La favola di Carmelo il boia dal carcere alla ricchezza

L’ex partigiano siciliano venne accusato della strage di Villarbasse

I veri autori della strage, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D’Ignoti, vengono portati davanti al plotone d’esecuzione.
 

Sessantotto anni fa, proprio in questi giorni, la bassa Val Sangone e le colline intorno a Rivoli, fra Reano e Villarbasse, erano battute da uno schieramento armato che non si vedeva dai tempi, ancora recenti e dolorosi, della guerra civile.

Centinaia di agenti e carabinieri «con autocarri e due autoblinde iniziavano il rastrellamento, arrampicandosi sugli scoscesi e tormentati fianchi delle colline», dava notizia La Nuova Stampa del 25 novembre 1945.

 Partigiani e americani  

A sovrintendere alla massiccia operazione sono il questore Giorgio Agosti, nominato dal Cln, e il suo omologo della polizia militare americana Marshall, che di fatto «controlla» la rinata polizia italiana. Ma non solo. A dare «copertura» al rastrellamento ci sono anche gli ex capi partigiani Giulio e Franco Nicoletta, comandanti della divisione autonoma De Vitis. Perché? La preda della monumentale caccia all’uomo non è un personaggio qualunque.

È Carmelo «il boia», un marcantonio di due metri, siciliano, violento e mezzo analfabeta, ex partigiano della divisione Campana di Giustizia e Libertà. Sulla sua testa c’è una taglia di mezzo milione di lire. È accusato di aver compiuto la strage di Villarbasse.

 Una strage orribile  

Alla cascina Simonetto sei uomini e quattro donne sono stati orrendamente trucidati a bastonate e sprangate, poi calati nella cisterna dell’acqua dove i cadaveri già decomposti vengono scoperti solo dieci giorni più tardi. L’unico a esser risparmiato è un bambino di due anni, che dormiva e non può fornire nessuna testimonianza. Sulla base di voci, confidenze, sospetti e soffiate raccolte in paese, le indagini si orientano subito verso alcuni sbandati, ex partigiani, di origine siciliana. Nella cascina, infatti, viene ritrovata una giacca che non appartiene alle vittime ed è stata confezionata da una sartoria di Palermo.

Qualcuno nella zona comincia a parlare delle frequenti “visite” che «il boia», durante la Resistenza e nei mesi successivi, aveva compiuto alla Simonetto per ricattare l’avvocato Gianoli, proprietario della cascina.

 Le visite del «boia»  

«Carmelo il boia si recava sovente a ricattare l’avvocato – si legge sul giornale dell’epoca – e sembra anche confermata la voce che si facesse pagare mille lire alla settimana per lasciare in pace il proprietario e i suoi mezzadri». Lasciata la divisione Campana, comandata da Felice Cordero di Pamparato, il partigiano siciliano «divenne un volgare grassatore, sistemandosi, a quanto ci consta, sulla fascia collinare tra Reano, Villarbasse e Avigliana».

Fra i giornali più accaniti si segnala il quotidiano di area liberale L’Opinione, all’epoca diretto da Franco Antonicelli. «Analfabeta, violento e deficiente (Carmelo) era utilizzato più che altro come esecutore delle condanne capitali pronunciate a carico di traditori o di rapinatori, di qui il suo nomignolo di boia», si legge sul giornale del 12 dicembre.

L’ex partigiano siciliano viene poi identificato in Carmelo Fiandaca, 29 anni di Santa Caterina di Villermosa, in provincia di Caltanissetta. I quotidiani dell’epoca riportano anche il ricordo di un compagno d’armi, che dichiara di averlo visto uccidere a mani nude due giovani prigionieri fascisti che avevano provato a fuggire.

 Difesa d’ufficio  

A difenderlo restano solo i suoi ex compagni della divisione Campana. «Carmelo era un tipo manesco – scriverà molti anni dopo Michele Ficco, partigiano di GL – ammazzava le galline, ma soprattutto era un bestione, grande, grosso, brutto. Parlava solo siciliano, non sapeva leggere e scrivere». Il colpevole ideale.

Dopo settimane di inutili ricerche nella zona della Val Sangone, il presunto responsabile della strage è individuato nel paese natale, in Sicilia, dove si è appena sposato. Fiandaca viene arrestato, ma quando Michele Ficco, partito in macchina da Torino insieme con alcuni funzionari della questura, lo incontra a Caltanissetta, appare subito chiaro che Carmelo «il boia» non può aver ucciso a Villarbasse.

Il 20 novembre, giorno della strage, l’uomo aveva partecipato allo spegnimento della stalla di un vicino di casa, andata a fuoco. L’avevano visto decine di persone e ne aveva scritto persino un giornale locale.

 Il risarcimento  

Fiandaca viene portato a Torino e qui, davanti ai giornalisti, ufficialmente scagionato dalla questura. Non solo: per risarcirlo dei giorni passati in carcere e, come si direbbe adesso, per il danno d’immagine, a Carmelo «il boia» viene assegnata la taglia di mezzo milione, equivalente a 50 mensilità del salario di un operaio.

La pista siciliana si rivelerà giusta, ma gli investigatori avevano sbagliato indiziato. Quattro mesi più tardi finiranno in manette i veri responsabili: i palermitani Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D’Ignoti. I quarto assassino, Pietro Lala, sfugge alla giustizia perché è già stato ucciso a luparate nelle campagne palermitane. Verranno condannati a morte e saranno gli ultimi criminali ad essere giustiziati in Italia, il 4 marzo del 1947.

 La seconda vita  

E Carmelo «il boia»? Come in una fiaba – in questo caso nera – per lui c’è un lieto fine. Grazie ai soldi della taglia emigra con la moglie a Caracas, in Venezuela, e lì mette a frutto le «competenze» acquisite nei tempi di guerra. Come racconta sempre Michele Ficco nell’autobiografia «La gioventù che resta», pubblicata nel 2005, prima Fiandaca diventa guardaspalle di un piccolo industriale calzaturiero, poi ne eredita il laboratorio, lo amplia e riesce ad aprire quattro negozi di scarpe di lusso nel centro di Caracas, diventando ricco. Muore nel 2003, ormai quasi novantenne, cadendo dalle scale di casa.

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