Posts contrassegnato dai tag ‘altura e cultura’

The Post Internazionale – mondo

Che cos'è l'Isis e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi, la guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo, 
di Alessandro Albanese Ginammi
L'Isis, spiegato

Articoli CorrelatiAfghanistan, viaggio nei manicomiCome i media devono trattare l’IsisLa vita delle donne sotto l’IsisCosa succede in LibiaL’Egitto bombarda l’Isis in Libia

Dieci cose da analizzare per cercare di capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

1. Il nome: Isil, Isis o Stato Islamico?

Il 29 giugno 2014, il gruppo di jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) – più noto come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) – annunciano la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

“Le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’ sono state rimosse dal nome dello Stato Islamico nei documenti ufficiali”, precisa in quella occasione il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad al-Adnani. L’obiettivo, infatti, è di ridefinire i confini del Medio Oriente.

Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico e le vittorie a raffica conseguite nell’arco di poche settimane nel mese di giugno sono state costruite in realtà in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Nello speciale del New York Times “Lo Stato canaglia lungo il Tigri e l’Eufrate” vengono mappate le conquiste e gli insediamenti dello Stato Islamico.

Nell’audio diffuso su internet dai jihadisti il mese scorso, il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?

Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce a Baghdad all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero della capitale irachena dove convivono sciiti e sunniti.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan. Nel 2005 l’esercito americano lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell’Isis: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie sotto la sua guida saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie.

La storia è stata raccontata su The Post Internazionale. Un profilo del misterioso califfo anche su The Guardian, al-Monitor, BuzzFeed e BBC.

3. Chi sono i combattenti arruolati nello Stato Islamico?

Più di 80mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Tre anni fa, il gruppo terroristico era formato da soli 1.000 militanti armati.

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di un lavoro, molti di loro parlano inglese, partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino, con passaporto europeo, attratti dalla propaganda dei jihadisti. Alcuni arrivano anche dalla Spagna.

In Siria e Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico. A Raqqa, considerata la capitale, uomini e donne armati controllano la popolazione con la forza. Niente musica o intrattenimento. Un video segreto mostra la vita nella roccaforte dello Stato Islamico. In un altro video, il Wall Street Journal descrive la vita e le attività nella capitale dello Stato islamico.

Da leggere: la storia di Adeba Shaker, una ragazza yazida di 14 anni scappata dalle grinfie dei suoi rapitori.

Sono stati recentemente scoperti alcuni dei loro campi di addestramento, scovati da alcuni citizen investigative journalists britannici utilizzando da casa Google earth e Bing maps.

4. Dove prende i soldi lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari. Talebani, Hezbollah, FARC, Al Shabaab e Hamas sono staccati nettamente con 560, 500, 350, 100 e 70 milioni di dollari. Lo Stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al business del petrolio, aumentando quotidianamente il suo capitale dopo la conquista della città irachena di Mosul.

Oltre al petrolio (circa 1.095 miliardi di dollari), il suo patrimonio è costituito da: 430 milioni di dollari rubati nelle banche depredate lungo il cammino di conquiste, 96 milioni di dollari grazie al riciclaggio di denaro nella zona di Mosul, 36 milioni dal business dei tesori archeologici e circa 343 milioni da altre attività ancora da chiarire.

Controllo di pozzi petroliferi in Siria e Iraq, città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

In molti sostengono che i soldi provengano anche dalle elite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo. Le donazioni private dirette verso lo Stato Islamico passano anche attraverso il confine turco-siriano, come riporta il Washington Post.

Sempre il Washington Post, ha individuato poi nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti avrebbero comprato alcune delle loro attrezzature. Il centro commerciale dello Stato Islamico si trova in Turchia?

5. Come funziona la loro strategia del terrore online?

40mila è il numero di tweet che sono stati inviati in un solo giorno dai sostenitori dello Stato Islamico. Esiste una sofisticata rete di account Twitter collegati tra loro che amplificano ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione.

Internet, video, foto, pagine social, da Twitter a Facebook, da YouTube ai semplici blog, la nuova guerra del terrore dello Stato Islamico si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo), secondo una precisa social media strategy.

Gli sforzi per diventare un marchio del terrore si realizzano anche con la propaganda attraverso gadget: riviste, magliette, abbigliamento e passaporti falsi. Si possono comprare anche a Istanbul. E la propaganda prevede anche che i militanti distribuiscano caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali, non solo odio e decapitazioni per fare proseliti.

6. Le decapitazioni e i video del terrore

Il 19 agosto i jihadisti dello Stato Islamico hanno pubblicato un video in cui mostrano la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012, minacciando gli Stati Uniti di uccidere anche un altro ostaggio statunitense, il giornalista Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013.

Qui il video della decapitazione di Foley. Il carnefice, secondo The New Yorker, The Telegraph e Quartz, sarebbe un rapper di origine inglese di nome John. Mentre una ragazza britannica, Khadijah Dare, promette di diventare la prima donna a decapitare un prigioniero occidentale in Siria. The Post Internazionale ha pubblicato l’ultima lettera di James Foley.

Il 2 settembre lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo video che mostra la decapitazione di un altro reporter americano: è Steven Sotloff, il giornalista mostrato negli ultimi istanti del video della decapitazione di Foley.

Anche il terzo ostaggio dello Stato Islamico è stato decapitato: si tratta del britannico David Cawthorne Haines. Il video, intitolato “A Message to Allies of America”, è stato rilanciato dagli specialisti del SITE Intelligence Group, che monitora le organizzazioni terroristiche online.

Il quarto ostaggio, il reporter britannico John Cantlie, non è stato decapitato. Il prigioniero viene usato come messaggero in altri due video che sono stati diffusi. Nel primo ha chiesto di essere ascoltato e che non si faccia disinformazione sullo Stato Islamico, nel secondo dice di essere stato abbandonato dal Regno Unito e di avere importanti rivelazioni. È stato poi decapitato un altro ostaggio, questa volta francese, in Algeria. 

7. Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico?

Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. La puoi comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase: “There is no god but God, Muhammad is the messenger of God”. La storia è raccontata dal Washington Post.

Leggi anche la storia della jihadista più ricercata al mondo, Lady al-Qaeda, su The Post Internazionale.

8. Obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno Stato?

Risponde Vittorio Emanuele Parsi, direttore di ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0.

Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra – 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro.

Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno Stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione – Iraq e Siria.

L’organizzazione territoriale serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.

La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda. In una versione post-moderna che comunica come noi.

Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, questo però ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa”.

9. Chi c’è dietro allo Stato Islamico e come combatterlo?

Cresce l’opinione, in Iraq, che gli Usa stiano usando l’Isis come scusa per intervenire di nuovo in Medio Oriente. Tuttavia, un docente dell’Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, sostiene che il terrorismo islamico nasca dal movimento salafita.

Come si fa a sconfiggere lo Stato Islamico? Risponde Chelsea E. Manning, militare e attivista statunitense.

Intanto, al confine con la Turchia i curdi combattono contro lo Stato Islamico. Bambini curdi a Yumurtalik, in Turchia (nella foto qui sotto) e 140mila siriani, perlopiù curdi, hanno attraversato il confine per entrare in Turchia e cercare rifugio.

10. Il documentario

Il reporter di VICE News Medyan Dairieh ha passato tre settimane tra i combattenti dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria. Dairieh è un corrispondente di guerra ed è il primo giornalista di una testata occidentale a realizzare un reportage sullo Stato Islamico.

Il documentario è diviso in cinque parti: la diffusione del Califfato, il reclutamento dei bambini per il jihad, il rafforzamento della sharia, il trattamento dei cristiani rimasti in città e lo stato in cui si trova il confine tra Siria e Iraq.

Il video mette in luce come funziona il nuovo Stato: leggi, tribunali, tasse e reclutamento, mentre i soldati combattono al fronte.

Il trailer di 1 minuto.

Il documentario integrale.

In collaborazione con Dario Sabaghi, Giulia Alfieri e gli altri membri della redazione di The Post Internazionale.

Le analisi di Marx andrebbero oggi ripensate, non soltanto le anisi economiche ma anche quelle politiche. Marx ci può dire ancora molto, noi lo trattiamo come un cane morto ma un cane morto non è…

Prof. P. Becchi;

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/05/17… Ha incontrato Paolo Becchi, docente ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, filosofo e giornalista. Nel video, la chiacchierata distensiva e filosofica sui temi dell’euro, dell’Europa come costruzione elitaria e le sue ricette: uscita dall’euro e recupero della sovranità monetaria e della sovranità politica.
Perchè, dice Becchi, “meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”.

 Colui che fece paura a Helmut Kohl,

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/06/09…

Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Antonino Galloni, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05
Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quel’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

REUTERS
Il ragazzo fuggito da Pyongyang è a Torino Spiritualità, intervistato dal direttore della «Stampa»

Intervistato da Mario Calabresi. Shin Dong-hyuk, 32anni, è l’unica persona a essere mai evasa da un carcere di lavoro del governo di Pyongyang.

La «colpa» di Shin Dong-hyuk è di essere stato concepito per diventare schiavo. E’ nato per caso nel 1982, da genitori rinchiusi in un campo di concentramento della Corea del Nord, costretti a lavorare in condizioni disumane, quelle che il regime di Kim Il-sung – nonno dell’attuale dittatore – imponeva ai dissidenti dello Stato. Per 23 anni Shin è vissuto tra le mura della paura e delle torture delle guardie armate. Fino al 2 gennaio 2005, quando è riuscito a fuggire e a raccontare la sua incredibile storia agli occhi increduli del mondo.

La fuga dal carcere

Oggi, alle 18,30, al Teatro Carignano, il ragazzo venuto dall’inferno è a Torino Spiritualità, intervistato dal direttore della «Stampa», Mario Calabresi. Shin Dong-hyuk è l’unica persona a essere mai evasa da un carcere di lavoro del governo di Pyongyang. Al festival del pensiero presenta il libro biografico, in uscita per Codice, «Fuga dal Campo 14», già tradotto in 28 Paesi. E’ la testimonianza dolorosa e sconvolgente della sua esperienza, raccolta dal cronista statunitense Blaine Harden, un’avventura che supera il confine della disumanità. Per mettere in atto il progetto della fuga, condiviso con un prigioniero politico, Shin ha dovuto usare il corpo del compagno, folgorato da una scossa di scarica elettrica mentre scavalcava la recinzione, come una sorta di messa a terra per non subire la stessa sorte. Appena uscito, ha viaggiato per lunghi anni, passando dalla Corea del Sud alla Cina, per arrivare negli Stati Uniti.

Ambasciatore Onu

Oggi, Shin ha 32 anni e fa l’ambasciatore Onu dei diritti umani, denunciando i crimini che la Corea del Nord continua a perpetrare. Sembra più giovane della sua età, vive come una missione il racconto dell’esperienza al Campo 14, in difesa dei parenti uccisi perché lui avesse salva la vita, e degli altri 200 mila prigionieri. Tra le violenze del carcere di Kaechon, la parola libertà aveva il colore del cielo, ma era vuota di significato. «Sono passati otto anni dalla mia fuga e sto cercando di adattarmi a questa società – ha detto ieri Shin –. Ho cominciato a conoscerla da poco, non posso dire di aver avuto momenti felici». La prima prova di libertà è stata «la possibilità di mangiare». Gli sta a cuore il suo Paese: «Invitandomi, Torino Spiritualità ha dimostrato di comprendere il dramma della mia terra – ha aggiunto –. Non so se tutti capiranno fino in fondo l’atrocità e la sofferenza che stanno subendo i miei compagni e mio padre».

Veniva realizzata anche con i punteruoli per rompere il ghiaccio e rovinò la vita a migliaia di pazienti come Rosemary Kennedy

lobotomia

Una decina di giorni fa è uscito nei cinema italiani Sucker Punch, il nuovo film di Zack Snyder. Il film racconta la storia di Baby Doll, una ragazzina che negli anni Cinquanta viene ricoverata in un istituto di igiene mentale per essere lobotomizzata. I medici dell’istituto utilizzano metodi particolarmente violenti e operano i pazienti con i punteruoli solitamente utilizzati come rompighiaccio. Quella del film non è un’esagerazione, come spiega Annalee Newitz su io9.com: Walter Freeman, uno dei più celebri medici esperti di lobotomia utilizzò proprio uno strumento simile per compiere migliaia di operazioni negli anni Quaranta.

Verso la metà del ventesimo secolo, la lobotomia era una “cura” talmente popolare per le malattie mentali che un collega di Freeman, Antonio Egas Moniz, vinse il premio Nobel per la medicina nel 1949 per aver perfezionato l’operazione. Mentre Moniz trattava i propri pazienti in Europa, Freeman negli Stati Uniti iniziò a utilizzare un punteruolo da ghiaccio, così da effettuare anche 25 lobotomie in un solo giorno, senza anestesia, spesso in presenza della stampa. Le folli pagliacciate di Freeman non spaventavano i potenziali clienti: la sorella di John Fitzgerald Kennedy, Rosemary, fu lobotomizzata da Freeman, operazione che la lasciò in stato vegetativo per il resto della sua vita. E lei era solo una delle tante persone la cui “cura” equivalse più a una “zombificazione” che alla liberazione da una angoscia mentale.

Molti storici tendono ad attribuire a Moniz e Freeman l’invenzione della lobotomia nei primi anni Trenta, ma in realtà il loro lavoro si basò sulle ricerche di molti altri medici e scienziati risalenti anche alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Nel 1880 lo svizzero Gottlieb Burckhardt eseguì alcune operazioni sul lobo frontale di diversi pazienti e su altre parti del cervello. Moniz e Freeman rimasero affascinati, leggendo i resoconti del medico svizzero, dalla possibilità di separare il lobo frontale dal resto del cervello. I due pensavano che questa procedura potesse eliminare i forti stress dei pazienti legati alle emozioni.

Moniz e Freeman iniziarono così a compiere i loro esperimenti sui pazienti. Uno dei primi tentativi di Moniz interessò una giovane donna, mentalmente instabile: praticò due fori nella parte frontale del cranio della paziente e vi iniettò dell’alcol. La tecnica fu poi affinata utilizzando particolari uncini e altri strumenti per estrarre parte del cervello ed eliminare le connessioni dei neuroni. Queste procedure erano compiute alla cieca perché era troppo rischioso scoperchiare la scatola cranica, così i medici che praticavano la lobotomia dovevano indovinare il punto in cui affondare gli strumenti.

A partire dagli anni Quaranta sia Moniz che Freeman iniziarono a pubblicare numerosi articoli per far conoscere la “cura” che, secondo loro, poteva risolvere molte patologie e che aveva dimostrato di ridurre l’aggressività e gli impulsi suicidi dei pazienti. Nel corso di una conferenza alla New York Academy of Medicine del 1942, Freeman e un collega spiegarono che dopo una lobotomia i pazienti diventavano «indolenti» a volte «taciturni», ma comunque molto più affettuosi verso i loro familiari, come dei «bambini».

Moniz, in un articolo del 1937 sulla procedura, descrive il caso di una donna di Lisbona che venne curata dopo che il marito l’aveva portata in Congo, dove si sentiva infelice e «incapace di provvedere alla casa». Il marito la forzò a tornare a Lisbona, contro la sua volontà, ed ella divenne progressivamente turbata perché si aspettava da un momento all’altro che potessero «accadere eventi terribili» ed era convinta che qualcuno avrebbe potuto ucciderla. Col senno di poi, sembra chiaro perché si sentisse in questo modo, ma Moniz scrive che dopo una lobotomia frontale la donna guarì, «benché divenne un poco reticente». Benché molti pazienti di Moniz e Freeman divennero sostanzialmente catatonici, mentre altri non migliorarono, la “cura” apparve sufficiente per far diventare la lobotomia una pratica standard negli istituti di igiene mentale tra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Freeman nel corso degli anni cercò di migliorare le procedure di Moniz, rendendole più rapide per ottimizzare i tempi. Sperimentò così una pratica ambulatoriale che prevedeva l’uso di un punteruolo per rompere il ghiaccio. La procedura veniva eseguita in una decina di minuti con l’aiuto di un martello per praticare i fori nella porzione di fronte poco sopra le due orbite. Quando il punteruolo era all’interno del cranio, Freeman lo inclinava e lo faceva roteare per rompere le connessioni nervose tra materia grigia e bianca. L’operazione avveniva spesso senza anestesia dopo un elettroshock per disorientare i pazienti e lasciarli poco vigili.

Molti medici presero le distanze da Freeman, che grazie alle proprie capacità comunicative riuscì comunque a riscuotere un grande successo tanto da essere conteso da numerosi istituti di igiene mentale, desiderosi di apprendere la tecnica ambulatoriale per le lobotomie. Negli anni seguenti i progressi della medicina portarono alla produzione di farmaci in grado di “lobotomizzare” chimicamente i pazienti senza la necessità di interventi diretti e la pratica, spesso contestata, fu progressivamente abbandonata.

Secondo alcuni medici i farmaci utilizzati oggi sono dannosi quanto le lobotomie, perché rendono i pazienti incapaci di provare emozioni e li rendono apatici. Nonostante ciò, i farmaci vengono correntemente usati per gli stessi motivi per cui venivano realizzate le lobotomie settant’anni fa: calmare chi ha seri problemi psichici, avere meno problemi con i familiari e con chi deve accudire i pazienti.

Negli ultimi anni si sta affermando la lobectomia, una particolare procedura che deriva dalla lobotomia e che serve per trattare i pazienti epilettici. Le crisi epilettiche a lungo andare possono causare seri danni cerebrali, dunque spesso i medici ritengono più opportuno rimuovere il lobo temporale per evitare nuove crisi. Non si tratta di operazioni condotte alla cieca come quelle di Freeman e i chirurghi lavorano per conservare il più possibile le altre aree del cervello.

Specialista delle salite in velocità, è stato candidato all’Oscar dell’alpinismo per la via nuova in solitaria lungo la parete Sud dell’Annapurna. Nella giuria anche lo scrittore Erri De Luca.

Lo svizzero Ueli Steck sul Monte Bianco
Courmayeur

A guardare le cinque nomination dell’Oscar dell’alpinismo, i «Piolets d’or», tutto sembra annunciare la vittoria di Ueli Steck, formidabile alpinista svizzero che ha fatto della velocità negli ambienti più severi e impegnativi la sua caratteristica. L’edizione numero 22 dei piolets si svolgerà tra Courmayeur e Chamonix dal 26 al 29 marzo. La giuria presieduta da George Lowe dovrà far dimenticare quanto accaduto lo scorso anno, con un clamoroso premio a tutti i nominati.

Steck ha ottenuto la nomination per la salita in solitaria su una via nuova lungo la Sud dell’Annapurna (8061 metri). L’alpinista a conclusione dell’impresa ha riconosciuto: «Questa volta mi sono spinto oltre i miei limiti». Per alcune varianti sulla classica alla Sud hanno già ottenuto un riconoscimento speciale i francesi Stephane Benoist e Yannick Graziani.

Steck, che ha raggiunto la cima dell’Annapurna in velocità (meno di 28 ore), dovrà riuscire a superare la sfida con le altre quattro spedizioni nominate. Eccole: la coppia dello statutinitense Mark Allen e il neozelandese Graham Zimmerman che hanno superato l’inedito sperone Nord-Est del Monte Laurens, in Alaska; i canadesi Raphael Slawinski e Ian Welsted poer la prima sulla Ovest del K6 (Pakistan); i cechi Zdenek Hrudy e Marek Holecek per la prima sulla nord del Talung (Nepal); lo svizzero Simon Anthamatten e gli austriaci Hansjorg e Matthias Auer per aver salito per primi la est del Kunyang Chhish (Pakistan).

In giuria ci sono anche lo scrittore Erri De Luca e dagli alpinisti Denis Urubko, Catherine Destivelle e, ancora, il giornalista e alpinista coreano Sungmuk Lim e la scrittrice austriaca Karin Steinbach. Il Piolet d’or alla carriera sarà assegnato allo statunitense John Roskelley, celebre per essere arrivato sulla vetta del Makalu (8481 metri) in solitaria dopo aver superato lo sperone Ovest e per essere stato il protagonista della prima sulla grandiosa faccia Nord-Ovest del Nanda Devi nel 1976.

La capitale del Nepal è invasa da induisti ortodossi per la festa di Shiva.
Gli abitanti: spettacolo indecente per i bimbi. Ma la polizia non interviene

REUTERS
Uno dei santoni presenti a Kathmandu in questi giorni

Immaginate 5 mila santoni, molti dei quali nudi, che ciondolano davanti a casa vostra fumando hashish e marijuana. È quello che sta accadendo da qualche giorno a Kathmandu, capitale del Nepal, celebre in tutto il mondo per l’invasione di hippy negli Anni 60. Chi ha letto Charles Duchaussois (Flash, il grande viaggio) sa che il nome della città è da sempre associato a festival religiosi e viaggi psichedelici alla scoperta di nuove droghe. Il centro è un brulicare di negozietti, locali bui e fumosi dove i nostalgici di camicie a fiori e capelli lunghi cercano emozioni forti. Ora, però, – accusano i residenti – si sta davvero passando il segno. In occasione del Maha Shivaratri, il più grande festival religioso induista, migliaia di santoni hanno preso d’assalto la città. Oggi, al tempio Pashupati (il più importante del Paese, risalente addirittura al VI secolo d.C.), si festeggia il compleanno di Shiva. E fin qui nulla di strano. Il problema sono gli oltre 500 “baba”, i seguaci più ortodossi, che si aggirano per le strade come Dio li ha fatti, consumando droga e molestando i cittadini con richieste continue di elemosina.

“Mi vergogno per loro – attacca Hari Sharma, che vive a pochi metri dal tempio -. Io e la mia famiglia non possiamo neppure affacciarci alla finestra. È uno spettacolo indecente, donne e bambini non dovrebbero vedere scene simili. E poi questi santoni fumano droga in continuazione, avvicinando i nostri giovani a pratiche dannose e illegali”. E incalza: “Mi domando perché le autorità non intervengano”. Govinda Tandon, capo del distretto, prova a difendendersi: “Si tratta di una pratica tradizionale, va avanti da secoli. Abbiamo chiesto ai baba di rispettare la legge. In caso di violazioni, interverremo”.

Rampurna è uno di quelli che passeggia nudo per la città imbottito di hashish. “Vengo dal Maharashtra, in India, e questa è la mia ottava visita al tempio. Siamo fedeli di Shiva e viviamo come ha vissuto lui”. Il ragionamento non fa una piega, se non fosse che in Nepal vendere droga è ritenuto illegale. Insomma, a Kathmandu non si capisce più niente. Gente che infrange soavemente la legge, cittadini indignati e turisti divertiti. La polizia, intanto, cerca di riportare l’ordine. Nei giorni scorsi quattro persone sono state arrestate mentre smerciavano droga e molestavano alcune donne. Nell’area del tempio sono stati dispiegati 150 agenti, ma difficilmente riusciranno a venire a capo di 5 mila santoni fumati come delle pigne (per dirla secondo il gergo hippy).

abandonedplaces_feeldesain_00

Twentynine places that look wonderful even if they have been abandoned for years. An around-the-world trip in the most forgotten and astonishing places of this globe – even if some seem from another planet.

enhanced-buzz-2143-1364331165-9 enhanced-buzz-4617-1364331754-3 enhanced-buzz-18599-1364331060-14 enhanced-buzz-wide-1559-1364331269-21-940x626 enhanced-buzz-wide-2233-1364331244-7-940x626 enhanced-buzz-wide-2513-1364330943-12-940x528 enhanced-buzz-wide-2925-1364330824-5-940x705 enhanced-buzz-wide-3199-1364330983-5-940x1253 enhanced-buzz-wide-3461-1364331133-7-940x624 enhanced-buzz-wide-3512-1364330884-5-940x611 enhanced-buzz-wide-18676-1364330385-12-940x650 enhanced-buzz-wide-18848-1364329851-24-940x705 enhanced-buzz-wide-18907-1364330403-23-940x608 enhanced-buzz-wide-19359-1364329962-10-940x528 enhanced-buzz-wide-19545-1364330369-10-940x705 enhanced-buzz-wide-19767-1364330351-21-940x626 enhanced-buzz-wide-22783-1364329886-5-940x940 enhanced-buzz-wide-26702-1364330620-34-940x704 enhanced-buzz-wide-27874-1364330526-21-940x565 enhanced-buzz-wide-28504-1364331827-8-940x625 enhanced-buzz-wide-30214-1364331380-35-940x1414 enhanced-buzz-wide-31688-1364330272-8-940x623 enhanced-buzz-wide-32240-1364330224-5-940x705 enhanced-buzz-wide-32240-1364330427-21-940x587 enhanced-buzz-wide-32248-1364329907-5-940x470 enhanced-buzz-wide-32248-1364330248-15-940x587 enhanced-buzz-wide-32268-1364330188-14-940x633 enhanced-buzz-wide-32270-1364329937-5-940x611 enhanced-buzz-wide-32299-1364330292-15-940x664

 

Gaepanz è contento di aver trovato un lavoro creativo in un’azienda. Dopo una laurea in lettere gli sembra la soluzione migliore in un periodo di oscura recessione. Tanto si tratta di scrivere e quello gli piace farlo.
Il suo primo giorno di lavoro Gaepanz prende l’autobus e raggiunge il suo nuovo ufficio. Lo accoglie una portinaia che si fa chiamare receptionist e gli consegna una specie di braccialetto: “Questo è il tuo badge e devi badgeare ogni volta che sei out of office, lo dicono i nuovi standard sulla sicurezza!”. Gaepanz annuisce, sorride e indossa quello strano braccialetto, per cortesia.
Arriva in posto sconfinato e viene accolto dal suo responsabile.
“Ciao Gaepanz, benvenuto. Questo è il nostro open space, questa è la tua workstation, questo il tuo Pc e fra un po’ il tech account te lo configurerà ad hoc! Prendi confidenza con l’ambiente perché fra 10 minuti ci sarà un meeting con tutto il team per il tuo welcome ufficiale. Spero tu abbia portato il tuo portfolio da mostrarci”.
Gaepanz si controlla in tasca per verificare che nessuno sull’autobus gli avesse rubato il portamonete. Si guarda intorno e vede spuntare da dietro gli schermi delle teste auricolari-munite. Saluta ma nessuno ricambia. Durante l’incontro con tutti i suoi nuovi colleghi viene istruito sulla vision aziendale, sulla mission aziendale, sui values aziendali e sul knowhow aziendale. Per fortuna arriva la pausa, anzi il coffee break.
Gaepanz torna alla sua postazione e trova 25 mail da leggere. “Overview ultime attività”, “Best practice ultimo anno”, “Call to action alla fine di ogni post”, “Password e accessi back end sito aziendale” “Content su cui serve focus”, “Conference call con Londra” sono alcuni degli oggetti delle mail che riesce a decifrare.
Un brivido corre sulla schiena di Gaepanz che ricorda con nostalgia di quando si lamentava dell’esame di Stilistica e Semiotica. Viene destato da un alert che compare sul suo desktop. Il capo ha mandato un invito sul calendar che recita “Brainstorming per contest off-line e goal progetto”.
A Gaepanz, che non aveva mai amato particolarmente il calcio, non importa granché di quei discorsi, e tra un brief, uno staff, un angle, un competitor e un cluster, pensa a come spendere i soldi del suo stipendio. Finalmente ne ha uno.
Passano i giorni e Gaepanz impara che per comunicare coi colleghi si ci scrive su Skype (anche se stanno seduti accanto), che per chiedere una cosa devi dire “Hai un minuto?” oppure “Se non sei troppo oberato, posso disturbarti un attimo?”, che le mail si girano, che c’è una riunione all’ora, che dopo aver chiesto un’informazione a un collega bisogna ringraziarlo ripetutamente e con enfasi, che ogni lunedì bisogna dire almeno una volta “Ed è solo lunedì!” e il venerdì, di contro, ripetere come un mantra “Meno male che è venerdì!”. Inoltre Gaepanz impara che nelle aziende ci sono tante di quelle urgenze che il pronto soccorso in confronto è movimentato come una puntata del Maurizio Costanzo Show.
Impara altresì, a sue spese, che se devi dare degli ordini devi farlo rigorosamente in prima persona plurale. Lo ha imparato dopo aver ricevuto insistenti e numerose mail che recitavano “Ragioniamo sulla fattibilità di questo progetto” e lui attendeva che venisse qualcuno a chiamarlo per ragionare sulla fattibilità.
Passano i giorni ma nessuno viene a chiamarlo. Così riceve una mail in cui gli comunicano che dopo un primo insoddisfacente mese-test, Gaepanz non soddisfa gli standard aziendali per cui è licenziato in tronco. Firmato HR.
Gaepanz così raccatta le sue cose dalla scrivania, una stilo e un’agendina, e si dirige verso l’uscita. Continuando a chiedersi se quella mail gliel’avessero mandata i Medici in prima linea.

GAETANO MORACA (GAEPANZ)

Scritto da Matteo Gamba

Matteo Gamba, 41 anni, livornese, più o meno filosofo e maratoneta, vicecaporedattore. A Vanity Fair dal 2006, con parecchi corridoi dell’editoria italiana frequentati prima.

Dal Blog Diario di Adamo.

Acerra, per anni aveva combattuto una battaglia solitaria alle eco-mafie. Il cordoglio di Napolitano

Michele Liguori, 59 anni, unico vigile ambientale di Acerra, è morto ieri mattina

Il figlio Emiliano era al piano di sopra a pulire la cannula intasata di vitamina K. La moglie Maria, seduta al piccolo tavolo del soggiorno, quasi si giustificava: «Sono un po’ stanca, non sono molto brava in queste faccende. Emiliano, invece, è diverso. Lui è preciso, paziente. Ha 32 anni, ingegnere informatico. Ma si è iscritto a Medicina per aiutare il padre». Le finestre della villetta erano sigillate. Sulla porta d’ingresso c’era scritto a pennarello: «Se avete tosse, raffreddore o influenza, ringraziamo della visita, ma non bussate. Abbiamo già le nostre rogne».

Alle quattro di venerdì pomeriggio, la signora Liguori si è alzata lentamente, ha preso tre faldoni dalla libreria e li ha appoggiati sul tavolo. «Sono tutti gli articoli che parlano di Michele», ha detto. «Questo è lui durante un sequestro. Ecco località Calabricito. La bomba ecologica, la discarica con i fusti. Resti di fonderia, plastica e liquami. Qua invece è a Gorgone, dove ogni volta perdeva completamente la voce. Sui giornali citavano sempre “il nucleo di polizia ambientale”. E noi ridevamo. C’era solo Michele, in verità. Michele era l’unico vigile della sezione ambientale di Acerra. Ha chiesto rinforzi tante volte, ma non glieli hanno mai dati. Certe volte si è portato appresso me e nostro figlio».

In mezzo ai ritagli, c’era anche un articolo recente, non più di trenta righe di taglio basso, in cronaca locale. Era la notizia più importante di tutte, anche se non l’avevamo capita. Titolo: «Il pentito: rifiuti, i Pellini erano coperti. L’eccezione era il vigile Michele Liguori». I tre fratelli Pellini, con i loro impianti di smaltimento fanghi e un’impresa edile con cemento avvelenato, sono stati condannati per traffico illecito di rifiuti tossici. «Essi erano capaci di corrompere tutti – c’è scritto nell’articolo – amministratori e carabinieri. Solo Liguori dava fastidio, faceva le foto, non offriva coperture». Quando ha rimesso gli articoli in ordine, la signora Liguori ha detto: «Avevo deciso di tenere tutto questo in modo che da nonno potesse raccontare il suo lavoro ai nipoti…». Nella stanza si è allargato un silenzio terribile. «Non diventerà nonno – ha detto – gli restano pochi giorni di vita. Non gli hanno fatto neppure la chemioterapia. Ora che andrete su a intervistarlo, mi raccomando: non dite niente. Michele non lo sa».

Michele Liguori era sotto un piumino rosa, non tirava fuori nemmeno le braccia. La sua camera era ingombra di medicine. «Al Cardarelli mi hanno operato al pancreas e hanno trovato l’alieno – ha detto cercando di sorridere – all’inizio l’ho presa con molta filosofia, poi mi sono abbattuto». Il tumore è stato causato dai veleni che ha cercato di combattere in servizio, lo stesso tipo di diossina che ha sterminato le greggi e ammalato la Regione Campania. Di tutto questo, il vigile Liguori era profondamene consapevole. «E’ la mia terra – ha detto – non potevo far finta di niente. Non mi sono mai piaciuti i vigliacchi. Non so dire se ne sia valsa la pena, però l’ho fatto».

Michele Liguori, 59 anni, figlio di un poliziotto, unico vigile urbano della sezione ambientale di Acerra, è morto alle 6,43 di domenica mattina. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio alla famiglia: «Partecipo al cordoglio per la scomparsa di un servitore delle istituzioni che si è adoperato nell’affrontare la situazione devastante determinata nella Terra dei Fuochi». Nella domenica del lutto, il figlio Emiliano ritira la flebo e dice: «Papà mi ha insegnato che bisogna crederci sempre, senza mai lasciarsi corrompere. Credeva nel suo lavoro, anche se si sentiva abbandonato. Per me è un eroe senza medaglia». Ieri pomeriggio, il telefono della famiglia Liguori ha incominciato a squillare. Quello stesso telefono che per anni suonava soltanto in piena notte: minacce, silenzi, risate di scherno. Forse adesso qualcuno si ricorderà dell’unico vigile della sezione ambientale di Acerra. Se così non fosse, lui l’aveva messo in conto. Con le ultime forze, tirandosi il piumino rosa fino ai denti, Michele Liguori ha detto: «Meglio soli… Meglio soli che…».