I dieci svantaggi dell’evoluzione

Pubblicato: settembre 27, 2013 in Altura e Cultura, Misteri
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Dal singhiozzo al mal di schiena passando per la possibilità di soffocare a ogni pasto, l’elenco degli “svantaggi” dell’evoluzione.

Tra i cinque e i sei milioni di anni fa, secondo le teorie finora più verosimili, la famiglia Hominidae si è evoluta da un progenitore comune allo scimpanzé. Da allora è iniziato il lento processo di evoluzione che un giorno ci ha portato a raggiungere la posizione eretta, più o meno due milioni di anni fa, e a subire profonde modifiche nel nostro organismo, che è diventato “anatomicamente moderno” circa 150mila anni fa. L’evoluzione per noi esseri umani ha portato a numerosi e indubbi vantaggi – nel bene e nel male siamo la specie più evoluta del Pianeta – ma anche alcuni svantaggi che ci portiamo dietro da molto tempo. Sullo Smithsonian, Rob Dunn ha deciso di raccogliere a suo sindacabile giudizio le dieci cose che in un modo o nell’altro ci ricordano ogni giorno la storia della nostra evoluzione.

1. Cellule chimera
Probabilmente un miliardo di anni fa, un organismo unicellulare saltò fuori per dare poi origine a tutte le piante e le forme di vita animale sul Pianeta, noi compresi. L’organismo in questione era il risultato di una fusione, ovvero del processo di inglobamento di una cellula – probabilmente un batterio – da parte di un’altra cellula dotata di nucleo. Questo processo portò a una simbiosi e alla creazione dei mitocondri, gli organuli cellulari che si occupano di produrre l’energia nelle nostre cellule. In genere il rapporto tra i mitocondri e le cellule che li contengono sono pacifici e di collaborazione, ma in alcuni casi i rapporti si deteriorano e arrivano i problemi. Se cellule e mitocondri non si riconoscono più, “lottano” tra loro causando l’insorgenza di alcune malattie come le miopatie mitocondriali, che influiscono sul funzionamento dei muscoli, o la sindrome di Leigh che colpisce il sistema nervoso centrale.

2. Hic! Hic!
I primi pesci e anfibi estraevano l’ossigeno in acqua utilizzando le loro branchie e successivamente una forma primitiva di polmoni quando si trovavano sulla terraferma. Per fare questo dovevano essere in grado di chiudere la glottide, la cartilagine che separa l’esofago dalla trachea, o le vie di acceso ai polmoni. Quando si trovavano sott’acqua, questi animali facevano passare l’acqua nelle loro branchie per estrarre l’aria e al tempo stesso spingevano in basso la glottide.

Noi discendenti di questi animali siamo rimasti con un ricordo di questa storia, singhiozzo compreso. Quando abbiamo il singhiozzo, significa che il nostro organismo sta usando quel che resta di quegli antichi muscoli usati per chiudere rapidamente la glottide mentre si aspira (l’aria, e non più l’acqua). Il singhiozzo non ha ormai alcuna funzione, ma ogni tanto si verifica senza causare particolare danno, a parte il fastidio e gli eventuali imbarazzi del caso. Uno dei motivi per cui è difficile farsi passare il singhiozzo è che l’intero processo è controllato da una parte del nostro cervello che si è evoluta molto prima della nostra coscienza, dunque provate quanto volete, ma non potete farvi passare il singhiozzo semplicemente pensandoci.

3. Schiena dritta
La schiena dei vertebrati si è evoluta diventando una sorta di arco sotto al quale rimangono appesi gli organi interni e le viscere. La forma ad arco consente di distribuire meglio il peso, mantenendo la struttura stabile e bilanciata. Aver raggiunto la posizione eretta non ha favorito molto la nostra specie. Da un lato abbiamo conquistato la possibilità di utilizzare le braccia per fare altro, ma dall’altro la nostra schiena si è trasformata da un arco a una S. Ce la caviamo abbastanza bene con questa forma della schiena, ma è sicuramente meno funzionale rispetto alla forma ad arco e così basta poco per soffrire di mal di schiena, o faticare più del dovuto nel trasportare pesi.

4. Guerre intestine
Conquistata la posizione eretta, il nostro intestino si è spostato verso il basso invece di rimanere a più stretto contatto con i muscoli dello stomaco. Il nostro apparato digerente è così diventato sempre più intricato dallo stomaco in giù, con l’intestino che ha progressivamente conquistato le cavità dell’addome. E non è raro che il passaggio in alcune di queste cavità porti poi alla formazione delle ernie inguinali.

5. Soffocare

In molti animali, la trachea (il passaggio per l’aria) e l’esofago (il passaggio per il cibo) sono orientati in modo tale che l’esofago si trovi al di sotto della trachea. Nella gola del gatto, per esempio, i due tubi si sviluppano orizzontalmente e parallelamente prima di arrivare allo stomaco o ai polmoni. In questa configurazione, la gravità tende a spingere il cibo verso il basso nel tubo inferiore, ovvero nell’esofago. Negli esseri umani questo non succede.

Abbiamo sviluppato la capacità di parlare e questo ha fatto sì che la trachea e l’esofago si spostassero più in basso per far spazio agli organi che ci servono per emettere i suoni. Inoltre, la postura eretta ha fatto sì che anche la trachea e l’esofago abbiano assunto un orientamento verticale. Quando ingeriamo acqua e cibo c’è sempre l’eventualità che questi sbaglino strada finendo nella trachea, se l’epiglottide non fa in tempo a sbarrare la strada e dirottare verso l’esofago quello che abbiamo ingerito. Quando accade rischiamo di soffocare, nei casi lievi qualche colpo di tosse ci mette in salvo, mentre nei casi estremi possono essere necessarie manovre di emergenza più drastiche come la manovra di Heimlich.

6. Ma che freddo fa
Quasi tutti i mammiferi possono fare affidamento sulla loro pelliccia per non patire il freddo nella stagione invernale. Con l’evoluzione abbiamo perso la pelliccia e da tempo i ricercatori si chiedono come sia avvenuto questo processo. Si ipotizza che la perdita sia avvenuta in seguito alla formazione dei primi grandi gruppi di esseri umani, dove era più alta la possibilità di essere preda di pidocchi e parassiti. Gli individui con una minore quantità di peli avrebbero subito meno l’attacco dei parassiti e delle malattie portate da questi insetti. La cosa poteva andar bene nei climi temperati e caldi dell’Africa, ma si è rivelata un problema quando il genere umano ha iniziato a spostarsi verso nord.

7. Pelle d’oca
Quando i nostri antenati erano coperti da una folta pelliccia, avevano al di sotto della pelle i “muscoli erettori del pelo” che consentivano di far sollevare il loro pelo per proteggersi meglio dal freddo o comunicare di essere turbati, con un meccanismo del tutto simile  a quello utilizzato da molti mammiferi come i gatti. L’evoluzione ci ha fatto perdere la pelliccia, ma non quel tipo di muscoli. Così, quando sentiamo improvvisamente freddo o siamo spaventati per qualcosa, i muscoli rispondono all’impulso nervoso e fanno alzare i pochi peli che ci sono rimasti, creando la cosiddetta pelle d’oca.

8. Denti e cervello
Una mutazione genetica nei nostri antenati più recenti ha fatto sì che il cranio sia più spazioso e in grado di accogliere meglio il nostro cervello, che nel corso dell’evoluzione è aumentato di dimensione. Il gene che ha consentito di “allargare” la scatola cranica ha però portato a una riduzione delle dimensioni della nostra mandibola. Le dimensioni dei denti non sono cambiate significativamente, così non c’è posto per tutti loro nella nostra bocca. Per questo motivo nella maggior parte dei casi i denti del giudizio devono essere rimossi: non hanno sufficiente spazio per crescere e nel farlo spesso influiscono sulla corretta posizione degli altri denti.

9. All’ingrasso
Le nostre papille gustative si sono evolute, insieme al resto dei nostri sensi, per indurci a ricercare principalmente cibi altamente energetici, come zuccheri, grassi e alimenti salati, evitando altri cibi potenzialmente velenosi. Oggi nei paesi evoluti la disponibilità di cibo è molto superiore rispetto alle nostre effettive esigenze, ma il nostro organismo lavora per accumulare risorse e ci induce così ad andare costantemente alla ricerca di cibo e noi tendiamo a obbedirgli, ingrassando.

Da 10 fino a 100 e oltre

Non ho nemmeno citato i capezzoli negli uomini. Non ho detto nulla del punto cieco nei nostri occhi. Niente sui muscoli che usiamo per muovere le orecchie. […] Il nostro organismo è formato da moltissime parti vecchie che una volta utilizzavamo per fare cose diverse. Quindi prendetevi un momento di pausa e sedetevi sul vostro coccige, l’osso che un tempo era la nostra coda. Fate ruotare i polsi, ognuno dei quali un tempo metteva in collegamento gli arti anteriori con le zampe. Divertitevi nel pensare a ciò che eravamo, non a ciò che siamo. Del resto, è straordinario ciò che l’evoluzione ha fatto con ogni pezzo del nostro corpo. E non siamo certo i soli o gli unici. Ogni pianta, animale e fungo porta con sé le conseguenze del genio dell’improvvisazione della vita. Dunque, lunga vita alle chimere. Nel frattempo, se volete scusarmi, vado a stendermi per riposare un po’ la schiena.

commenti
  1. Gabri scrive:

    Ci sarebbe uno svantaggio di natura etica che Robb Dun non cita, forse perché lo considera un vantaggio: tutti noi homines sapientes siamo discendenti da un (uno solo) gruppetto di poche decine, al massimo qualche centinaio di individui, partito avventurosamente dall’Africa alla conquista di immense regioni e neanche tanto tempo fa (da 120 a 50 mila anni addietro) e che dovunque sia giunto ha sterminato i suoi cugini ominidi che lo avevano preceduto di migliaia di anni nelle migrazioni. I nostri antenati ( dei quali ci portiamo dentro i geni che tramandano una ” forte competitività, la nevrotica inquietudine di chi deve continuamente guardarsi le spalle, col suo seguito di diffidenza, ferocia e crudeltà, instabilità mentale, violenza, astuzia e doppiezza” ) sono stati i peggiori razzisti e assassini comparsi sul pianeta terra:

    “Il ‘modellamento’ dell’Uomo Moderno potrebbe essere avvenuto in qualche zona semidesertica ai margini delle grandi pianure del Sudafrica, dove in alcune località (Border Cave, Klasier Rivers Mouth Cave) sono stati trovati resti che parlano di una anatomia decisamente moderna. Risalgono all’epoca della penultima glaciazione, quella denominata di Riss. Quei primi ‘Moderni’ erano portatori di una cultura di tipo acheuleano, ben poco differente da quella dei loro contemporanei africani e anche dei primi Neandertal (che […] elaborarono poi la più raffinata cultura detta musteriana). Ed erano apparsi in un periodo di estrema aridità e di penuria, una delle epoche più difficili per chi viveva nelle aree marginali ove, probabilmente, quel gruppetto umano era stato ricacciato da millenni, dalla concorrenza degli altri umani.

    Per fare fronte con successo a questa situazione, l’antenato del Sapiens ha dovuto sviluppare i caratteri che gli hanno consentito la sopravvivenza, e che per selezione sono entrati nel bagaglio che oggi anche noi ci portiamo dentro. Vale a dire – dovremmo spiegare (anche un poco per giustificarci) – che siamo figli di sciagure e di disperate lotte per l’esistenza che hanno lasciato per sempre in noi il loro segno. In quel piccolo gruppo omogeneo erano sopravvissuti solo coloro che erano in possesso di alcune doti fondamentali: l’aggressività, la capacità di trovare rapide soluzioni a situazioni di emergenza e di generalizzarne l’esperienza, riflessi fulminei, intensità di comunicazione all’interno del gruppo. Ma anche forte competitività, la nevrotica inquietudine di chi deve continuamente ‘guardarsi le spalle’, col suo seguito di diffidenza, ferocia e crudeltà, instabilità mentale, violenza, astuzia e doppiezza. […]

    Nelle popolazioni umane storiche, e quindi anche in quelle preistoriche, coesistono tendenze, pulsioni, caratteri che abbracciano una vastissima gamma di comportamenti, da quelli solidaristici e ‘pietosi’ alla più cieca, persino innocente, ferocia. […] Lo spettro complessivo di questi comportamenti è riportabile ai fattori primari, biologici ed evolutivi, che hanno modellato i nostri antenati e le loro regole di convivenza. E che quindi la radice delle strane contraddizioni che lo stupiscono va ricercata nella dicotomia, che è ancora oggi il seme dei nostri comportamenti, tra affermazione individuale e legami di gruppo, tra aggressività e solidarietà. Una dicotomia di cui quel gruppo di discendenti di Eva nera era già portatore quando, non più di centomila anni fa, nell’interglaciale Riss-Wurm, comincia a espandersi attraverso l’Africa, occupando nuove regioni, sostituendosi alle popolazioni primitive. È una ‘lunga marcia’ di cui mai nessun cronista narrerà le drammatiche vicende, che nel giro di alcuni millenni fa sparire dall’Africa altre forme di discendenti dell’Erectus e li conduce (o meglio fa giungere una parte di loro) dapprima nella già popolata e fertile valle del Nilo, e successivamente sulle sponde asiatiche del Mediterraneo e nelle terre che verranno poi chiamate della ‘Mezzaluna fertile’.

    Siamo quindi vicini al nodo centrale del mistero delle nostre origini. Perché da quel momento (che si può valutare tra i novanta e i sessantamila anni or sono) la nostra specie dilaga per il Vecchio Mondo, e contemporaneamente o quasi tutte le altre popolazioni che discendono dall’Erectus in Africa, in Asia, in Europa, spariscono, inghiottite dal buio della preistoria.

    Franco Prattico, Le tribù di Caino. L’irresistibile ascesa di Homo Sapiens, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.”

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