lanosi e dove, in primavera-estate, sboccia un fiore di colore bianco o rosa che contiene i semi, di colore nero. La superficie presenta delle coste arrotondate con piccole areole ricoperte da peluria grigiastra. Il peyote cresce in parte nascosto nel terreno, è dotato di radici molto grosse e raggiunge un diametro di circa 15 cm.

La mescalina si può presentare sotto diverse forme: sali, cristalli, polvere o liquido. Tende ad avere un colore chiaro, bianco o marrone.

Modalità d’assunzione
Il peyote viene consumato masticando il “boton”, la parte superiore che esce dal terreno, sia fresco che essiccato. È possibile anche che la parte superiore venga immersa nell’acqua per ottenere un liquido intossicante.

Anche la mescalina viene assunta per via orale, spesso in forma di capsule.

Dosaggio
Il peyote contiene in media circa 1.5% di mescalina, e generalmente vengono ingeriti dagli 8 ai 16 “bottoni”, del diametro di circa 6 cm.
La dose allucinogena di mescalina è di circa 300 – 500 mg, e l’effetto dura circa 12 ore.

AUTOSPERIMENTI CON MESCALINA

Serie di prove che riguardarono un giovane pittore imolese, Germano Sartelli, il quale si sottopose alle intossicazioni con l’intenzione di dipingere durante l’azione dei farmaci.

Mi sono intossicato più volte con dosi diverse di solfato di mescalina. Mi accadde di dipingere delle tempere e disegnare a pastello nel corso della seconda intossicazione (0,40 g per os). La dose, molto minore rispetto alla prima volta (0,90 g per os), aveva prodotto sintomi di entità tale da non concedermi la possibilità del lavoro artistico. L’analisi del materiale prodotto risulta forse più comprensibile se si legge il resoconto dei disturbi prodotti dalla dose maggiore.
Riassumo quindi i tratti salienti di entrambe le prove.

I esperimento. 45 min dopo l’ingestione del farmaco ho la impressione che la terra oscilli sotto i miei piedi. Da questo momento, alternandosi, si presentano fasi di nervosismo ogni volta mi trovo in ambiente chiuso e fasi di benessere se sono all’aperto. A 90 min dall’inizio compare iperattività e logorrea: sono prepotente, pronto a criticare ed offendere, disposto ad esporre senza limitazioni i miei pareri sulle persone e sulle cose. Già in questo periodo avverto l’affiorare di una personalità sconosciuta che passivamente assiste al mio agire, parlare e pensare. Quindi si esaspera la fatuità e la tendenza al motteggio; eludendo la sorveglianza, di chi controlla l’esperimento fuggo alla chetichella dall’ospedale poiché desidero sottrarmi ad ogni contatto umano. La presenza dei miei simili era infatti sgradita. Nonostante fino allora, in presenza dei colleghi, avessi parlato molto, anche motteggiando, ciò mi sembrava accaduto per una spiacevole necessità: quella di distrarre gli altri dai miei veri pensieri che temevo trasparissero dal comportamento. Raggiunto dai colleghi, mi lascio ricondurre senza opporre resistenza ma protestando: avevo l’impressione mi volessero far del male, e tuttavia ero ridotto alla passività completa da una strana incapacità a difendermi.

A tre ore dall’assunzione della mescalina parlo con facilità ma usando impropriamente le parole: qualche volta, con disappunto, mi accorgo infatti di non trovare una delle parole adeguate al concetto che voglio esprimere e di sostituirla automaticamente con altre prese a caso. Emetto anche tipiche risposte di traverso come quando, al collega che mi fa notare la scarsa gentilezza nei suoi confronti, rispondo dichiarando di non avere al momento desideri sessuali.

A momenti si ripresenta l’impressione di sdoppiamento. La nuova personalità è avvertita come estranea e pericolosa: potrebbe anche perdermi. Di punto in bianco cado in una piacevole estasi. Le muffe ed i licheni dei muri attraggono fortemente la mia attenzione e sono stupendi per la delicatezza cromatica con cui si presentano. La rocca sforzesca vicina all’ospedale di Imola si trova nelle condizioni in cui doveva essere nel Rinascimento: c’è persino il ponte levatoio ed il castello si presenta come un’isola di passato
che il fossato (non più esistente nella realtà) divide da questo stupido mondo d’oggi.

Mi distoglie dalla contemplazione il concretarsi improvviso di una terrificante esperienza psicosensoriale: il mio corpo si deforma e lo avverto come proiettato su un cono trasversale al cui apice c’è la parte sinistra, divenuta piccolissima, e la cui base è rappresentata dal meato acustico destro la cui larghezza e profondità sono inimmaginabili. Contemporaneamente alla deformazione del soma si sviluppa il convincimento che tra breve una voce spaventosa mi annuncerà un destino terrificante. Mi bagno completamente di sudore, sono letteralmente terrorizzato. La preannunciata allucinazione dell’udito non si verifica; da questo momento tuttavia entrano in me una serie di convincimenti che passo ad esporre nelle righe seguenti.

Sento anzitutto che i miei pensieri sono” ammalati.” Ricordo perfettamente di aver ingerito la mescalina ma è fuor di dubbio che la sua azione mi ha spinto nell’ abisso, un “abisso” dal quale sarà difficile uscire.

Nei confronti delle varie alterazioni psicosensoriali che di tanto in tanto si presentano (sinestesie, disopsie, vere e proprie allucinazioni visive colorate, frequentissime allucinazioni dello schema corporeo) penso quanto segue. Al momento stesso in cui il fenomeno si verifica e anche negli istanti immediatamente successivi, sono persuaso della sua realtà. Poi lo trovo strano e finisco per ammettere che è stato causato dall’azione della mescalina sul mio cervello.

Lo sviluppo successivo del ragionamento mi conduce in ogni caso ad un vicolo cieco: le allucinazioni sono cosi intensamente vissute che, cessata l’azione farmacologica, sensazioni” false” e sensazioni “vere” non saranno assolutamente discernibili. Cadendo cosi in una contraddizione di cui non mi accorgo, ammetto nuovamente la realtà delle false percezioni. Ogni volta che mi trovo in giardino vengo assalito dall’angoscioso sentimento che il recarmi in un luogo chiuso porterà grave nocumento alla mia persona. Cercando di concretare quello che sento non so pensare altro che quanto si può esprimere con le parole: !Il mi faranno del male.”

Quando sono in ambienti chiusi mi sorprende dapprima il fatto che non mi accade nulla di particolare e respiro di sollievo. Tuttavia al comparire del primo disturbo psicosensoriale avverto l’immediata necessità di uscire. La identificazione dei luoghi con uno stato di pericolo o di salvezza è assolutamente primaria. Quando la vivevo non mi preoccupavo certo di analizzarla come si fa per cosa certa e che non ammette dubbi; trascorsa l’intossicazione, il sintomo mi appare tuttora al di fuori di ogni logica possibilità di comprensione.
Altrettanto chiara e fuori discussione era un’altra corrente del pensiero e cioè quella che mi ha indotto, per tutta la durata dell’esperimento, a non rivelare la tematica ideativa che ho descritto. Se ritenevo dover uscire in giardino per salvarmi dai pericoli incombenti cercavo le giustificazioni più speciose presso chi era con me pur di non spiegare le cose come erano. Durante i momenti di ansia più terribili mi sentivo costretto a parlare di banalità perché non ci si accorgesse del mio stato e non si potessero interpretare le mie alterazioni. Così, all’acme della psicosi, quando si presentarono gravi disturbi psicomotori. Mi era impossibile muovermi e avvertivo contemporanea l’impressione di aver parzialmente o completamente dimenticato gli schemi del movimento che pur desideravo compiere. Volendo fumare, l’atto dell’accensione della sigaretta veniva pensato scomposto nei successivi elementi muscolari necessari allo scopo. Di questi non riuscivo a pensare e quindi realizzare il primo. Pur di non confessare l’incapacità, ordinavo ai colleghi di accendere la sigaretta e pormela tra le labbra; nel far ciò usavo un tono adatto a far pensare che si trattava di un atto di omaggio cui avevo diritto. Tutto ciò mi faceva percepire nitidissimamente la schisi tra l’Io e il mondo esterno. Le illusioni, le allucinazioni, l’ansia che mi invadeva a raffiche, la qualità particolare con cui si presentava alla mia considerazione il mondo della materia, tale che solo io potevo comprenderlo nella sua essenza, solo queste erano cose importanti. Esisteva anche uno sgradito mondo sociale cui era giocoforza prestare attenzione; il farlo comportava tuttavia una penosa impressione di falsità, ma era necessario per completare la reticenza sulle esperienze, impressioni ed idee.

Desidero ancora ricordare che spesso avevo l’impressione di vivere in un mondo magico. Al di fuori dei periodi in cui i fenomeni deliranti si esacerbavano, il cielo, la terra ed ogni altra cosa entrasse nel campo percettivo, offrivano ai sensi ed alla considerazione particolari estremamente interessanti e pieni di significazione.

I solchi dei campi, le nubi del cielo, le macchie dei muri, tutti questi elementi costituivano l’essenza stessa dell’universo e avevano per me un significato primario intimo e profondo. Io solo potevo comprendere questo significato che, attualmente, la logica e le parole non possono né descrivere né analizzare. Io solo comprendevo il mistero della vita costituito dai profondi ed arcaici legami che univano l’Io pensante ai solchi scavati dall’aratro e ai segni dei muri densi di storia umana.

II esperimento. – Eseguito un anno dopo con l’in gestione di 0,40 g di mescalina solfato. La prova durò circa otto ore e non prese una tinta spiccatamente delirante mentre erano presenti sinestesie, illusioni ed allucinazioni. Trasformazioni del paesaggio nel senso other world e curiose impressioni di rivivere esperienze ancestrali della specie umana; invasione della coscienza da parte di una qualità magica che investe tutto ciò che cade sotto osservazione, che si ricorda, che si pensa.

Ogni cosa diviene significativa, importante, densa di contenuto l’regnante, riguardi essa il paesaggio o le cose, le riflessioni indotte dall’osservazione o i ricordi. Presumibilmente all’acme della psicosi dipingo e disegno. Inizio con i colori a tempera che, una volta sciolti, appaiono realmente meravigliosi. Anche la manualità dell’usarli provoca grande piacere. La pennellata è decisa e senza ripensamenti. I contenuti da trasportare sul cartone emergono del tutto incontrollabili. Per lo meno inizialmente, essi sono assai poveri (vasi da fiori, gruppi di alberi, ete.) in netto contrasto con l’impressione di ricchezza interiore con cui vivo l’intossicazione.

Il gesto è addirittura automatico: una volta preso in mano il pennello non mi è possibile smettere di coprire il foglio in tutta la sua estensione. Esaurito un cartone passo immediatamente al successivo. La pittura che risulta è composta di larghe tacche difficilmente sovrapposte. È una specie di divisionismo non certo assimilabile a quello di un Seurat in quanto non si propone la fusione di elementi cromatici parcellari nell’occhio dell’osservatore ma, al momento, mi pare rispecchiare una scomposizione geometrizzante che avverto nelle cose. L’atmosfera brulica infatti di piani cromatici vibranti e la forma si perde a poco a poco come ben si vede nelle tavole I, II e III che riproducono, nell’ordine di esecuzione, le prime tre tempere dipinte. Altrettanto si dica dell’interno con panca e finestra della tavola IV. Il cromatismo è dissonante ed insiste spesso sull’accostamento tra ocra e blu. La tendenza alla geometrizzazione ed alla visione ritmica e trasparente si accentua sempre di più in una seconda fase e tende a limitare il fenomeno di disgregazione delle forme. Cambia contemporaneamente anche la maniera con cui il colore viene deposto. Il tratto è più delicato ed insistente come nella serra della tavola V e poi addirittura filiforme e vischioso come nel paesaggio della tavola VI.

Mi sento intorpidito e pervaso da sentimenti assai delicati. Finita la tempera riprodotta nella tavola VI, umore e tono generale dello psichismo mutano radicalmente senza apparente causa. Un senso di energia e di immediatezza mi induce a preferire il pastello che permette più rapide ed incisive realizzazioni.

Prende cosi avvio la serie delle rappresentazioni prospettiche. Alcune tra queste, in particolare le prime, riprodotte nelle tavole VII e VIII, paiono contenere note ansiose spiccate. La paura di chi si sente minacciato è spesso associata a rappresentazioni ritmiche in prospettiva, come in un Piranesi. Nel caso particolare l’ansia ed il terrore sono resi ancor più vivamente attraverso un cromatismo dissonante, quasi stridente. Si vedano le arcate della tavola IX. Dopo aver dipinto cinque o sei pastelli nella maniera descritta i contenuti cambiano ancora. Butto giù tre schizzi la cui concatenazione, a chi si interessa di psicologia del profondo, può sembrare piuttosto significativa. Queste opere, riprodotte nelle tavole, X, XI e XII, sono state le ultime di tutta la serie. Durante la loro esecuzione, infatti, la tensione interiore, che era venuta progressivarnente accentuandosi, giunse ad un parossismo tale da  costringermi alla sospensione del lavoro. Ecco di seguito il contenuto dei tre pastelli e le impressioni soggettive che ne accompagnarono la esecuzione.

1. Raffigurazione su sfondo nero con colori piuttosto violenti di un caprone trasfigurato i cui genitali sono in larga videnza. Mi vengono a mente, mentre lo disegno, i culti mediterranei e faccio alcune riflessioni sull’atto sessuale concepito come rito di fecondità (tav. X).
2. Lo schema di una pietà. La madre sostiene il figlio non già per sorreggerlo davanti alla morte che lo rapisce ma per cancellare in lui ogni cruccio, ogni senso di malessere, ogni residuo di cattive esperienze (tav. XI).
3. La rappresentazione di un amplesso; i due corpi sono fusi, sono contenuti l’uno nell’altro. Mi accorgo con angoscia che l’ultimo disegno ha un nesso che lo collega, in una qualche maniera, con quello precedente. Sento che se continuerò a disegnare si ripresenterà tutta la sintomatologia della precedente intossicazione (tav, XII).

Le diciannove tavole che ho dipinto o disegnato sono state eseguite in meno di un’ora. Credo non vi sia prova migliore, assieme a quella fornita dalla successione e varietà dei contenuti, a dimostrare l’immediatezza con cui si svolse il lavoro. Vari sintomi di tipo ideativo e percettivo accompagnarono l’ulteriore decorso della spcrimcntazione che però fu soprattutto caratterizzato dal riemergere di ricordi legati alla vita affettiva del passato. Su questi non mi dilungo per non annoiare il lettore. È sufficiente ricordare che una luce completamente nuova mi sembrava informare questi eventi. Certi comportamenti affettivi del passato mi apparivano ora motivati da ragioni che non mi era mai accaduto di considerare e che avevano qualche cosa a che fare con il contenuto di talune delle rappresentazioni grafiche eseguite o con la ripercussione che il loro ingresso nel campo della coscienza aveva determinato.

fonte: Le psicosi sperimentali, di Umberto De Giacomo, G. Enrico Morselli, Danilo Cargnello, Bruno Callieri, Franco Giberti e Giuseppe Tonini

Tratterò attraverso la cronaca di Alexander Shulgin il percorso storico della prima esperienza di mescalina in occidente. Attraverso questa narrazione e la sua testimonianza cercherò di rendere più permeabili le barriere che oggi si incontrano dinanzi alla comprensione di fattori e meccanismi che scatenano nell’uomo il recondito desiderio di trovare una strada differente, e spesso non la più facile,  nell’interpretazione di se stesso fuori dai denti della psicanalisi teorica e non sperimentale, fuori dalla filosofia e fuori dalle consuetudini schematizzate delle dottrine del XIX secolo.

ESPERIENZA CON MESCALINA
di Alexander Shulgin

Mescalina: un nome magico ed un magico composto. Il mio primo contatto con questo mondo fu poco dopo la seconda guerra mondiale, quando tornai a Berkeley e riuscii a trovare la mia strada nell’Università della California, finalmente studente nel Dipartimento di Chimica. Ciò che di solito facevano gli studenti in chimica era seguire una montagna di corsi molto tecnici, così da ottenere un primo diploma tecnico in Chimica. Io scelsi, piuttosto, di esplorare una più ampia varietà di argomenti, e di accettare un Artistic Bachelor nel college di Lettere e Scienze. Da lì, mi mossi verso discipline ad indirizzo più medico, ed esplorai il mondo della biochimica.

Appresi una grande lezione da un violinista che amava suonare in quartetti di archi. Ci sono molti violinisti, e la maggior parte di loro è davvero brava. Ma ogni quartetto ha bisogno di un violinista, e ce ne sono davvero tanti. Suonando il violino in modo medriocre, difficilmente qualcuno mi avrebbe invitato a suonare con lui, ma come mediocre suonatore di viola avrei avuto un sacco di inviti. Il paragone con la musica è calzante. Come chimico mediocre, mi trovavo accettato, ma raramente richiesto. Invece, nella biochimica, c’erano pochissimi chimici (almeno, a quel tempo) e diventai presto uno studente di prima qualità. Dopo qualche anno di studi e di progetti di ricerca privi di ispirazione, scrissi una scialba tesi e uscii con un Ph. D. da una delle istituzioni accademiche più prestigiose del paese, l’University of California. Durante il periodo tra il 1940 e il 1950, non c’era nessun particolare interesse verso questo alcaloide, la mescalina. In effetti, l’intera famiglia di composti a cui appartiene la mescalina erano praticamente sconosciuti. Qualche articolo fu pubblicato, che parlava delle “psicosi da mescalina”, e furono diffuse un sacco di pubblicazioni che urlavano inorridite contro i danni che il peyote portava con sé, come era evidente dalla rovina in cui sono caduti i “semplici ” Indiani americani. Nel mondo dei testi seri e di un qualche spessore, c’erano gli scritti e le famose mappe di Alexander Rouhier nel 1926. C’era il trattato di Kurt Beringer, che descriveva la reazione di molte dozzine di soggetti a dosi ben attive di mescalina, quasi sempre somministrate via endovena. Il suo libro, “Der Meskalinrausche siene Gaschichte und Erscheinungweise” (1927) non è mai stato tradotto in Inglese. Weston La Barre scrisse nel 1938 riguardo la religione del peyote. E, più o meno, questo è tutto. Rimasi completamente ammaliato. Qui c’erano descrizioni culturali, psicologiche e religiose dell’azione di un composto che sembrava avesse proprietà magiche. Questo materiale poteva essere facilmente sintetizzato. Ma obbedii ad una mano invisibile che mi si posò sulla spalla per dirmi “No, non provarlo ancora”. Lessi tutta la più recente letteratura al riguardo, i saggi di Aldous Huxley della metà dei ’50 (L’esuberante Porte della Percezione e il più cauto Paradiso e Inferno), e le opinioni generalmente negative di Henry Michaux (Miracolo Miserabile).

Ma il mio interesse venne definitivamente rinforzato non prima dell’Aprile del 1960 quando un mio amico psicologo, Terry Major, e un suo amico studente di medicina, Sam Golding, mi hanno dato l’opportunità di essere accompagnato in un esperienza con 400mg di solfato di mescalina. Fu un giorno rimasto impresso a fuoco nella mia memoria, un giorno che ha inequivocabilmente confermato l’intera direzione della mia vita.

I dettagli di quel giorno furono estremamente complessi e rimangono sepolti nei miei appunti, ma il distillato, l’essenza dell’esperienza, fu questa.

Vidi un mondo che si presentava in molti aspetti. Aveva un meraviglioso colore, che non avevo mai visto prima, non avendo mai prestato particolare attenzione ai colori. L’arcobaleno ha sempre provveduto a me con ogni gradazione che potessi vedere. E qui, improvvisamente, avevo centinaia di sfumature di colore totalmente nuove per me, e che non ho mai, fino ad oggi, dimenticato.
Questo mondo era meraviglioso in ogni suo dettaglio. Potevo vedere l’intima struttura di un ape che si metteva qualcosa in una sacca sulla zampa posteriore per poi portarla al suo alveare, ed ero completamente in pace con la vicinanza dell’ape alla mia faccia.
Il mondo era un miracolo che andava interpretato. Vedevo le persone come caricature che rivelavano sia i loro dolori che le loro speranze, e a loro sembrava non importasse granché di essere osservati così.

Più di ogni altra cosa, il mondo mi ha sbalordito in quanto l’ho visto come quando ero un ragazzino. Avevo dimenticato la bellezza e la magia del conoscere l’universo e me stesso. Ero in un luogo familiare, uno spazio dove una volta vagavo come un esploratore immortale, e ricordai tutto ciò che ho davvero conosciuto, e che ho abbandonato, e poi dimenticato, con l’avanzare dell’età. Come un lampo che rievocasse all’improvviso la presenza dei miei vecchi sogni, quest’esperienza ha riaffermato un eccitamento miracoloso che ho conosciuto nella mia infanzia, ma sono stato forzato a dimenticare.

La più avvincente illuminazione di quel giorno fu che questo stupendo fluire di ricordi era stato scatenato da una frazione di grammo di un solido bianco, ma che non si sarebbe mai potuto dire, in alcun modo, che queste memorie fossero contenute in quel bianco cristallino. Tutto ciò che vidi veniva dalle profondità della mia memoria e della mia psiche.
Capii che il nostro intero universo è contenuto nella mente e nello spirito. Possiamo decidere di non averne accesso, possiamo anche negare la sua esistenza, ma è comunque dentro di noi, e ci sono sostanze che possono permettercene l’accesso.
È ormai storia che io abbia deciso di utilizzare qualunque energia e capacità che possa possedere nel rivelare la natura di questi mezzi per la rivelazione di sé stessi. Si dice che la saggezza sia l’abilità di capire gli altri; è la conoscenza di se stessi che è l’illuminazione.
Avevo trovato un mio percorso di crescita.

Il Nomadismo Psichico e le Zone Temporaneamente autonome

Siamo noi che viviamo nel presente condannati a non sperimentare mai autonomia, a non stare mai per un momento su di un pezzo di terra dominato dalla libertà? Siamo costretti o alla nostalgia del passato o a quella del futuro? Dobbiamo attendere che il mondo intero venga liberato del controllo politico prima che anche uno solo di noi possa dire di conoscere la libertà? Logica ed emozione si uniscono nel condannare tale supposizione. La Ragione domanda che uno non possa lottare per ciò che non conosce; e il cuore si rivolta contro un universo così crudele da destinare tali ingiustizie sulla nostra sola generazione dell’umanità.

Hakim Bey