Esperienze di Mescalina – Le Situazioni Autoindotte

Pubblicato: ottobre 10, 2012 in Eccentricities, Misteri, Viaggi
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AUTOSPERIMENTI CON MESCALINA

Serie di prove che riguardarono un giovane pittore imolese, Germano Sartelli, il quale si sottopose alle intossicazioni con l’intenzione di dipingere durante l’azione dei farmaci.

Mi sono intossicato più volte con dosi diverse di solfato di mescalina. Mi accadde di dipingere delle tempere e disegnare a pastello nel corso della seconda intossicazione (0,40 g per os). La dose, molto minore rispetto alla prima volta (0,90 g per os), aveva prodotto sintomi di entità tale da non concedermi la possibilità del lavoro artistico. L’analisi del materiale prodotto risulta forse più comprensibile se si legge il resoconto dei disturbi prodotti dalla dose maggiore.
Riassumo quindi i tratti salienti di entrambe le prove.

I esperimento. 45 min dopo l’ingestione del farmaco ho la impressione che la terra oscilli sotto i miei piedi. Da questo momento, alternandosi, si presentano fasi di nervosismo ogni volta mi trovo in ambiente chiuso e fasi di benessere se sono all’aperto. A 90 min dall’inizio compare iperattività e logorrea: sono prepotente, pronto a criticare ed offendere, disposto ad esporre senza limitazioni i miei pareri sulle persone e sulle cose. Già in questo periodo avverto l’affiorare di una personalità sconosciuta che passivamente assiste al mio agire, parlare e pensare. Quindi si esaspera la fatuità e la tendenza al motteggio; eludendo la sorveglianza, di chi controlla l’esperimento fuggo alla chetichella dall’ospedale poiché desidero sottrarmi ad ogni contatto umano. La presenza dei miei simili era infatti sgradita. Nonostante fino allora, in presenza dei colleghi, avessi parlato molto, anche motteggiando, ciò mi sembrava accaduto per una spiacevole necessità: quella di distrarre gli altri dai miei veri pensieri che temevo trasparissero dal comportamento. Raggiunto dai colleghi, mi lascio ricondurre senza opporre resistenza ma protestando: avevo l’impressione mi volessero far del male, e tuttavia ero ridotto alla passività completa da una strana incapacità a difendermi.

A tre ore dall’assunzione della mescalina parlo con facilità ma usando impropriamente le parole: qualche volta, con disappunto, mi accorgo infatti di non trovare una delle parole adeguate al concetto che voglio esprimere e di sostituirla automaticamente con altre prese a caso. Emetto anche tipiche risposte di traverso come quando, al collega che mi fa notare la scarsa gentilezza nei suoi confronti, rispondo dichiarando di non avere al momento desideri sessuali.

A momenti si ripresenta l’impressione di sdoppiamento. La nuova personalità è avvertita come estranea e pericolosa: potrebbe anche perdermi. Di punto in bianco cado in una piacevole estasi. Le muffe ed i licheni dei muri attraggono fortemente la mia attenzione e sono stupendi per la delicatezza cromatica con cui si presentano. La rocca sforzesca vicina all’ospedale di Imola si trova nelle condizioni in cui doveva essere nel Rinascimento: c’è persino il ponte levatoio ed il castello si presenta come un’isola di passato
che il fossato (non più esistente nella realtà) divide da questo stupido mondo d’oggi.

Mi distoglie dalla contemplazione il concretarsi improvviso di una terrificante esperienza psicosensoriale: il mio corpo si deforma e lo avverto come proiettato su un cono trasversale al cui apice c’è la parte sinistra, divenuta piccolissima, e la cui base è rappresentata dal meato acustico destro la cui larghezza e profondità sono inimmaginabili. Contemporaneamente alla deformazione del soma si sviluppa il convincimento che tra breve una voce spaventosa mi annuncerà un destino terrificante. Mi bagno completamente di sudore, sono letteralmente terrorizzato. La preannunciata allucinazione dell’udito non si verifica; da questo momento tuttavia entrano in me una serie di convincimenti che passo ad esporre nelle righe seguenti.

Sento anzitutto che i miei pensieri sono” ammalati.” Ricordo perfettamente di aver ingerito la mescalina ma è fuor di dubbio che la sua azione mi ha spinto nell’ abisso, un “abisso” dal quale sarà difficile uscire.

Nei confronti delle varie alterazioni psicosensoriali che di tanto in tanto si presentano (sinestesie, disopsie, vere e proprie allucinazioni visive colorate, frequentissime allucinazioni dello schema corporeo) penso quanto segue. Al momento stesso in cui il fenomeno si verifica e anche negli istanti immediatamente successivi, sono persuaso della sua realtà. Poi lo trovo strano e finisco per ammettere che è stato causato dall’azione della mescalina sul mio cervello.

Lo sviluppo successivo del ragionamento mi conduce in ogni caso ad un vicolo cieco: le allucinazioni sono cosi intensamente vissute che, cessata l’azione farmacologica, sensazioni” false” e sensazioni “vere” non saranno assolutamente discernibili. Cadendo cosi in una contraddizione di cui non mi accorgo, ammetto nuovamente la realtà delle false percezioni. Ogni volta che mi trovo in giardino vengo assalito dall’angoscioso sentimento che il recarmi in un luogo chiuso porterà grave nocumento alla mia persona. Cercando di concretare quello che sento non so pensare altro che quanto si può esprimere con le parole: !Il mi faranno del male.”

Quando sono in ambienti chiusi mi sorprende dapprima il fatto che non mi accade nulla di particolare e respiro di sollievo. Tuttavia al comparire del primo disturbo psicosensoriale avverto l’immediata necessità di uscire. La identificazione dei luoghi con uno stato di pericolo o di salvezza è assolutamente primaria. Quando la vivevo non mi preoccupavo certo di analizzarla come si fa per cosa certa e che non ammette dubbi; trascorsa l’intossicazione, il sintomo mi appare tuttora al di fuori di ogni logica possibilità di comprensione.
Altrettanto chiara e fuori discussione era un’altra corrente del pensiero e cioè quella che mi ha indotto, per tutta la durata dell’esperimento, a non rivelare la tematica ideativa che ho descritto. Se ritenevo dover uscire in giardino per salvarmi dai pericoli incombenti cercavo le giustificazioni più speciose presso chi era con me pur di non spiegare le cose come erano. Durante i momenti di ansia più terribili mi sentivo costretto a parlare di banalità perché non ci si accorgesse del mio stato e non si potessero interpretare le mie alterazioni. Così, all’acme della psicosi, quando si presentarono gravi disturbi psicomotori. Mi era impossibile muovermi e avvertivo contemporanea l’impressione di aver parzialmente o completamente dimenticato gli schemi del movimento che pur desideravo compiere. Volendo fumare, l’atto dell’accensione della sigaretta veniva pensato scomposto nei successivi elementi muscolari necessari allo scopo. Di questi non riuscivo a pensare e quindi realizzare il primo. Pur di non confessare l’incapacità, ordinavo ai colleghi di accendere la sigaretta e pormela tra le labbra; nel far ciò usavo un tono adatto a far pensare che si trattava di un atto di omaggio cui avevo diritto. Tutto ciò mi faceva percepire nitidissimamente la schisi tra l’Io e il mondo esterno. Le illusioni, le allucinazioni, l’ansia che mi invadeva a raffiche, la qualità particolare con cui si presentava alla mia considerazione il mondo della materia, tale che solo io potevo comprenderlo nella sua essenza, solo queste erano cose importanti. Esisteva anche uno sgradito mondo sociale cui era giocoforza prestare attenzione; il farlo comportava tuttavia una penosa impressione di falsità, ma era necessario per completare la reticenza sulle esperienze, impressioni ed idee.

Desidero ancora ricordare che spesso avevo l’impressione di vivere in un mondo magico. Al di fuori dei periodi in cui i fenomeni deliranti si esacerbavano, il cielo, la terra ed ogni altra cosa entrasse nel campo percettivo, offrivano ai sensi ed alla considerazione particolari estremamente interessanti e pieni di significazione.

I solchi dei campi, le nubi del cielo, le macchie dei muri, tutti questi elementi costituivano l’essenza stessa dell’universo e avevano per me un significato primario intimo e profondo. Io solo potevo comprendere questo significato che, attualmente, la logica e le parole non possono né descrivere né analizzare. Io solo comprendevo il mistero della vita costituito dai profondi ed arcaici legami che univano l’Io pensante ai solchi scavati dall’aratro e ai segni dei muri densi di storia umana.

II esperimento. – Eseguito un anno dopo con l’in gestione di 0,40 g di mescalina solfato. La prova durò circa otto ore e non prese una tinta spiccatamente delirante mentre erano presenti sinestesie, illusioni ed allucinazioni. Trasformazioni del paesaggio nel senso other world e curiose impressioni di rivivere esperienze ancestrali della specie umana; invasione della coscienza da parte di una qualità magica che investe tutto ciò che cade sotto osservazione, che si ricorda, che si pensa.

Ogni cosa diviene significativa, importante, densa di contenuto l’regnante, riguardi essa il paesaggio o le cose, le riflessioni indotte dall’osservazione o i ricordi. Presumibilmente all’acme della psicosi dipingo e disegno. Inizio con i colori a tempera che, una volta sciolti, appaiono realmente meravigliosi. Anche la manualità dell’usarli provoca grande piacere. La pennellata è decisa e senza ripensamenti. I contenuti da trasportare sul cartone emergono del tutto incontrollabili. Per lo meno inizialmente, essi sono assai poveri (vasi da fiori, gruppi di alberi, ete.) in netto contrasto con l’impressione di ricchezza interiore con cui vivo l’intossicazione.

Il gesto è addirittura automatico: una volta preso in mano il pennello non mi è possibile smettere di coprire il foglio in tutta la sua estensione. Esaurito un cartone passo immediatamente al successivo. La pittura che risulta è composta di larghe tacche difficilmente sovrapposte. È una specie di divisionismo non certo assimilabile a quello di un Seurat in quanto non si propone la fusione di elementi cromatici parcellari nell’occhio dell’osservatore ma, al momento, mi pare rispecchiare una scomposizione geometrizzante che avverto nelle cose. L’atmosfera brulica infatti di piani cromatici vibranti e la forma si perde a poco a poco come ben si vede nelle tavole I, II e III che riproducono, nell’ordine di esecuzione, le prime tre tempere dipinte. Altrettanto si dica dell’interno con panca e finestra della tavola IV. Il cromatismo è dissonante ed insiste spesso sull’accostamento tra ocra e blu. La tendenza alla geometrizzazione ed alla visione ritmica e trasparente si accentua sempre di più in una seconda fase e tende a limitare il fenomeno di disgregazione delle forme. Cambia contemporaneamente anche la maniera con cui il colore viene deposto. Il tratto è più delicato ed insistente come nella serra della tavola V e poi addirittura filiforme e vischioso come nel paesaggio della tavola VI.

Mi sento intorpidito e pervaso da sentimenti assai delicati. Finita la tempera riprodotta nella tavola VI, umore e tono generale dello psichismo mutano radicalmente senza apparente causa. Un senso di energia e di immediatezza mi induce a preferire il pastello che permette più rapide ed incisive realizzazioni.

Prende cosi avvio la serie delle rappresentazioni prospettiche. Alcune tra queste, in particolare le prime, riprodotte nelle tavole VII e VIII, paiono contenere note ansiose spiccate. La paura di chi si sente minacciato è spesso associata a rappresentazioni ritmiche in prospettiva, come in un Piranesi. Nel caso particolare l’ansia ed il terrore sono resi ancor più vivamente attraverso un cromatismo dissonante, quasi stridente. Si vedano le arcate della tavola IX. Dopo aver dipinto cinque o sei pastelli nella maniera descritta i contenuti cambiano ancora. Butto giù tre schizzi la cui concatenazione, a chi si interessa di psicologia del profondo, può sembrare piuttosto significativa. Queste opere, riprodotte nelle tavole, X, XI e XII, sono state le ultime di tutta la serie. Durante la loro esecuzione, infatti, la tensione interiore, che era venuta progressivarnente accentuandosi, giunse ad un parossismo tale da  costringermi alla sospensione del lavoro. Ecco di seguito il contenuto dei tre pastelli e le impressioni soggettive che ne accompagnarono la esecuzione.

1. Raffigurazione su sfondo nero con colori piuttosto violenti di un caprone trasfigurato i cui genitali sono in larga videnza. Mi vengono a mente, mentre lo disegno, i culti mediterranei e faccio alcune riflessioni sull’atto sessuale concepito come rito di fecondità (tav. X).
2. Lo schema di una pietà. La madre sostiene il figlio non già per sorreggerlo davanti alla morte che lo rapisce ma per cancellare in lui ogni cruccio, ogni senso di malessere, ogni residuo di cattive esperienze (tav. XI).
3. La rappresentazione di un amplesso; i due corpi sono fusi, sono contenuti l’uno nell’altro. Mi accorgo con angoscia che l’ultimo disegno ha un nesso che lo collega, in una qualche maniera, con quello precedente. Sento che se continuerò a disegnare si ripresenterà tutta la sintomatologia della precedente intossicazione (tav, XII).

Le diciannove tavole che ho dipinto o disegnato sono state eseguite in meno di un’ora. Credo non vi sia prova migliore, assieme a quella fornita dalla successione e varietà dei contenuti, a dimostrare l’immediatezza con cui si svolse il lavoro. Vari sintomi di tipo ideativo e percettivo accompagnarono l’ulteriore decorso della spcrimcntazione che però fu soprattutto caratterizzato dal riemergere di ricordi legati alla vita affettiva del passato. Su questi non mi dilungo per non annoiare il lettore. È sufficiente ricordare che una luce completamente nuova mi sembrava informare questi eventi. Certi comportamenti affettivi del passato mi apparivano ora motivati da ragioni che non mi era mai accaduto di considerare e che avevano qualche cosa a che fare con il contenuto di talune delle rappresentazioni grafiche eseguite o con la ripercussione che il loro ingresso nel campo della coscienza aveva determinato.

fonte: Le psicosi sperimentali, di Umberto De Giacomo, G. Enrico Morselli, Danilo Cargnello, Bruno Callieri, Franco Giberti e Giuseppe Tonini

commenti
  1. Andy scrive:

    Odio tutto quello che c’è scritto, soprattutto l’ultimo rigo della prima esperienza. Stronzate, passate per verità assolute. Confermo la tua tesi di pensare a idiozie durante l’effetto, però se fossi in te mi fare due domande anche sul pre e sul post.

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