Tratterò attraverso la cronaca di Alexander Shulgin il percorso storico della prima esperienza di mescalina in occidente. Attraverso questa narrazione e la sua testimonianza cercherò di rendere più permeabili le barriere che oggi si incontrano dinanzi alla comprensione di fattori e meccanismi che scatenano nell’uomo il recondito desiderio di trovare una strada differente, e spesso non la più facile,  nell’interpretazione di se stesso fuori dai denti della psicanalisi teorica e non sperimentale, fuori dalla filosofia e fuori dalle consuetudini schematizzate delle dottrine del XIX secolo.

ESPERIENZA CON MESCALINA
di Alexander Shulgin

Mescalina: un nome magico ed un magico composto. Il mio primo contatto con questo mondo fu poco dopo la seconda guerra mondiale, quando tornai a Berkeley e riuscii a trovare la mia strada nell’Università della California, finalmente studente nel Dipartimento di Chimica. Ciò che di solito facevano gli studenti in chimica era seguire una montagna di corsi molto tecnici, così da ottenere un primo diploma tecnico in Chimica. Io scelsi, piuttosto, di esplorare una più ampia varietà di argomenti, e di accettare un Artistic Bachelor nel college di Lettere e Scienze. Da lì, mi mossi verso discipline ad indirizzo più medico, ed esplorai il mondo della biochimica.

Appresi una grande lezione da un violinista che amava suonare in quartetti di archi. Ci sono molti violinisti, e la maggior parte di loro è davvero brava. Ma ogni quartetto ha bisogno di un violinista, e ce ne sono davvero tanti. Suonando il violino in modo medriocre, difficilmente qualcuno mi avrebbe invitato a suonare con lui, ma come mediocre suonatore di viola avrei avuto un sacco di inviti. Il paragone con la musica è calzante. Come chimico mediocre, mi trovavo accettato, ma raramente richiesto. Invece, nella biochimica, c’erano pochissimi chimici (almeno, a quel tempo) e diventai presto uno studente di prima qualità. Dopo qualche anno di studi e di progetti di ricerca privi di ispirazione, scrissi una scialba tesi e uscii con un Ph. D. da una delle istituzioni accademiche più prestigiose del paese, l’University of California. Durante il periodo tra il 1940 e il 1950, non c’era nessun particolare interesse verso questo alcaloide, la mescalina. In effetti, l’intera famiglia di composti a cui appartiene la mescalina erano praticamente sconosciuti. Qualche articolo fu pubblicato, che parlava delle “psicosi da mescalina”, e furono diffuse un sacco di pubblicazioni che urlavano inorridite contro i danni che il peyote portava con sé, come era evidente dalla rovina in cui sono caduti i “semplici ” Indiani americani. Nel mondo dei testi seri e di un qualche spessore, c’erano gli scritti e le famose mappe di Alexander Rouhier nel 1926. C’era il trattato di Kurt Beringer, che descriveva la reazione di molte dozzine di soggetti a dosi ben attive di mescalina, quasi sempre somministrate via endovena. Il suo libro, “Der Meskalinrausche siene Gaschichte und Erscheinungweise” (1927) non è mai stato tradotto in Inglese. Weston La Barre scrisse nel 1938 riguardo la religione del peyote. E, più o meno, questo è tutto. Rimasi completamente ammaliato. Qui c’erano descrizioni culturali, psicologiche e religiose dell’azione di un composto che sembrava avesse proprietà magiche. Questo materiale poteva essere facilmente sintetizzato. Ma obbedii ad una mano invisibile che mi si posò sulla spalla per dirmi “No, non provarlo ancora”. Lessi tutta la più recente letteratura al riguardo, i saggi di Aldous Huxley della metà dei ’50 (L’esuberante Porte della Percezione e il più cauto Paradiso e Inferno), e le opinioni generalmente negative di Henry Michaux (Miracolo Miserabile).

Ma il mio interesse venne definitivamente rinforzato non prima dell’Aprile del 1960 quando un mio amico psicologo, Terry Major, e un suo amico studente di medicina, Sam Golding, mi hanno dato l’opportunità di essere accompagnato in un esperienza con 400mg di solfato di mescalina. Fu un giorno rimasto impresso a fuoco nella mia memoria, un giorno che ha inequivocabilmente confermato l’intera direzione della mia vita.

I dettagli di quel giorno furono estremamente complessi e rimangono sepolti nei miei appunti, ma il distillato, l’essenza dell’esperienza, fu questa.

Vidi un mondo che si presentava in molti aspetti. Aveva un meraviglioso colore, che non avevo mai visto prima, non avendo mai prestato particolare attenzione ai colori. L’arcobaleno ha sempre provveduto a me con ogni gradazione che potessi vedere. E qui, improvvisamente, avevo centinaia di sfumature di colore totalmente nuove per me, e che non ho mai, fino ad oggi, dimenticato.
Questo mondo era meraviglioso in ogni suo dettaglio. Potevo vedere l’intima struttura di un ape che si metteva qualcosa in una sacca sulla zampa posteriore per poi portarla al suo alveare, ed ero completamente in pace con la vicinanza dell’ape alla mia faccia.
Il mondo era un miracolo che andava interpretato. Vedevo le persone come caricature che rivelavano sia i loro dolori che le loro speranze, e a loro sembrava non importasse granché di essere osservati così.

Più di ogni altra cosa, il mondo mi ha sbalordito in quanto l’ho visto come quando ero un ragazzino. Avevo dimenticato la bellezza e la magia del conoscere l’universo e me stesso. Ero in un luogo familiare, uno spazio dove una volta vagavo come un esploratore immortale, e ricordai tutto ciò che ho davvero conosciuto, e che ho abbandonato, e poi dimenticato, con l’avanzare dell’età. Come un lampo che rievocasse all’improvviso la presenza dei miei vecchi sogni, quest’esperienza ha riaffermato un eccitamento miracoloso che ho conosciuto nella mia infanzia, ma sono stato forzato a dimenticare.

La più avvincente illuminazione di quel giorno fu che questo stupendo fluire di ricordi era stato scatenato da una frazione di grammo di un solido bianco, ma che non si sarebbe mai potuto dire, in alcun modo, che queste memorie fossero contenute in quel bianco cristallino. Tutto ciò che vidi veniva dalle profondità della mia memoria e della mia psiche.
Capii che il nostro intero universo è contenuto nella mente e nello spirito. Possiamo decidere di non averne accesso, possiamo anche negare la sua esistenza, ma è comunque dentro di noi, e ci sono sostanze che possono permettercene l’accesso.
È ormai storia che io abbia deciso di utilizzare qualunque energia e capacità che possa possedere nel rivelare la natura di questi mezzi per la rivelazione di sé stessi. Si dice che la saggezza sia l’abilità di capire gli altri; è la conoscenza di se stessi che è l’illuminazione.
Avevo trovato un mio percorso di crescita.

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