Archivio per la categoria ‘Climbing, Alpinismo & Natura’

Un intero villaggio che vive sugli alberi di castagno sui Monti Pelati nel Canavese che coniuga perfettamente vita nella natura, sviluppo sostenibile e i comfort della modernità.

Piccola, di legno e sostenibile, la casa sull’albero è il rifugio in cui vivere una vita tranquilla e a contatto con la natura, una vita in cui non si deve correre e non si deve rincorrere.

Un progetto di vita che è il desiderio di molti, vivere liberi e in simbiosi con la natura pura e semplice è la sfida che si sono proposti di affrontare gli abitanti di questa piccola comunità nata in un bosco di latifoglie.

In Piemonte, il sogno della casa sull’albero è diventato realtà. A sette metri di altezza ecco le casette a un piano unico, di legno e con le pareti ricamate da decorazioni lignee, dove vivono 12 adulti e una bambina di un anno. Immersi tra i boschi dei Monti Pelati hanno creato il primo villaggio ‘arboricolo’ di Italia. Le case, realizzate con le più innovative tecniche di bioedilizia, si integrano perfettamente alla natura e sono costruite utilizzando quanto più possibile materiali del bosco o materiali riciclati, e sorgono tutte sugli alberi di castagno ad un’altezza di 6-7 metri, supportate da grosse travi di legno, in stile vecchia palafitta.«Non siamo “figli dei fiori” o delusi della società e tanto meno eremiti», spiega Dario, papà di Galatea. E a conferma delle parole arriva il mestiere: Dario fa il manager e dirige la sua azienda che importa in Italia rum cubano. «Volevamo solo recuperare una vita che tutti noi sentivamo di perdere nelle nostre città. Qui noi non sopravviviamo, qui riusciamo a vivere più intensamente». Molti lavorano lontano ma la sera tornano sui loro alberi.

villaggio arboricolo dei Monti Pelati

Ognuno qua si costruisce il proprio “nido” con non poca fatica. È il caso di Elisabeth, che da mesi si sta dedicando alla sua casa, con l’aiuto del resto degli arboricoli. È la più grande e spaziosa del villaggio, con tre piani e includerà anche un piccolo osservatorio che lambirà le sommità delle chiome. La poesia in questo lascia spazio alla vera fatica: «Servono carrucole, corde, volontà e buone braccia», spiega Elisabeth, intenta a issare le travi che serviranno per il terzo piano, «il resto, ce lo offre il bosco e la moderna tecnologia, come i materiali utilizzati per coibentare le pareti delle case contro il freddo». Un vero e proprio lavoro d’ingegneria, che è il risultato della loro esperienza e dello studio delle case già costruite in giro per l’Europa. «Da tempo cercavamo un posto così», dice Angelo, indicandoci la sua casa esagonale a due piani, con tanto di accogliente bagno, studio e camera da letto, «finalmente abbiamo trovato quello che volevamo e ci abbiamo messo radici. Il peso delle case non può essere sostenuto da tronchi giovani che non superano la quarantina d’anni; così usiamo travi di otto metri che pesano anche cinque quintali, poggiate su grossi massi e piantate accanto ai castagni».

Il risultato è un perfetto equilibrio di forme, con la massima attenzione e cura per l’ambiente circostante: «Inutile dire che, per noi tutti, il rispetto per l’ecosistema bosco è vitale, importantissimo», sottolinea Dario mentre ci offre un sorso del suo rum cubano. Bosco che sembra accettare bene i suoi inquilini: «Fino a due anni fa, questa zona che ci circonda», spiega Maria Pia, «era impoverita dall’eccessivo sfruttamento forestale. Ma rispettando l’ambiente, il numero delle specie vegetali, dagli alberi alla erbe spontanee, sta pian piano crescendo e la natura ritrova così il suo equilibrio».

Per raggiungere le abitazioni si percorre una stretta e tortuosa strada di montagna con l’auto, fino a quando diventa necessario proseguire a piedi per arrivare in questo luogo incantato. Gli abitanti  sono manager, farmacisti, biologi, infermieri, orafi e ricercatori, e a differenza di chi potrebbe pensare che sono degli eremiti, ogni giorno si spostano per andare nei loro rispettivi posti di lavoro, per poi la sera fare ritorno nel loro piccolo mondo, dove il grande spirito di adattamento e il sacrifcio, viene ripagato con l’esperienza unica di vivere sugli alberi a strettissimo contatto con la natura. L’ora del pranzo viene comunicata a tutti i componenti della comunità con il suono di una conchiglia, e tutti si riuniscono per mangiare in uno scenario del tutto esclusivo e spettacolare.

Tra le case sugli alberi del villaggio piemontese, niente strade di asfalto, ma ponti e passerelle di legno sospese, che permettono di non scendere mai a terra per spostarsi da un punto all’altro del villaggio. Ad essere sospeso in aria è quindi l’intero villaggio, i cui abitanti, nonostante l’altezza e l’insolita abitazione non rinunciano alle comodità e alla tecnologia. Chi abita la casa sull’albero, infatti, non si fa mancare telefonino, computer e internet. Il villaggio di case sull’albero, iniziato a costruire nel 2002, è in continua espansione.

L’articolo è inspirato da  http://www.storiecredibili.it/2010/08/il-piccolo-popolo-che-vive-sugli-alberi di Antonio Gregolin Copyright 2014, pubblicato su RepubblicaXL

 

 

Partiamo da ciò che la gente racconta del Cammino di Santiago de Compostela: un’esperienza bellissima, commuovente, il contatto con la natura, con te stesso e bla bla bla.

Sarebbe però troppo semplice parlare di come il Cammino mi abbia cambiato la vita, di come dopo tanti anni abbia ritrovato me stessa e di come il mio compagno di viaggio sia diventato un fratello di sangue.
Parliamo, quindi, di quello che la gente NON ti dice.

camino de santiago_cartelli

1) La prima cosa che nessuno ti racconta è la fatica.
Non che non venga menzionata insieme al numero dei km percorsi, ma, come i dolori del parto, sembra che assuma un ruolo secondario rispetto alla gioia della meta raggiunta. Beh… non è così!
Il cammino di Santiago è fatica. Quando abbiamo varcato la porta del Cammino a Saint Jean Pied de Port, avevamo fatto i primi 100 metri in salita verso i Pirenei e il mio pensiero è stato “Chi diavolo me l’ha fatto fare?”
E non è che poi migliora, anzi.

Se il primo giorno sei ancora ben in forze, dal secondo iniziano le vesciche, dolori a muscoli che non pensavi d’avere. Il tuo corpo ti prende quasi in giro: non tutti i giorni nello stesso punto. Ti svegli ed hai dolori ad un ginocchio, probabilmente per l’ora di pranzo ti farà male un piede ed all’arrivo non sentirai più le spalle.
É ovvio che è fattibile: se l’ho fatto io, possono farlo tutti.
Ma non credete alla novella del “Sì, è lungo… ma quando arrivi a Santiago…”.
Frottole: ho avuto i dolori per il mese successivo al rientro e tuttora, quando meno me l’aspetto, salta fuori la tallonite.

Il fatto che sia fattibile, non vuol dire che il tuo corpo sia abituato a percorrere 40 km al giorno.
E non passerà in secondo piano.

2) La seconda cosa di cui nessuno ti parla è la perdita di ogni dignità.
Per carità, non che tu non abbia modo, mentre cammini, di fare una grande analisi introspettiva e rimettere a posto svariate parti di te, ma il pensiero è comunque fisso sui tuoi piedi. E non ci puoi fare niente: in un contesto normale entreresti mai in un bar ad ordinare tortilla e birra alle 9 la mattina a piedi nudi? In un contesto normale, rivolgeresti mai la parola ad uno sconosciuto, mentre con una mano tieni la suddetta tortilla e con l’altra ti massaggi i piedi con veemenza inaudita?

3) La terza cosa che nessuno ti racconta è come il Cammino uccida ogni forma di erotismo e sensualità.
Esiste la leggenda di grandi amori sbocciati durante il percorso e pare esista addirittura un manuale di istruzioni su come corteggiare la pellegrina.
Io li vorrei vedere in faccia, uno ad uno, quelli che si sono fidanzati facendo questo Cammino.
Devo ammettere che ho anche un amico che, a distanza di due anni, ha una storia con una ragazza di Madrid conosciuta negli ultimi 100 km. Avrei capito si fossero innamorati nei primi 10 km quando sei ancora (forse) fresco di doccia, ma negli ultimi 100 è assolutamente inconcepibile.

Il primo giorno sei pulito, gli indumenti nel tuo zaino sanno di sapone.
Il terzo giorno sei troppo stanco per ricordarti se la T-shirt che indossi è quella che hai lavato il giorno precedente o se è quella con cui sei partito.
Dal quarto giorno in poi, il tuo primo pensiero all’arrivo è quello di toglierti le scarpe e (se è il giorno in cui pensi di star per morire…) senza nessuna esitazione, ficchi il tuo piede sanguinante in mano al tuo compagno di viaggio che, se è misericordioso come lo era il mio, con una mano ti asciuga le lacrime, con l’altra ti lava l’estremità puzzolente, ti cura le ferite e ti calma e lì… insieme all’apparizione della Madonna, vedi il vero miracolo di Santiago perché lo sventurato ha una terza mano per versarti la birra.

Ciò che consola alla fine del giorno successivo, che spendi a maledirti per il tuo gesto impulsivo, è che vedrai quell’uomo, talmente bello da esser la dimostrazione dell’esistenza di Dio, in mezzo ad un cortile, con i calzoni tirati su, ed i piedi in una bacinella rosa pastello. Dopo questo momento, deciderai di aspettare di tornare a casa per fidanzarti: fidati.

Comunque, fidatevi anche di chi vi dice che il Cammino di Santiago è stupendo: è vero.

É stata la cosa più bella che io abbia mai scelto di fare e, se avrete la fortuna di sentire il bisogno di intraprendere questo Cammino, fate lo zaino e partite perché, alla fine, non avrà importanza se avrete faticato peggio dei muli, se avrete perso di dignità, se non vi sarete trovati il fidanzato, perché tutto questo può essere irrilevante: il conoscere od il ritrovare se stessi, no!
Ultreya e buen Camino!

– See more at: http://fringeintravel.com

Specialista delle salite in velocità, è stato candidato all’Oscar dell’alpinismo per la via nuova in solitaria lungo la parete Sud dell’Annapurna. Nella giuria anche lo scrittore Erri De Luca.

Lo svizzero Ueli Steck sul Monte Bianco
Courmayeur

A guardare le cinque nomination dell’Oscar dell’alpinismo, i «Piolets d’or», tutto sembra annunciare la vittoria di Ueli Steck, formidabile alpinista svizzero che ha fatto della velocità negli ambienti più severi e impegnativi la sua caratteristica. L’edizione numero 22 dei piolets si svolgerà tra Courmayeur e Chamonix dal 26 al 29 marzo. La giuria presieduta da George Lowe dovrà far dimenticare quanto accaduto lo scorso anno, con un clamoroso premio a tutti i nominati.

Steck ha ottenuto la nomination per la salita in solitaria su una via nuova lungo la Sud dell’Annapurna (8061 metri). L’alpinista a conclusione dell’impresa ha riconosciuto: «Questa volta mi sono spinto oltre i miei limiti». Per alcune varianti sulla classica alla Sud hanno già ottenuto un riconoscimento speciale i francesi Stephane Benoist e Yannick Graziani.

Steck, che ha raggiunto la cima dell’Annapurna in velocità (meno di 28 ore), dovrà riuscire a superare la sfida con le altre quattro spedizioni nominate. Eccole: la coppia dello statutinitense Mark Allen e il neozelandese Graham Zimmerman che hanno superato l’inedito sperone Nord-Est del Monte Laurens, in Alaska; i canadesi Raphael Slawinski e Ian Welsted poer la prima sulla Ovest del K6 (Pakistan); i cechi Zdenek Hrudy e Marek Holecek per la prima sulla nord del Talung (Nepal); lo svizzero Simon Anthamatten e gli austriaci Hansjorg e Matthias Auer per aver salito per primi la est del Kunyang Chhish (Pakistan).

In giuria ci sono anche lo scrittore Erri De Luca e dagli alpinisti Denis Urubko, Catherine Destivelle e, ancora, il giornalista e alpinista coreano Sungmuk Lim e la scrittrice austriaca Karin Steinbach. Il Piolet d’or alla carriera sarà assegnato allo statunitense John Roskelley, celebre per essere arrivato sulla vetta del Makalu (8481 metri) in solitaria dopo aver superato lo sperone Ovest e per essere stato il protagonista della prima sulla grandiosa faccia Nord-Ovest del Nanda Devi nel 1976.

Last fall, from October 26-30, 2011, more than 600 climbers gathered with our team for Petzl RocTrip China. All participants discovered and enjoyed more than 250 brand new pitches on unbelievable limestone especially prepared for the event.

Among the highlights of the film, watch Dani Andrada’s first ascent of the extremely difficult 7-pitch Corazon de Ensueno (8c/5.14b), a route he put up in 2010 over the course of two trips to the area to prepare for the RocTrip. For this outstanding feat, Dani was awarded Climbing Magazine’s prestigious Golden Piton.

Other sequences include Steph Bodet and Arnaud Petit sending their project, Lost in Translation (8a+/5.13c), Gabriele Moroni’s first ascent of Coup de Bambou (9a/5.14d), as well as other images of spectacular climbs up and down the valley.

More infos, pictures, guidebook and wallpapers to download on http://www.petzl.com

Complete soundtrack will be available soon for downloading: http://www.barakaflims.com

Get more info, pictures, guidebook and wallpapers to download on the Petzl webiste: http://bit.ly/KXSV8O

 

 

 

 

 

 

Una veduta del Monte Bianco, il luogo del ritrovamento

Sulla scatola la scritta
“Made in India” ha fatto pensare
che sia appartenuta al passeggero
di un aereo indiano schiantatosi
sul Monte Bianco nel secolo scorso.

Smeraldi, rubini, zaffiri. Per un valore che va dai 130 mila ai 246 mila euro. È un vero e proprio tesoro quello ritrovato su un ghiacciaio del Monte Bianco da un giovane alpinista savoiardo.

Il ragazzo scorta la cassettina metallica mentre stava facendo un’escursione, ha deciso di consegnare tutto alla polizia. Un comandante ha spiegato che “nel caso non si riesca a ritrovare il legittimo proprietario, le gemme potranno essere consegnate al giovane alpinista”.

Sulla scatola, la scritta “Made in India” fa pensare che lo scrigno possa essere appartenuto a un passeggero di un aereo indiano schiantatosi contro la montagna a metà del Novecento.

Sono due gli aerei indiani che si sono schiantati sul Monte Bianco nel secolo scorso: uno nel 1950, l’altro nel 1966. Sul primo – nella catastrofe persero la vita 58 persone – viaggiava la principessa del Malabar. Circa sedici anni dopo, il 24 gennaio del ’66, cadde sul ghiacciaio un boeing 707 dell’Air India diretto da Bombay a New York. Nell’occasione ci furono 117 morti.

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GINEVRA – Un bambino di 11 anni di Berna (Svizzera) è morto domenica sul ghiacciaio di Gornergletscher, a Zermatt, sulle Alpi Svizzere, colpito da una roccia mentre partecipava a un corso di alpinismo.

Lo ha reso noto la polizia del cantone del Vallese. La vittima faceva parte di un gruppo di 13 persone (sette adulti e sei bambini), che si trovavano sul ghiacciaio in discesa verso Zermatt, dopo aver passato la notte fra sabato e domenica al rifugio Monte Rosa. Il gruppo ha attraversato il ghiacciaio in cordata, con una cordata da 8 persone e una da 5. Una lastra di roccia si è improvvisamente staccata sopra gli alpinisti e ha colpito il bambino, il quinto della prima cordata. I soccorsi, arrivati subito, hanno trasportato il piccolo ferito in elicottero in un ospedale di Berna, dove è morto per le ferite. La polizia ha aperto un’inchiesta. La notizia arriva a due giorni dalla morte del piccolo Tito, campione italiano e mondiale di arrampicata libera a soli 12 anni.

Ancora rovesci e temporali. Il meteorologo francese: “Sarà un anno senza estate”.

Durante la notte scorsa il Mediterraneo occidentale ha visto l’arrivo della perturbazione n.12 del mese di maggio che tra oggi e venerdì porterà piogge, rovesci e temporali su buona parte dell’Italia. Il sistema nuvoloso è seguito da una massa d’aria fredda di origine polare marittima che ancora una volta è riuscita a spingersi fino alle basse latitudini, scorrendo lungo il bordo orientale dell’Anticiclone delle Azzorre che, invece di allungarsi verso il Mediterraneo, ancora una volta ha preferito espandersi verso le alte latitudini.

Sarà proprio questa aria fredda che, facendo ingresso nella giornata odierna sui nostri mari di ponente, andrà a complicare la fase di guarigione del tempo. Infatti, proprio quando si vengono a creare queste situazioni, al seguito del passaggio della perturbazione vera e propria dobbiamo fare i conti con l’instabilità che mantiene attive le condizioni favorevoli allo sviluppo di rovesci e temporali. Fin quanto durerà questa situazione? La fase caratterizzata da condizioni prettamente instabili, a tratti anche perturbate, sarà quella che andrà da oggi fino a venerdì (in figura la previsione per domani, la giornata peggiore), anche se gradualmente assisteremo alla formazione di fenomeni sempre meno intensi.

Nel fine settimana, invece, con il lento allontanamento della bassa pressione verso la penisola balcanica, la situazione andrà gradualmente migliorando ad iniziare dai versanti occidentali che si libereranno prima dalla circolazione di aria fresca. Questa, invece, fino a tutta la giornata di domenica insisterà in modo particolare sulle regioni di Nord-Est e lungo il versante adriatico. E anche le temperature, dopo il calo che subiranno tra oggi e domani fino a portarsi al di sotto della media del periodo sulle regioni centro-settentrionali, torneranno nuovamente a risalire, per raggiungere i valori tipici del periodo, senza comunque ancora sconfinare nel caldo.

www.meteogiuliacci.it


L’ESPERTO: “IL 2013 SARA’ UN ANNO SENZA ESTATE”

Il meteorologo francese Laurent Cabrol ha lanciato l’allarme: il 2013 potrebbe essere un anno senza estate. L’allerta riguarda in primo luogo la Francia, ma riguarda anche Svizzera e Italia, soprattutto quella del Nord. In Francia non si parla d’altro delle ultime previsioni del tempo di Cabrol, molto seguito in patria. L’esperto ha dichiarato: “Corriamo un serio rischio di vivere un anno senza estate. La colpa? La temperatura dell’acqua troppo fredda. Non solo quella dell’Atlantico ma anche quella del Mediterraneo. E poi la troppa umidità”. Insomma, per precauzione sarà meglio non mettere via felpe e maglioncini, potrebbero tornare buoni anche a Ferragosto

Se il clima cambia anche gli alberi migrano grazie all’ambizioso progetto degli Arcangeli dei Vecchi Alberi

Immagine sequoia_gigante500

Clonare gli alberi più antichi e grandi del pianeta.
Quelli che hanno vissuto e visto più di qualunque altro essere vivente sulla Terra.

E’ questa l’ambizioso progetto di cui si occupano gli Arcangeli dei Vecchi Alberi, un’associazione senza fini di lucro che sta cercando di salvare il patrimonio genetico degli alberi che sono sopravvissuti a malattie, tempeste e siccità.

Da oltre 15 anni, ricercatori e scienziati dell’associazione si arrampicano su piante alte come grattacieli per raggiungere le estremità più giovani e raccogliere campioni di rami e gemme da cui verrà estratto il DNA.

L’associazione americana sta creando una vera e propria libreria arboricola in cui sono conservati esemplari come
la millenaria quercia di Brian Boru in Irlanda piantata, secondo la leggenda nel 1001.
Oppure la
–  sequoia di Alonzo Stagg, nella Sierra Nevada della California. Un albero vecchio di 3 000 anni, alto quasi 80 metri, con una circonferenza alla base di 34 metri.

Quando la clonazione va a buon fine, parte poi la seconda parte del progetto: la ricerca del luogo più adatto dove piantare gli alberi che in alcuni casi può non corrispondere al luogo di origine.

E’ il caso di alcune sequoie americane che sono state piantate in Germania, Irlanda, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia. Secondo le previsioni dei cambiamenti climatici, questi  nuovi ambienti si riveleranno nel tempo più adatti degli habitat originari che si stanno deteriorando.
In poche parole: Il clima cambia e gli alberi migrano.

La società  degli Arcangeli ricorda che l’uomo ha già distrutto il 98 per cento delle foreste di antica crescita. E che ora sono a rischio anche i campioni sopravvissuti centinaia se non migliaia di anni.

Nel Mondo persi 300 milioni di ettari di foreste in 20 anni

Quest’oggi è la giornata mondiale delle foreste. Un patrimonio verde che tutti noi dovremmo conservare e valorizzare, ma che spesso cadono sotto i tentacoli del business senza scrupoli.
I dati sono disarmanti: ogni anno nel mondo vengono persi 13 milioni di ettari di foresta. La più grave perdita però proviene dall’Amazzonia, vero banca delle biodiversità. Si pensi in questa immensa foresta pluviale un albero può contenere 1.500 specie di insetti e un ettaro più di 400 specie arboree.

In Italia per fronteggiare la perdita di foreste, Federparchi, Kyoto Club e Legambiente nel 2007 hanno dato vita al Comitato Parchi per Kyoto, che si occupa di attivare progetti di forestazione nelle aree protette e promuovere campagne d’informazione per una gestione sostenibile del territorio. Fino ad ora il Comitato ha avviato quasi 30 progetti, coinvolgendo 44 aree protette per un totale di 76.051 alberi piantumati.

Le foreste sono infatti non solo un centro di biodiversità, ma anche fondamentali verso una mitigazione del cambiamento climatico, al rischio dissesto idrogeologico e alla qualità dell’acqua e dell’aria.

Unica nota positiva: stanno aumentando gli spazi di verde urbano nei grandi centri industrializzati. Speriamo sia di buon auspicio per un futuro più ecosostenibile almeno nelle nostre città fin troppo inquinate.

Fonte:Repubblica.it

Nanga Parbat, Nardi tenta l’impresa

Il Nanga Parbat, 8125 metri
Daniele: “Mi sono allenato facendo nuoto in apnea. È un test”

E alla fine Daniele Nardi restò solo. L’alpinista di Sezze Romano (Latina), 36 anni, partirà il 27 dicembre per il Nanga Parbat, la montagna più grande della Terra che raggiunge gli 8125 metri. Obiettivo, prima salita invernale lungo il versante Diamir, lo stesso che ha respinto a gennaio lo sfortunato tentativo di Simone Moro e di Denis Urubko, che non hanno mai avuto una finestra di bel tempo, soltanto un susseguirsi di bufere. Nardi avrebbe dovuto aggregarsi alla spedizione «Jasmine» con americani, ungheresi e romeni, ma è stata annullata. «Pace, io ho i permessi e sono preparato, vado con due alpinisti pakistani». Preparazione singolare, quella di Nardi che ha all’attivo quattro ottomila tra cui anche il Nanga Parbat, versione estiva, lungo la stessa via del Diamir che tenterà verso la fine di gennaio. Spiega: «Ho fatto tanto nuoto in apnea». Scusi? «Alle alte quote il problema è la difficoltà di respirazione, la mancanza di ossigeno insomma. Non so se questo mio allenamento mi sarà utile, è un test. Vedremo». Per due mesi l’alpinista venuto dal mare ha nuotato e fatto allenamenti di respirazione accompagnato da una specialista, la campionessa italiana di apnea Ilaria Molinari. Ha imparato a utilizzare l’ossigeno immagazzinato laddove non c’è modo di aggiungerne ai polmoni, sott’acqua. «Mi sembra di aver imparato», dice con una certa prudenza. E con umiltà aggiunge: «Affronto questa spedizione con timore reverenziale. Non soltanto perché il Nanga Parbat rappresenta mito e storia dell’alpinismo, ma perché ho avuto modo di conoscerne le difficoltà e l’ambiente più che severo quando nel 2008 ho raggiunto la vetta seguendo la via Kinshofer». La stessa che seguirà a gennaio, sulla sinistra della grande parete Nord-Ovest. Ha un sogno Nardi che svela con tanti interrogativi da risolvere una volta che sarà giunto al campo base. «Sarebbe fantastico se potessi risalire la via centrale, lungo i ghiacciai percorsi dai fratelli Reinhold e Gunther Messner nel 1970. Fu una discesa terribile e Gunther morì in una valanga». Con Daniele ci saranno i pakistani Alì Mohammed e Assan, conosciuti durante la sua salita al K2. Alpinisti con esperienza sulle montagne di casa. Spedizione in stile alpino, molto leggera. Con loro due cuochi per il campo base e un cineoperatore-alpinista, Federico Santini. «Credo – dice Nardi – che Federico potrà accompagnarci per un lungo tratto, ne ha la capacità». Nella grande catena del Karakorum ci saranno altre due spedizioni, ma tutte ridimensionate per problemi di finanziamenti. Una sarà sul versante opposto al Diamir, l’immensa parete Rupal, che fu salita per la prima volta dai Messner nel 1970. Sarà un team polacco guidato da Tomasz Lackiewicz. Polacchi anche al broad Peak, Ottomila vicino al K2. Il loro leader è un grande pioniere delle invernali in Himalaya, Krzysztof Wielecki, che nel suo curriculum ha le prime salite invernali a Everest, Lhotze e Kangchenjunga.