Shin Dong-hyuk: “Ho capito la libertà quando ho potuto mangiare”

Pubblicato: settembre 26, 2014 in Altura e Cultura
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REUTERS
Il ragazzo fuggito da Pyongyang è a Torino Spiritualità, intervistato dal direttore della «Stampa»

Intervistato da Mario Calabresi. Shin Dong-hyuk, 32anni, è l’unica persona a essere mai evasa da un carcere di lavoro del governo di Pyongyang.

La «colpa» di Shin Dong-hyuk è di essere stato concepito per diventare schiavo. E’ nato per caso nel 1982, da genitori rinchiusi in un campo di concentramento della Corea del Nord, costretti a lavorare in condizioni disumane, quelle che il regime di Kim Il-sung – nonno dell’attuale dittatore – imponeva ai dissidenti dello Stato. Per 23 anni Shin è vissuto tra le mura della paura e delle torture delle guardie armate. Fino al 2 gennaio 2005, quando è riuscito a fuggire e a raccontare la sua incredibile storia agli occhi increduli del mondo.

La fuga dal carcere

Oggi, alle 18,30, al Teatro Carignano, il ragazzo venuto dall’inferno è a Torino Spiritualità, intervistato dal direttore della «Stampa», Mario Calabresi. Shin Dong-hyuk è l’unica persona a essere mai evasa da un carcere di lavoro del governo di Pyongyang. Al festival del pensiero presenta il libro biografico, in uscita per Codice, «Fuga dal Campo 14», già tradotto in 28 Paesi. E’ la testimonianza dolorosa e sconvolgente della sua esperienza, raccolta dal cronista statunitense Blaine Harden, un’avventura che supera il confine della disumanità. Per mettere in atto il progetto della fuga, condiviso con un prigioniero politico, Shin ha dovuto usare il corpo del compagno, folgorato da una scossa di scarica elettrica mentre scavalcava la recinzione, come una sorta di messa a terra per non subire la stessa sorte. Appena uscito, ha viaggiato per lunghi anni, passando dalla Corea del Sud alla Cina, per arrivare negli Stati Uniti.

Ambasciatore Onu

Oggi, Shin ha 32 anni e fa l’ambasciatore Onu dei diritti umani, denunciando i crimini che la Corea del Nord continua a perpetrare. Sembra più giovane della sua età, vive come una missione il racconto dell’esperienza al Campo 14, in difesa dei parenti uccisi perché lui avesse salva la vita, e degli altri 200 mila prigionieri. Tra le violenze del carcere di Kaechon, la parola libertà aveva il colore del cielo, ma era vuota di significato. «Sono passati otto anni dalla mia fuga e sto cercando di adattarmi a questa società – ha detto ieri Shin –. Ho cominciato a conoscerla da poco, non posso dire di aver avuto momenti felici». La prima prova di libertà è stata «la possibilità di mangiare». Gli sta a cuore il suo Paese: «Invitandomi, Torino Spiritualità ha dimostrato di comprendere il dramma della mia terra – ha aggiunto –. Non so se tutti capiranno fino in fondo l’atrocità e la sofferenza che stanno subendo i miei compagni e mio padre».

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