Il caso PRISM in 10 punti

Pubblicato: giugno 10, 2013 in Altura e Cultura, Misteri
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L’amministrazione degli Stati Uniti e la presidenza Obama – dopo varie settimane complicate – sono alle prese da giovedì 6 giugno con quello che forse è il più grande scandalo politico e mediatico della loro storia. È una faccenda rilevante sia per le dimensioni del caso, che coinvolge anche le più grandi società informatiche al mondo, e anche perché fino a poche settimane fa l’amministrazione Obama era riuscita a tenersi lontana dai grandi scandali che prima o poi, di più o di meno, coinvolgono ogni presidente. Il caso sui giornali viene chiamato con l’acronimo PRISM, ha alcuni passaggi ancora poco chiari ed è naturalmente molto frastagliato e intricato: di seguito, in nove punti, le cose fondamentali da sapere. I dettagli, invece, sono qui.

1. Che cos’è PRISM
La National Security Agency (NSA), l’Agenzia per la sicurezza nazionale statunitense, da almeno sei anni ha accesso alle comunicazioni online di cittadini non statunitensi all’estero – con diverse eccezioni, che includono anche alcuni casi di cittadini statunitensi che comunicano con persone che si trovano all’estero – tramite un progetto che si chiama PRISM. Si tratta della possibilità di accedere direttamente ai dati di alcune delle più grandi società informatiche del mondo, come Microsoft, Google, Facebook e Apple.

2. Il PowerPoint pubblicato dal Guardian e dal Washington Post
Il Guardian e il Washington Post hanno pubblicato i primi documenti giovedì sera, il giorno successivo alla storia dei tabulati della compagnia telefonica Verizon acquisiti sempre dalla NSA. Entrambi hanno pubblicato una parte di una presentazione PowerPoint riservata e interna alla NSA, che mostrava alcuni dettagli di PRISM (qui alcune slide pubblicate, delle 41 totali).

3. Le aziende coinvolte in PRISM
La raccolta di informazioni dai server delle aziende coinvolte si è svolta in tempi diversi. Microsoft iniziò nel 2007, seguita circa un anno dopo da Yahoo. Nel 2009 fu la volta di Google, Facebook e di PalTalk, un servizio di messaggistica istantanea molto usato durante la cosiddetta “Primavera Araba”. Nel 2010 l’operazione PRISM fu estesa a YouTube, la cui proprietà è di Google, mentre nel 2011 furono aggiunti Skype e il fornitore di servizi Internet AOL (America Online). Infine, a ottobre del 2012 fu aggiunta anche Apple.

4. Cosa hanno detto le aziende coinvolte?
Sia Microsoft che Google e Apple hanno detto di non sapere cosa sia PRISM e di non aver fornito accesso ai propri server alle autorità statunitensi, per quanto alcune hanno specificato di aver fatto ciò che la legge impone loro di fare. Il fatto che queste aziende sono state coinvolte a distanza anche di diversi anni lascia intendere che alcune di queste si siano opposte, almeno in un certo momento, alla richiesta della NSA. Su questo punto, tuttavia, non fanno chiarezza né la legge né i comunicati diffusi da queste stesse aziende.

5. Cosa ha detto Obama?
Il presidente Obama ha tenuto una conferenza stampa sul tema nel tardo pomeriggio di venerdì, ora italiana. Ha difeso la NSA, con un certo nervosismo, dicendo che «nessuno sta ascoltando le vostre telefonate» e che «abbiamo costruito un sistema con il quale gli americani possono sentirsi al sicuro». Obama ha aggiunto che il Congresso era a conoscenza della questione dei tabulati telefonici –  non ha parlato dei dati su Internet – e che «non è possibile coniugare il 100 per cento di sicurezza con il 100 per cento di rispetto della privacy». Riguardo il programma PRISM, Obama ha insistito sul fatto che non si applica ai cittadini americani e a chi vive negli Stati Uniti.

6. In base a quale legge ha agito la NSA?
L’11 settembre 2007 l’azienda Microsoft diventò la prima coinvolta in PRISM: successe circa un mese dopo che il Congresso approvò – e Bush firmò – il “Protect America Act” (PAA). Il PAA doveva colmare alcune lacune del “Foreign Intelligence Surveillance Court” (FISC), che regolava le attività di sorveglianza della NSA fino a quel momento, che non permetteva alla NSA di svolgere al meglio l’attività di sorveglianza.

7. Il PRISM è legale o illegale?
Con il PAA si è superato il divieto di sorvegliare le comunicazioni che avvengono tra due terminali all’estero, nel caso in cui queste passino per i server negli Stati Uniti. La decisione di avviare un programma di sorveglianza è stata affidata totalmente al governo, escludendo il Congresso, e la NSA non era più obbligata a chiedere singole autorizzazioni ai tribunali o conferme oggettive sul fatto che le parti coinvolte siano fuori dagli Stati Uniti. Il PPA è stato rinnovato anche dall’amministrazione Obama lo scorso anno, per altri cinque anni. Il programma PRISM, visto così, sembrerebbe quindi legale, ma grazie a una legge controversa: molti attivisti per la difesa della privacy e della libertà personale sostengono che queste pratiche sono contrarie al Quarto Emendamento.

8. Pare che sia coinvolta anche l’intelligence britannica
Lo sostiene il Guardian. La sezione dell’intelligence del Regno Unito che si occupa di garantire la sicurezza delle informazioni, la “Government Communications Headquarters”, avrebbe avuto accesso al sistema PRISM dallo scorso giugno: i dati raccolti avrebbero generato 197 rapporti di intelligence. Anche questa informazione sarebbe contenuta nelle 41 slides PowerPoint.

9. L’attacco di Anonymous
Dopo le rivelazioni del Guardian e Washington Post, Anonymous ha diffuso diversi documenti importanti della NSA, incluso il “US Department of Defense’s Strategic Vision” per il controllo di Internet. I documenti rubati, 13 in tutto, sono stati pubblicati online.

10. Gran confusione al New York Times
Come notato dall’Atlantic e da molti altri, il New York Times ha pubblicato sul suo sito due versioni di uno stesso editoriale, “President Obama’s Gragnet”, del 6 giugno. Nella prima versione, delle 16.35 ora locale, si leggeva: «L’amministrazione [Obama] ora ha perso tutta la sua credibilità», riferendosi ai guai provocati dalla diffusione dell’esistenza del programma PRISM. Nella Seconda versione, aggiornata poco meno di 3 ore dopo, alla frase è stato aggiunto «su questa questione» (qui le correzioni dell’editoriale).

Normalmente, come è tradizione della migliore stampa statunitense, questo genere di correzioni sono indicate alla fine dell’articolo: in questo caso non è così. Il public editor del New York Times, Margaret Sullivan, una specie di “difensore dei lettori”, ha detto che la direzione intendeva fin dall’inizio far riferimento solo alla questione della privacy, e aver aggiunto «su questa questione» per evitare equivoci, e non per ammorbidire la propria posizione. Sullivan ha aggiunto che sarebbe stato meglio segnalare la correzione alla fine del pezzo.

 

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commenti
  1. marta ha detto:

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  2. perfumes ha detto:

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