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Che cos'è l'Isis e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi, la guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo, 
di Alessandro Albanese Ginammi
L'Isis, spiegato

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Dieci cose da analizzare per cercare di capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

1. Il nome: Isil, Isis o Stato Islamico?

Il 29 giugno 2014, il gruppo di jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) – più noto come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) – annunciano la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

“Le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’ sono state rimosse dal nome dello Stato Islamico nei documenti ufficiali”, precisa in quella occasione il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad al-Adnani. L’obiettivo, infatti, è di ridefinire i confini del Medio Oriente.

Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico e le vittorie a raffica conseguite nell’arco di poche settimane nel mese di giugno sono state costruite in realtà in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Nello speciale del New York Times “Lo Stato canaglia lungo il Tigri e l’Eufrate” vengono mappate le conquiste e gli insediamenti dello Stato Islamico.

Nell’audio diffuso su internet dai jihadisti il mese scorso, il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?

Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce a Baghdad all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero della capitale irachena dove convivono sciiti e sunniti.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan. Nel 2005 l’esercito americano lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell’Isis: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie sotto la sua guida saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie.

La storia è stata raccontata su The Post Internazionale. Un profilo del misterioso califfo anche su The Guardian, al-Monitor, BuzzFeed e BBC.

3. Chi sono i combattenti arruolati nello Stato Islamico?

Più di 80mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Tre anni fa, il gruppo terroristico era formato da soli 1.000 militanti armati.

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di un lavoro, molti di loro parlano inglese, partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino, con passaporto europeo, attratti dalla propaganda dei jihadisti. Alcuni arrivano anche dalla Spagna.

In Siria e Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico. A Raqqa, considerata la capitale, uomini e donne armati controllano la popolazione con la forza. Niente musica o intrattenimento. Un video segreto mostra la vita nella roccaforte dello Stato Islamico. In un altro video, il Wall Street Journal descrive la vita e le attività nella capitale dello Stato islamico.

Da leggere: la storia di Adeba Shaker, una ragazza yazida di 14 anni scappata dalle grinfie dei suoi rapitori.

Sono stati recentemente scoperti alcuni dei loro campi di addestramento, scovati da alcuni citizen investigative journalists britannici utilizzando da casa Google earth e Bing maps.

4. Dove prende i soldi lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari. Talebani, Hezbollah, FARC, Al Shabaab e Hamas sono staccati nettamente con 560, 500, 350, 100 e 70 milioni di dollari. Lo Stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al business del petrolio, aumentando quotidianamente il suo capitale dopo la conquista della città irachena di Mosul.

Oltre al petrolio (circa 1.095 miliardi di dollari), il suo patrimonio è costituito da: 430 milioni di dollari rubati nelle banche depredate lungo il cammino di conquiste, 96 milioni di dollari grazie al riciclaggio di denaro nella zona di Mosul, 36 milioni dal business dei tesori archeologici e circa 343 milioni da altre attività ancora da chiarire.

Controllo di pozzi petroliferi in Siria e Iraq, città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

In molti sostengono che i soldi provengano anche dalle elite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo. Le donazioni private dirette verso lo Stato Islamico passano anche attraverso il confine turco-siriano, come riporta il Washington Post.

Sempre il Washington Post, ha individuato poi nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti avrebbero comprato alcune delle loro attrezzature. Il centro commerciale dello Stato Islamico si trova in Turchia?

5. Come funziona la loro strategia del terrore online?

40mila è il numero di tweet che sono stati inviati in un solo giorno dai sostenitori dello Stato Islamico. Esiste una sofisticata rete di account Twitter collegati tra loro che amplificano ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione.

Internet, video, foto, pagine social, da Twitter a Facebook, da YouTube ai semplici blog, la nuova guerra del terrore dello Stato Islamico si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo), secondo una precisa social media strategy.

Gli sforzi per diventare un marchio del terrore si realizzano anche con la propaganda attraverso gadget: riviste, magliette, abbigliamento e passaporti falsi. Si possono comprare anche a Istanbul. E la propaganda prevede anche che i militanti distribuiscano caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali, non solo odio e decapitazioni per fare proseliti.

6. Le decapitazioni e i video del terrore

Il 19 agosto i jihadisti dello Stato Islamico hanno pubblicato un video in cui mostrano la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012, minacciando gli Stati Uniti di uccidere anche un altro ostaggio statunitense, il giornalista Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013.

Qui il video della decapitazione di Foley. Il carnefice, secondo The New Yorker, The Telegraph e Quartz, sarebbe un rapper di origine inglese di nome John. Mentre una ragazza britannica, Khadijah Dare, promette di diventare la prima donna a decapitare un prigioniero occidentale in Siria. The Post Internazionale ha pubblicato l’ultima lettera di James Foley.

Il 2 settembre lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo video che mostra la decapitazione di un altro reporter americano: è Steven Sotloff, il giornalista mostrato negli ultimi istanti del video della decapitazione di Foley.

Anche il terzo ostaggio dello Stato Islamico è stato decapitato: si tratta del britannico David Cawthorne Haines. Il video, intitolato “A Message to Allies of America”, è stato rilanciato dagli specialisti del SITE Intelligence Group, che monitora le organizzazioni terroristiche online.

Il quarto ostaggio, il reporter britannico John Cantlie, non è stato decapitato. Il prigioniero viene usato come messaggero in altri due video che sono stati diffusi. Nel primo ha chiesto di essere ascoltato e che non si faccia disinformazione sullo Stato Islamico, nel secondo dice di essere stato abbandonato dal Regno Unito e di avere importanti rivelazioni. È stato poi decapitato un altro ostaggio, questa volta francese, in Algeria. 

7. Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico?

Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. La puoi comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase: “There is no god but God, Muhammad is the messenger of God”. La storia è raccontata dal Washington Post.

Leggi anche la storia della jihadista più ricercata al mondo, Lady al-Qaeda, su The Post Internazionale.

8. Obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno Stato?

Risponde Vittorio Emanuele Parsi, direttore di ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0.

Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra – 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro.

Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno Stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione – Iraq e Siria.

L’organizzazione territoriale serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.

La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda. In una versione post-moderna che comunica come noi.

Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, questo però ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa”.

9. Chi c’è dietro allo Stato Islamico e come combatterlo?

Cresce l’opinione, in Iraq, che gli Usa stiano usando l’Isis come scusa per intervenire di nuovo in Medio Oriente. Tuttavia, un docente dell’Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, sostiene che il terrorismo islamico nasca dal movimento salafita.

Come si fa a sconfiggere lo Stato Islamico? Risponde Chelsea E. Manning, militare e attivista statunitense.

Intanto, al confine con la Turchia i curdi combattono contro lo Stato Islamico. Bambini curdi a Yumurtalik, in Turchia (nella foto qui sotto) e 140mila siriani, perlopiù curdi, hanno attraversato il confine per entrare in Turchia e cercare rifugio.

10. Il documentario

Il reporter di VICE News Medyan Dairieh ha passato tre settimane tra i combattenti dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria. Dairieh è un corrispondente di guerra ed è il primo giornalista di una testata occidentale a realizzare un reportage sullo Stato Islamico.

Il documentario è diviso in cinque parti: la diffusione del Califfato, il reclutamento dei bambini per il jihad, il rafforzamento della sharia, il trattamento dei cristiani rimasti in città e lo stato in cui si trova il confine tra Siria e Iraq.

Il video mette in luce come funziona il nuovo Stato: leggi, tribunali, tasse e reclutamento, mentre i soldati combattono al fronte.

Il trailer di 1 minuto.

Il documentario integrale.

In collaborazione con Dario Sabaghi, Giulia Alfieri e gli altri membri della redazione di The Post Internazionale.

“Le persone che frugano nei cassonetti commettono un reato e rappresentano una forma di degrado inaccettabile”. A denunciarlo è il Codacons, l’associazione a difesa dei consumatori, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma e una diffida al Comune per mancato controllo. “Una città civile e attenta ai bisogni di tutti, specie dei più poveri, non può permettere che nel 2013 si assista ancora a tali scene, che potrebbero oltretutto configurare veri e propri reati, sul fronte della violazione della privacy e della sottrazione di beni altrui. Senza contare i rischi sul piano sanitario”, afferma il presidente Carlo Rienzi.

Spiega a Redattore Sociale Pietro Bassotti, l’avvocato del Codacons che sta seguendo la questione: “Le persone che frugano nei cassonetti della Capitale commettono il reato di furto di immondizia con l’aggravante per cose esposte per consuetudine o necessità alla pubblica fede”. Tutto quello che viene gettato nei cassonetti, infatti, diventa proprietà del Comune e della società che poi si occuperà della raccolta dei rifiuti. “Oltre a questo, la violazione della privacy potrebbe rappresentare un ulteriore danno ai cittadini che ignari gettono materiali che potrebbero contenere dati personali”, continua l’avvocato.

“Per ora nessuno è stato denunciato. Le forze dell’ordine dovrebbero vigilare. Per questo abbiamo presentato l’esposto”. “Ormai a Roma sempre più spesso si vedono uomini, donne e bambini intenti a rovistare nei rifiuti, nella speranza di trovare avanzi di cibo, indumenti dismessi o altri oggetti utili a combattere la povertà dilagante”, riferisce il presidente del Codacons Rienzi, definendolo uno spettacolo “triste, incivile e indecoroso. Il Comune di Roma deve fornire assistenza alle persone bisognose, aiutando i più poveri a vivere degnamente e a non ricorrere alla spazzatura altrui per sopravvivere”. Colpa della crisi economica che colpisce tutti e non fa distinzione tra italiani e stranieri, ma anche dei vigili urbani e delle forze dell’ordine che, secondo il Codacons, “assistono a tali episodi ma non intervengono, anche quando avvengono sotto i loro occhi”. Il dato allarmante per l’associazione dei consumatori è che a rovistare nei cassonetti ora sono anche le persone che fino a qualche tempo fa appartenevano al ceto medio e non avevano particolari problemi economici. “Non abbiamo dati certi su quanti rubano i rifiuti. E’ un fenomeno sommerso, difficile da monitorare, ma sospettiamo che negli ultimi quattro anni il loro numero si sia quintuplicato”, ci riferisce il Codacons.

Fiopsd: “Aumentano le persone che frugano nei cassonetti”
Quando non si ha nulla e si vive in condizioni di povertà estrema, anche l’immondizia diventa un bene prezioso. “Capita sempre più spesso di vedere persone frugare nei cassonetti alla ricerca del minimo indispensabile per sopravvivere”, afferma Marco Iazzolino, segretario generale della federazione italiana organismi per le persone senza dimora.

“Mentre prima erano soprattutto gli stranieri che svuotavano i bidoni della spazzatura, ora è aumentato il numero degli italiani”, spiega Iazzolino. “Fino a qualche tempo fa a Roma il monopolio dei cassonetti era in mano ai rom, veri esperti nel riciclo dei materiali, in particolare di rame. Ogni tre ore controllavano l’immondizia gettata. Adesso anche gli italiani del ceto medio hanno iniziato a frugare nei contenitori. Questo avviene soprattutto in periferia”, continua il segretario. “La maggior parte delle persone sono anziani che vivono da soli e si vergognano a mangiare alla mensa della Caritas. Così, cercano di andare avanti in questo modo”. “A Palermo, poi, abbiamo registrato un dato allarmante: italiani e stranieri hanno iniziato a contendersi i rifiuti. Si litiga per un sacco della spazzatura, per stabilire quale cassonetto svuotare”, afferma Iazzolino.

Ma la crisi non ha colpito solo le grandi città del centro e del sud Italia: “Anche nel nord est, la zona più ricca del Paese, la percentuale delle persone povere è aumentata del 30%”. Non esistono dati certi sulla portata del fenomeno, ma secondo Iazzolino “basta vedere i cassonetti per capire quanto questa pratica sia diffusa: nelle città come Roma e Milano i bidoni dell’immondizia sono sempre più vuoti”, continua il segretario. “Non vengono portati via solo resti di cibo o indumenti, ma anche plastica, pezzi di legno o di alluminio”. Tutto è utile a chi non può contare su un’entrata economica e vive nella miseria.

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Da sei giorni decine di migliaia di brasiliani stanno manifestando in diverse città del Brasile contro alcune politiche decise dalla presidente Dilma Rousseff. Nonostante non ci sia uniformità completa nelle ragioni delle proteste, ci sono almeno due critiche che accomunano la maggior parte dei manifestanti: il governo di Brasilia è accusato di avere aumentato del 7 per cento il costo dei trasporti pubblici, e di avere sostenuto troppe spese per l’organizzazione di due grandi eventi sportivi che si terranno nel paese nei prossimi 3 anni – i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016 – sacrificando così gli investimenti in altri settori come la sanità e l’istruzione.

Accanto alle molte manifestazioni pacifiche, in questi giorni ci sono stati anche molti danneggiamenti a banche e automobili, e anche saccheggi di negozi di televisori ed elettrodomestici, come era accaduto durante i “riots” di Londra del 2011. Le proteste sono state riprese molto dalla stampa di tutto il mondo, sia per le loro dimensioni – molti osservatori dicono che siano le più grandi degli ultimi vent’anni – sia perché si stanno tenendo nei giorni in cui si gioca la Confederations Cup, a cui sta partecipando anche la nazionale italiana di calcio.

Molti hanno iniziato a chiedersi quali siano le vere motivazioni che hanno spinto così tante persone a protestare contro il governo brasiliano, visto che fino a poco tempo fa il Brasile era considerato una delle economie nel mondo più in espansione, e con grandi margini di crescita. A uno sguardo superficiale, infatti, il Brasile sembra non avere nessuna di quelle grandi caratteristiche che spesso generano proteste di questa intensità e durata: non ha un governo autoritario né lo stato di salute della sua democrazia sembra essere in pericolo, non ha una crisi economica in corso. Anzi, il Brasile in questi anni è stato spesso considerato uno dei paesi con l’economia più in salute del pianeta, la B dell’acronimo BRICs che insieme a Russia, India e Cina rappresenta il gruppo delle superpotenze emergenti.

L’economia brasiliana sta davvero così bene?
Fino a qualche tempo fa sì, ora meno. Nel 2012 il Brasile ha superato il Regno Unito come sesta economia del mondo, rispondendo molto meglio alla crisi economica e finanziaria mondiale che ha colpito duramente molti paesi d’Europa, ed è considerato da diversi anni una “superpotenza delle risorse naturali”, come lo ha definito Bloomberg, grazie alle sue grandi riserve di minerali di ferro, potenziale idroelettrico, petrolio in acque profonde e alluminio. L’espansione economica, aiutata anche da diversi piani governativi di incentivi al consumo, ha fatto sì che nell’ultimo decennio circa 40 milioni di brasiliani passassero da una condizione di relativa povertà a far parte della cosiddetta “classe media”, aumentando le proprie aspettative economiche e di qualità di vita. Il merito di questo successo viene attribuito soprattutto a Luiz Inácio da Silva, politico socialista ed ex sindacalista che è stato presidente del Brasile dal 2002 al 2010. A Lula è succeduta Dilma Rousseff, economista e sua compagna di partito.

Da due anni, però, la crescita economica del Brasile sembra essere rallentata di molto. Nel 2011 il PIL brasiliano è cresciuto “solo” del 2,7 per cento, il secondo peggior risultato dal 2003, mentre nel 2012 è andata ancora peggio, con una crescita dello 0,9 per cento (nel 2010 il PIL era cresciuto del 7,5 per cento). Già nel 2012 diversi analisti avevano cominciato a parlare di una perdita della competitività internazionale dell’economia brasiliana: John Welch, analista strategico del “CIBC World Markets”, banca di investimenti sussidiaria della Candian Imperial Bank of Commerce, disse a Bloomberg: «Loro [i brasiliani] stanno dando la colpa dei loro problemi al tasso di cambio, ma hanno ignorato le riforme strutturali». Secondo molti analisti il modello di sviluppo del Brasile dell’ultimo decennio si è basato sull’espansione dei consumi e quindi del credito: molti brasiliani appartenenti alle fasce più deboli della popolazione hanno potuto comprare macchine, televisioni e altri prodotti che prima non si potevano permettere, migliorando la loro qualità di vita ma raggiungendo livelli di debito non più sostenibile, nonostante siano stati tagliati dal governo i tassi d’interesse.

Corruzione, evasione fiscale e cattiva gestione del denaro pubblico
Le riforme strutturali, oltre a essere richieste in riferimento a piani industriali e di investimento nel settore pubblico, hanno riguardato anche una serie di inefficienze nella gestione del potere e degli affari da parte della classe politica del Brasile. Associated Press ha scritto che nel corso degli anni i brasiliani hanno imparato ad accettare come un costo inevitabile, almeno in parte, gli illeciti dell’amministrazione pubblica. Secondo la Federazione delle Industrie di São Paulo, il governo di Brasilia perde più di 47 miliardi di dollari ogni anno per l’evasione fiscale, per la cattiva gestione del denaro pubblico e per la diffusa corruzione nel settore pubblico.

In realtà la tendenza degli ultimi anni è sembrata essere opposta, grazie a una serie di impegni presi da Rousseff mirati a punire i politici coinvolti in casi di corruzione, che avevano beneficiato fino a quel momento di una specie di immunità giudiziaria informale. Durante il primo anno della sua presidenza, diversi ministri del governo si dimisero per essere rimasti coinvolti in casi poco chiari di assegnazione di contratti pubblici.

Alla fine di ottobre 2012 si era anche concluso con 25 condanne il cosiddetto “caso mensalão“, considerato il più grande scandalo politico della storia del Brasile, che si riferiva a una serie di reati legati al finanziamento illecito di campagne elettorali e corruzione di esponenti di diversi partiti politici. Le condanne arrivate per il “caso mensalão” avevano fatto sperare molti in un cambio netto di politiche contro la corruzione: la stessa coalizione che sosteneva Rousseff aveva appoggiato due anni prima, nel 2010, una legge che vietava la candidatura a incarichi politici pubblici a chiunque fosse stato condannato per una serie di reati, tra cui la compravendita di voti e il finanziamento illecito della campagna elettorale.

I problemi degli stadi e dei loro costi
Nonostante la lotta alla corruzione portata avanti da Rousseff, molte inefficienze sono rimaste e si sono viste chiaramente nella gestione dei lavori negli impianti sportivi per i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016. La spesa totale, finora, è stata di circa 7 miliardi di reais, 2,5 miliardi di euro: quasi tutti soldi pubblici, nonostante la promessa di un coinvolgimento del settore privato quando i Mondiali vennero assegnati al Brasile nel 2007. La cifra complessiva è già il triplo del totale speso dal Sudafrica per organizzare i Mondiali del 2010. L’Economist ha scritto che nei piani iniziali i soldi pubblici dovevano servire per i trasporti e la sistemazione degli spazi urbani. Molti dei lavori in quei settori sono stati avviati in ritardo o cancellati, viste le lentezze nel reperimento dei fondi e la priorità data agli stadi.

E qui torniamo alle proteste di questi giorni: secondo diversi osservatori, le centinaia di migliaia di persone che stanno protestando da quasi una settimana appartengono alla classe media, cioè quella parte della società brasiliana che ha beneficiato maggiormente della grande espansione economica dell’ultimo decennio e che ora si aspetta di vedere soddisfatte le proprie aspettative sulla qualità della vita. La contrazione dell’economia degli ultimi due anni ha provocato diversi effetti molto negativi sulla classe media. Per prima cosa, c’è stato un aumento molto significativo dell’inflazione: secondo quanto riferito il 10 aprile dall’agenzia statistica brasiliana IBGE, negli ultimi 12 mesi l’inflazione è stata del 6,6 per cento, e il settore alimentare è quello in cui l’aumento sembra avere avuto maggiore impatto. Un caso di cui si parlò molto ad aprile fu quello dei pomodori brasiliani costosissimi, 5 euro al chilo, che aveva provocato anche diverse proteste tra la popolazione e alcuni politici in parlamento.

Inoltre, molti brasiliani credono che i soldi – tanti soldi – spesi per la costruzione degli impianti sportivi potessero essere usati per migliorare le pessime condizioni in cui si trovano molte scuole e ospedali del paese. Questi investimenti sono stati visti come risultato di una pessima politica, che per troppi anni ha potuto fare più o meno quello che voleva senza rischiare troppo di pagarne le conseguenze a livello giudiziario. Le ricadute positive dei Mondiali e delle Olimpiadi sull’economia brasiliana, in cui sperano politici e organizzatori, arriveranno eventualmente solo dopo quegli eventi.

In questo senso, l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici è stato il provvedimento che ha scatenato le proteste di moltissimi brasiliani: la reazione violenta della polizia ha alimentato le critiche al governo, e spinto molti giovani e appartenenti alla classe media a proseguire le manifestazioni; infine, l’attenzione internazionale sul Brasile per le partite di Confederations Cup ha rappresentato il momento giusto per far sì che delle proteste parlasse tutto il mondo.

l Giappone fa quadrato sull’Abenomics.

giappone 500

Il giorno dopo il crollo del Nikkei (-7,3%) che oggi ha rimbalzato in una seduta nervosa (0,89% a 14.612,45 punti), il governo nipponico e il capo delle Bank of Japan Haruhito Kuroda fanno quadrato intorno all’Abenomics, difendendo la politica di aggressivi stimoli all’economia.

“E’ stato solo un aggiustamento temporaneo dopo i recenti guadagni”, ha detto infatti il viceministro Yasutoshi Nishamura. Mentre il segretario capo di gabinetto, Yoshihide Suga ha assicurato che “non ci saranno cambi di direzione”.

Il capo delle Boj, la Banca del Giappone, Haruhito Kuroda, ha fatto invece sapere che le autorità nipponiche intendono dare stabilità al mercato di Jgb, i titoli del debito pubblico.

“Non abbiamo target specifici – dice – per i prezzi azionari e i tassi di cambio e non commento le mosse giornaliere”. “Per quanto riguarda il mercato dei bond – ha aggiunto – poichè la Boj è direttamente coinvolta nelle operazioni di mercato, dico che la stabilità è molto desiderabile“. Il Jbg decennale era partito forte ma poi ha chiuso stabile a un tasso dello 0,84%. Kuroda ha difeso anche l’Abenomics di Shinzo Abe.

“L’importante – dice – è che l’allentamento monetario crei un effetto positivo sul ciclo produttivo, sulle entrate e sulle spese pubbliche, conducendo a un graduale rialzo dei prezzi. Questo è ciò che auspichiamo e che e’ raggiungibile. Il processo è in corso“. Per calmare il nervosismo dei mercati la Boj ha incrementato le sue iniezioni di liquidità, a partire da quella di ieri da 2 mila miliardi di yen (19,7 miliardi di dollari), che include l’acquisto di diverse centinaia di milioni di yen di Jgb, titoli del debito pubblico con scadenze a 10, 5 e oltre i 10 anni.

La preoccupazione è quella di riportare i Jbg decennali sotto il rendimento dell’1%. Un rialzo troppo sostenuto di questi titoli tende a disincentivare gli investimenti nipponici all’estero, creando forte instabilita’ sui mercati globali e aggravando il carico del debito interno. Oggi il tasso del Jbg è tornato allo 0,84%, dopo essere schizzato allo 0,905%. Ieri era risalito sopra l’1%, per la prima volta dall’aprile 2012.

La protesta contro l’Europa a Nicosia. Sulla sinistra,  il cartello in italiano: “Oggi io, domani tu”.

La gioia della folla dopo il no
dei deputati. Ma ora serve
un piano B che non c’è

Di Roberto Giovannini
inviato a Nicosia della Stampa

Fuori la gente applaude felice. Sventolano le bandiere cipriote.

Un manifestante con un cartello con su scritto (in italiano, e il messaggio è fin troppo chiaro) «oggi a te, domani a me» abbraccia la sua compagna. Da appena due minuti i 56 membri del Parlamento di Cipro hanno bocciato il disegno di legge che prevedeva il «prelievo di solidarietà» sui depositi bancari presentato dal governo su imposizione dell’Unione Europea. Anche se dopo lunghe negoziazioni e rinvii il testo era stato emendato – esentando dal prelievo i depositi sotto i 20 mila euro – la norma non ha ricevuto neanche un voto a favore. Dei 20 deputati del partito conservatore Disy che fa riferimento al presidente di Cipro Nicos Anastasiadis, 19 si sono astenuti, uno si è assentato. Gli altri 36 (dall’opposizione socialista, comunista e verde, ai partiti minori di maggioranza Diko e Evroko) hanno votato contro.

«L’alternativa era tra un’opzione catastrofica e un’altra opzione altrettanto catastrofica. Si è preferito morire, ma almeno conservando il nostro onore», dice scherzando ma non troppo il giornalista freelance Yorgos Pittas, in mezzo alla manifestazione di circa quattromila persone della galassia della sinistra radicale. Sì, morire e non soltanto per modo di dire. Perché se l’«onore» – nel senso dell’orgoglio di non aver subìto il diktat dell’Eurogruppo, e di non aver tradito le attese dei risparmiatori – è intatto, ci sono pochi dubbi che dalla mattina di mercoledì per Cipro e il suo milione scarso di abitanti si apre un periodo di gravissimi pericoli.

Saltato il pacchetto di misure sui depositi, salta anche il piano di aiuti per 10 miliardi stanziati dalla partnership europea. La voragine aperta nei conti del sistema bancario nazionale – ben 17 miliardi di euro, vale a dire l’intero prodotto interno lordo annuo del Paese – diventa letteralmente incolmabile senza gli aiuti dell’Europa. I greci avevano un’economia abbastanza grande da generare risorse a suon di sacrifici e tagli a salari e pensioni. La piccola e orgogliosa Cipro no.

Il che significa molto concretamente che a meno di un «Piano B», come un miracoloso prestito da parte della Russia o della Cina che pure in queste drammatiche ore i governanti di Nicosia hanno cercato di procacciarsi, il sistema bancario di Cipro rischia di implodere. E la chiusura delle banche, prorogata fino a tutto domani dal governatore della Banca centrale di Cipro, dal profetico nome di Panicos Demetriadis, potrebbe durare molto più a lungo. Se saltano le banche di Cipro, salta Cipro. Se salta Cipro, potrebbero saltare in aria i mercati. E se i mercati impazziscono e tornano ad attaccare l’Eurozona a partire dagli anelli più deboli della catena, come un certo Paese senza maggioranza, senza governo e con i conti pubblici che vanno malino… le conclusioni le possiamo trarre tutti da soli.

Insomma, il «no al ricatto» predicato dal presidente del Parlamento Omirou Yannakis e coralmente festeggiato dai ciprioti nella serata, potrebbe diventare la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. A meno che – e naturalmente questa è la speranza di tutta Cipro in queste ore – l’Europa a guida tedesca decida di allargare i cordoni della borsa rinegoziando con i governanti di Cipro il pacchetto di aiuti. Ma violando – a pochi mesi dalle elezioni in Germania – le draconiane regole di austerità finora seguite, a costo di schiantare Paesi come Grecia, Portogallo e Spagna. Non è detto che della delegazione cipriota faccia parte il ministro dell’Economia Mihalis Sarris: mentre ieri lui era a Mosca, a Nicosia si è diffusa la voce di sue dimissioni, richieste dal presidente Anastasiadis che lo considera responsabile di aver mal negoziato il pacchetto con l’Eurogruppo.

Nuovi aiuti più generosi e la cacciata di Sarris è proprio quello che sperano i dimostranti, affollati a poche centinaia di metri dal Parlamento, su Nechrou Street, il viale dei Caduti, che intonano slogan contro «i ladri che stanno scippando a quest’isola non solo i suoi risparmi, ma soprattutto il suo futuro», come dice il ventottenne architetto Pandelis. «Piuttosto che accettare queste misure ingiuste – spiega il 53enne assicuratore Lambros Demetriou mentre agita un cartello che raffigura una Merkel con cappello da ufficiale nazista accanto a un sorridente presidente di Cipro Anastasiadis – è meglio fallire, o uscire dall’euro». Chi dice che è un complotto tedesco per sfilare i capitali russi dalla piazza finanziaria di Cipro, e chi invece si dice sicuro – è il caso di Yiannis Lambrakis, che smette solo per un attimo di servire i clienti del suo caffè nella città vecchia – che «è tutto un piano per rubare il nostro gas naturale. Ce lo vogliono scippare».

Circola in rete da giorni un articolo, con notizie allarmanti sulla crisi greca.

Si descrivono storie di pastori che distribuiscono gratis lo yogurt prodotto invece che consegnarlo a una fantomatica multinazionale ovviamente tedesca, di rapinatori di supermarket che dividono il bottino con la povera gente in strada, di commessi che guardano altrove quando i poveracci svaligiano i negozi. Addirittura si è letto su un sito francese nel paese è stata varata la legge marziale contro gli scioperi dei marittimi. Falso. Oppure si parla di torture di prigionieri da parte della polizia. Altre falsità, mescolate abilmente con mezze verità opportunamente amplificate e distorte. Un gran bel lavoro, si sarebbe detto ai tempi del KGB sovietico, di disinformazione.

Un pessimo lavoro, in realtà, di sedicenti esperti di cose greche che cercano facilmente di raggiungere la notorietà con le “bufale” a buon mercato.Naturalmente la situazione in Grecia è molto difficile dopo sei anni di austerità e di recessione: la gente soffre, ma i conti pubblici stanno tornando faticosamente in carreggiata, le riforme sono state approvate ed Atene è la prima nella classifica Ocse dei paesi del 2012 che hanno approvato il maggior numero di leggi per aumentare la competitività.

Inoltre i greci non considerano più il credito un reddito, ma un debito che prima o poi va restituito. La sbornia delle spese senza controllo, innescata dalle Olimpiadi del 2004, è finita per sempre.

di Vittorio Da Rold – Il Sole 24 Ore – leggi su http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-02-18/leggenda-grecia-fiamme-clamorosa-195713.shtml

Grazie al team doppiaggio coordinato da Ezio Coriglione, che hanno svolto questo lavoro gratuitamente per il progresso umano.

Zeitgeist: Moving Forward
di Peter Joseph – Versione Italiana (Doppiaggio 2012).

Questo documentario, attraverso interviste ad esperti, narrazioni e sequenze animate, identifica alcuni problemi della società e propone un modo per vivere in equilibrio con l’ambiente, senza inquinare né distruggere le risorse naturali.

Il film è diviso in quattro capitoli.

CAPITOLO I: LA NATURA UMANA
L’essere umano ha una grande flessibilità adattiva e viene inconsapevolmente programmato per alcuni requisiti ambientali o bisogni umani.
Non siamo modellati dalla genetica ma dall’ambiente che ci circonda.
Se un individuo vive in un ambiente collaborativo, empatico e pacifico tenderà ad assumere egli stesso tali caratteristiche.
Le condizioni che abbiamo creato nel mondo moderno sono spesso causa di malattie mentali e fisiche ma anche molti comportamenti umani dannosi.

CAPITOLO II: PATOLOGIA SOCIALE
La più grande sorgente di paralisi sociale, il più grande distruttore dell’ecologia, la maggiore sorgente di spreco e inquinamento, il più grande fomentatore di violenza, guerra, crimine, povertà, il maggiore generatore di disordini mentali, depressione, ansia non è qualche disonesta Corporation o cartello bancario, non è qualche imperfezione della natura umana e non è qualche cabala segreta che controlla il mondo, è in realtà il sistema socio-economico stesso, basato su profitto, competizione e distorsione dei valori.

CAPITOLO III: PROGETTO TERRA
Un modello di economia basata sulle risorse applica il metodo scientifico per l’interesse sociale e questo non è limitato solamente all’efficienza tecnica, ma considera anche il benessere dell’individuo.
Con la rimozione del sistema monetario e le necessità primarie garantite vedremo immediatamente una riduzione globale del crimine, perché non ci sarebbe niente di cui appropriarsi, rubare o per cui truffare.
Il 95% dei criminali si trovano in prigione a causa di qualche crimine legato ai soldi o all’abuso di droga e l’abuso di droga è un disordine, non un crimine.

CAPITOLO IV: L’ASCESA
In questo sistema basato sul profitto se non c’è incentivo economico, le cose non accadono.
Lo schema piramidale del debito globale sta lentamente spegnendo il mondo intero.
Il 30% delle terre coltivabili è diventato improduttivo.
I valori dominanti di una cultura tendono a sostenere e perpetuare ciò che viene premiato da tale cultura.
In una società dove il successo e lo status si misurano in termini di ricchezza materiale – e non in contributo sociale – è facile capire perché il mondo oggi si trovi in uno stato di collasso.

In questa nuova edizione sono state sostituite con un nuovo doppiaggio le voci di Jacque Fresco, Robert Sapolsky, James Gilligan, Colin Campbell e Adrian Bowyer per un totale di 40 minuti di nuove registrazioni.
Le parti restanti hanno mantenuto il vecchio doppiaggio effettuato nel novembre del 2011.
Il lavoro di doppiaggio è stato svolto a titolo completamente gratuito.

Con le voci di: Sergio Sghedoni, Mario Menna (Mr.Drago), Maximiliano Arotce (IlRidoppiatore), Ivan Anoè, Francesco Gobbi, Alessandro Capra, Stefano Broccoletti (brocs1991), Andrea P., Sisco, Flavio Pirro (MisterSevenUp), Ester Parrulli (Pimpa1988), Jacopo Carta (Starkiller1196).

THE ZEITGEIST MOVEMENT

THE MISSION:

Founded in 2008, The Zeitgeist Movement is a Sustainability Advocacy Organization which conducts community based activism and awareness actions through a network of Global/Regional Chapters, Project Teams, Annual Events, Media and Charity Work.

The Movement’s principle focus includes the recognition that the majority of the social problems which plague the human species at this time are not the sole result of some institutional corruption, scarcity, a political policy, a flaw of “human nature” or other commonly held assumptions of causality.

Rather, The Movement recognizes that issues such as poverty, corruption, collapse, homelessness, war, starvation and the like appear to be “Symptoms” born out of an outdated social structure. While intermediate Reform steps and temporal Community Support are of interest to The Movement, the defining goal here is the installation of a new socioeconomic model based upon technically responsible Resource Management, Allocation and Distribution through what would be considered The Scientific Method of reasoning problems and finding optimized solutions.

This “Natural Law/Resource-Based Economy” is about taking a direct technical approach to social management as opposed to a Monetary or even Political one. It is about updating the workings of society to the most advanced and proven methods Science has to offer, leaving behind the damaging consequences and limiting inhibitions which are generated by our current system of monetary exchange, profits, corporations and other structural and motivational components.

The Movement is loyal to a train of thought, not figures or institutions. In other words, the view held is that through the use of socially targeted research and tested understandings in Science and Technology, we are now able to logically arrive at societal applications which could be profoundly more effective in meeting the needs of the human population. In fact, so much so, that there is little reason to assume war, poverty, most crimes and many other money-based scarcity effects common in our current model cannot be resolved over time.

The range of The Movement’s Activism & Awareness Campaigns extend from short to long term, with the model based explicitly on Non-Violent methods of communication. The long term view, which is the transition into a new social system, is a constant pursuit and expression, as stated before. However, in the path to get there, The Movement also recognizes the need for transitional Reform techniques, along with direct Community Support.

For instance, while “Monetary Reform” itself is not an end solution proposed by The Movement, the merit of such legislative approaches are still considered valid in the context of transition and temporal integrity. Likewise, while food and clothes drives and other supportive projects to help those in need today are also not considered a long term solution, it is still considered valid in the context of helping others in a time of need, while also drawing awareness to the principle goal.

Inizia l’età dell’ansia. Non la generica paura per un momento di difficoltà, non la consapevolezza che stiamo vivendo una stagione di vacche magre, ma la percezione collettiva che la realtà stia cambiando in maniera irreversibile e in senso fortemente peggiorativo. E’ questa l’Italia del 2012, secondo il 46° Rapporto del Censis sulla situazione del Paese, presentato stamattina a Roma.

Dentro quest’ansia collettiva ci sono una serie di fenomeni, il primo dei quali è la fine del lavoro inteso come fondamento della sussistenza economica e della stabilità. Ma c’è anche «l’ansia dei piccoli imprenditori rispetto all’ipotesi di dover chiudere attività e impianti», l’insicurezza «delle famiglie esposte al drastico impoverimento delle risorse e degli stili di vita», l’improvvisa «fragilità delle banche», il «terrore delle classi di governo di fronte all’incubo dello spread».

Realtà non nuove, nella loro essenza, ma totalmente nuove nella loro portata, al punto che gli italiani non sono stati più in grado di classificarle come qualcosa di conosciuto e governabile. Il Censis parla di «fenomeni enormi» come la speculazione internazionale, la crisi dell’euro e l’impotenza dell’apparato europeo. «Fenomeni estremi», come l’onda montante dello spread ma anche il rischio default, e soprattutto la crescente «crisi della sovranità» che rende l’Italia ma anche l’Europa incapaci di affrontare con le proprie forze l’impoverimento crescente.

«Il combinarsi di questi tre fattori (grandi fenomeni, eventi estremi e crisi delle sedi di sovranità) – dice il Rapporto – ha concorso a rendere inservibile il silenzioso “io posso” che per decenni ha fatto da riferimento vitale ai vari soggetti di questa società».

Religione
Sei cattolico? Se a questa domanda il 90% degli italiani avrebbe risposto di sì fino a qualche anno fa, oggi – rileva il Rapporto Censis – si dichiara cattolico meno di un italiano su tre (63,8%) segno di una secolarizzazione ormai di massa. Ciò detto la religione e la dimensione del sacro non sono abbandonate, tant’è che il 21,5% degli italiani considera «la tradizione religiosa un fattore di comunanza» e il 35,5%, di fronte alla richiesta se c’è qualcosa in cui crede, risponde «in Dio». E comunque il 51,3% degli italiani dichiara che la domenica partecipa a funzioni religiose, anche se sporadicamente.

Istruzione
La scuola non serve più. Basta con i licei che impongono lunghi (e inutili) percorsi di studio e basta, soprattutto, con l’università. C’è stato un travaso di adesioni alle scuole tecniche e professionali negli ultimi due anni, rileva il Censis, e dal 2006 al 2011 il numero delle immatricolazioni all’università è diminuiti del 6,5%. La disaffezione verso l’istruzione come investimento è dovuta al fatto che non la si considera più importante per la ricerca di un lavoro e come ascensore sociale. Per contro, nella fascia più colta e ricca della popolazione, aumenta «l’internazionalizzazione della formazione»: chi può – dice il Censis – manda i figlia studiare per lunghi periodi all’estero e investe sulle lingue.

Prostituzione  

Aumenta la prostituzione, come deriva estrema della povertà strisciante – rileva il Censis – ma ciò che emerge e che preoccupa, è l’incremento della prostituzione minorile, che riguarda le bambine in massima parte ma anche i ragazzi. Duemila minori sono sulla strada, dice il Rapporto, ma almeno seimila si vendono «indoor», in centri benessere ma anche in case private o attraverso Internet. Si tratta per lo più di ragazze dell’Est europeo, ma anche di ragazzini Rom.

Grattacieli
Epure si costruiscono ancora grattacieli. Sono 13 quelli in corso di realizzazione o di progettazione avanzata. Si tratta di opere decise – per lo più – vari anni fa, quando ancora si poteva, ma che, comunque, vedranno ora la luce. Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Arata Isozaki, Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Franco Purini, sono alcune delle archistar che firmano i 13 nuovi colossi che entro il 2015 offriranno nuove prospettive agli skyline di Roma, Milano, Torino e Bologna. Il più alto è previsto a Torino dove, Massimiliano Fuksas, per la sede della Regione Piemonte ha progettato un edificio di 209 metri di altezza e 41 piani che dovrebbe essere terminato nel 2014.

Gioielli
Oro per campare. Due milioni e mezzo di famiglie italiane – rileva il Censis – ha affrontato le secche della crisi facendo ricorso anche alla vendita della piccola gioiellerie di famiglia. Ma è in crescita anche il numero di coloro che danno fondo ad altri beni preziosi presenti nelle proprie case, come opere d’arte, argenteria, tappeti antichi (oltre 300.000 famiglie). L’85% delle famiglie italiane – dice il Rapporto – ha eliminato sprechi ed eccessi e il 73% va a caccia di offerte e alimenti meno costosi.

Umbria – 23 novembre 2012

Siamo in crisi e può succedere anche che un uomo decida di farsi 5 anni di galera da innocente per soldi. 100 euro al giorno, questa la somma pattuita, per prendere il posto del criminale e trascorrere i giorni migliori della vita in cella.

A Perugia, rivela il Giornale dell’Umbria, c’è chi ha preso questa pratica come un lavoro vero e proprio. Ci si assume la responsabilità di piccoli furti, spaccio, ricettazione e si diventa il capro espiatorio. Il finto-ladro accetta di passere qualche mese in carcere, vitto e alloggio assicurati, e poi esce, con qualche soldo in tasca in più.

L’identikit del carcerato di mestiere è facilmente individuabile: una persona in difficoltà economica e con molte conoscenze tra i malviventi. Deve essere una persona fidata e soprattutto deve essere disposto a subire processi e fingere senza remore colpevolezza. Farsi passare per colpevole non è sempre facile, anche perché i poliziotti fanno domande precise sulla modalità del reato che si ammette di aver commesso.

Ma il capro espiatorio agisce come un vero professionista. Una volta condannato, il finto colpevole, può anche sperare di uscire presto dalla galera. A volte se la cava con quattro e i cinque mesi, spesso anche solo tre mesi. Ogni giorno viene ricompensato con una somma di denaro pagata da chi ha veramente commesso il reato.

Ancora non si sa quanto questa pratica sia diffusa, ma di certo, con la crescita della disoccupazione, c’è il rischio che le carceri si riempiano di falsi- colpevoli, per la gioia dei veri malviventi.