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The Post Internazionale – mondo

Che cos'è l'Isis e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi, la guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo, 
di Alessandro Albanese Ginammi
L'Isis, spiegato

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Dieci cose da analizzare per cercare di capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

1. Il nome: Isil, Isis o Stato Islamico?

Il 29 giugno 2014, il gruppo di jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) – più noto come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) – annunciano la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

“Le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’ sono state rimosse dal nome dello Stato Islamico nei documenti ufficiali”, precisa in quella occasione il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad al-Adnani. L’obiettivo, infatti, è di ridefinire i confini del Medio Oriente.

Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico e le vittorie a raffica conseguite nell’arco di poche settimane nel mese di giugno sono state costruite in realtà in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Nello speciale del New York Times “Lo Stato canaglia lungo il Tigri e l’Eufrate” vengono mappate le conquiste e gli insediamenti dello Stato Islamico.

Nell’audio diffuso su internet dai jihadisti il mese scorso, il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?

Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce a Baghdad all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero della capitale irachena dove convivono sciiti e sunniti.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan. Nel 2005 l’esercito americano lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell’Isis: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie sotto la sua guida saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie.

La storia è stata raccontata su The Post Internazionale. Un profilo del misterioso califfo anche su The Guardian, al-Monitor, BuzzFeed e BBC.

3. Chi sono i combattenti arruolati nello Stato Islamico?

Più di 80mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Tre anni fa, il gruppo terroristico era formato da soli 1.000 militanti armati.

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di un lavoro, molti di loro parlano inglese, partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino, con passaporto europeo, attratti dalla propaganda dei jihadisti. Alcuni arrivano anche dalla Spagna.

In Siria e Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico. A Raqqa, considerata la capitale, uomini e donne armati controllano la popolazione con la forza. Niente musica o intrattenimento. Un video segreto mostra la vita nella roccaforte dello Stato Islamico. In un altro video, il Wall Street Journal descrive la vita e le attività nella capitale dello Stato islamico.

Da leggere: la storia di Adeba Shaker, una ragazza yazida di 14 anni scappata dalle grinfie dei suoi rapitori.

Sono stati recentemente scoperti alcuni dei loro campi di addestramento, scovati da alcuni citizen investigative journalists britannici utilizzando da casa Google earth e Bing maps.

4. Dove prende i soldi lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari. Talebani, Hezbollah, FARC, Al Shabaab e Hamas sono staccati nettamente con 560, 500, 350, 100 e 70 milioni di dollari. Lo Stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al business del petrolio, aumentando quotidianamente il suo capitale dopo la conquista della città irachena di Mosul.

Oltre al petrolio (circa 1.095 miliardi di dollari), il suo patrimonio è costituito da: 430 milioni di dollari rubati nelle banche depredate lungo il cammino di conquiste, 96 milioni di dollari grazie al riciclaggio di denaro nella zona di Mosul, 36 milioni dal business dei tesori archeologici e circa 343 milioni da altre attività ancora da chiarire.

Controllo di pozzi petroliferi in Siria e Iraq, città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

In molti sostengono che i soldi provengano anche dalle elite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo. Le donazioni private dirette verso lo Stato Islamico passano anche attraverso il confine turco-siriano, come riporta il Washington Post.

Sempre il Washington Post, ha individuato poi nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti avrebbero comprato alcune delle loro attrezzature. Il centro commerciale dello Stato Islamico si trova in Turchia?

5. Come funziona la loro strategia del terrore online?

40mila è il numero di tweet che sono stati inviati in un solo giorno dai sostenitori dello Stato Islamico. Esiste una sofisticata rete di account Twitter collegati tra loro che amplificano ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione.

Internet, video, foto, pagine social, da Twitter a Facebook, da YouTube ai semplici blog, la nuova guerra del terrore dello Stato Islamico si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo), secondo una precisa social media strategy.

Gli sforzi per diventare un marchio del terrore si realizzano anche con la propaganda attraverso gadget: riviste, magliette, abbigliamento e passaporti falsi. Si possono comprare anche a Istanbul. E la propaganda prevede anche che i militanti distribuiscano caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali, non solo odio e decapitazioni per fare proseliti.

6. Le decapitazioni e i video del terrore

Il 19 agosto i jihadisti dello Stato Islamico hanno pubblicato un video in cui mostrano la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012, minacciando gli Stati Uniti di uccidere anche un altro ostaggio statunitense, il giornalista Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013.

Qui il video della decapitazione di Foley. Il carnefice, secondo The New Yorker, The Telegraph e Quartz, sarebbe un rapper di origine inglese di nome John. Mentre una ragazza britannica, Khadijah Dare, promette di diventare la prima donna a decapitare un prigioniero occidentale in Siria. The Post Internazionale ha pubblicato l’ultima lettera di James Foley.

Il 2 settembre lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo video che mostra la decapitazione di un altro reporter americano: è Steven Sotloff, il giornalista mostrato negli ultimi istanti del video della decapitazione di Foley.

Anche il terzo ostaggio dello Stato Islamico è stato decapitato: si tratta del britannico David Cawthorne Haines. Il video, intitolato “A Message to Allies of America”, è stato rilanciato dagli specialisti del SITE Intelligence Group, che monitora le organizzazioni terroristiche online.

Il quarto ostaggio, il reporter britannico John Cantlie, non è stato decapitato. Il prigioniero viene usato come messaggero in altri due video che sono stati diffusi. Nel primo ha chiesto di essere ascoltato e che non si faccia disinformazione sullo Stato Islamico, nel secondo dice di essere stato abbandonato dal Regno Unito e di avere importanti rivelazioni. È stato poi decapitato un altro ostaggio, questa volta francese, in Algeria. 

7. Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico?

Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. La puoi comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase: “There is no god but God, Muhammad is the messenger of God”. La storia è raccontata dal Washington Post.

Leggi anche la storia della jihadista più ricercata al mondo, Lady al-Qaeda, su The Post Internazionale.

8. Obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno Stato?

Risponde Vittorio Emanuele Parsi, direttore di ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0.

Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra – 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro.

Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno Stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione – Iraq e Siria.

L’organizzazione territoriale serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.

La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda. In una versione post-moderna che comunica come noi.

Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, questo però ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa”.

9. Chi c’è dietro allo Stato Islamico e come combatterlo?

Cresce l’opinione, in Iraq, che gli Usa stiano usando l’Isis come scusa per intervenire di nuovo in Medio Oriente. Tuttavia, un docente dell’Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, sostiene che il terrorismo islamico nasca dal movimento salafita.

Come si fa a sconfiggere lo Stato Islamico? Risponde Chelsea E. Manning, militare e attivista statunitense.

Intanto, al confine con la Turchia i curdi combattono contro lo Stato Islamico. Bambini curdi a Yumurtalik, in Turchia (nella foto qui sotto) e 140mila siriani, perlopiù curdi, hanno attraversato il confine per entrare in Turchia e cercare rifugio.

10. Il documentario

Il reporter di VICE News Medyan Dairieh ha passato tre settimane tra i combattenti dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria. Dairieh è un corrispondente di guerra ed è il primo giornalista di una testata occidentale a realizzare un reportage sullo Stato Islamico.

Il documentario è diviso in cinque parti: la diffusione del Califfato, il reclutamento dei bambini per il jihad, il rafforzamento della sharia, il trattamento dei cristiani rimasti in città e lo stato in cui si trova il confine tra Siria e Iraq.

Il video mette in luce come funziona il nuovo Stato: leggi, tribunali, tasse e reclutamento, mentre i soldati combattono al fronte.

Il trailer di 1 minuto.

Il documentario integrale.

In collaborazione con Dario Sabaghi, Giulia Alfieri e gli altri membri della redazione di The Post Internazionale.

 Colui che fece paura a Helmut Kohl,

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/06/09…

Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Antonino Galloni, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05
Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quel’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Da sei giorni decine di migliaia di brasiliani stanno manifestando in diverse città del Brasile contro alcune politiche decise dalla presidente Dilma Rousseff. Nonostante non ci sia uniformità completa nelle ragioni delle proteste, ci sono almeno due critiche che accomunano la maggior parte dei manifestanti: il governo di Brasilia è accusato di avere aumentato del 7 per cento il costo dei trasporti pubblici, e di avere sostenuto troppe spese per l’organizzazione di due grandi eventi sportivi che si terranno nel paese nei prossimi 3 anni – i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016 – sacrificando così gli investimenti in altri settori come la sanità e l’istruzione.

Accanto alle molte manifestazioni pacifiche, in questi giorni ci sono stati anche molti danneggiamenti a banche e automobili, e anche saccheggi di negozi di televisori ed elettrodomestici, come era accaduto durante i “riots” di Londra del 2011. Le proteste sono state riprese molto dalla stampa di tutto il mondo, sia per le loro dimensioni – molti osservatori dicono che siano le più grandi degli ultimi vent’anni – sia perché si stanno tenendo nei giorni in cui si gioca la Confederations Cup, a cui sta partecipando anche la nazionale italiana di calcio.

Molti hanno iniziato a chiedersi quali siano le vere motivazioni che hanno spinto così tante persone a protestare contro il governo brasiliano, visto che fino a poco tempo fa il Brasile era considerato una delle economie nel mondo più in espansione, e con grandi margini di crescita. A uno sguardo superficiale, infatti, il Brasile sembra non avere nessuna di quelle grandi caratteristiche che spesso generano proteste di questa intensità e durata: non ha un governo autoritario né lo stato di salute della sua democrazia sembra essere in pericolo, non ha una crisi economica in corso. Anzi, il Brasile in questi anni è stato spesso considerato uno dei paesi con l’economia più in salute del pianeta, la B dell’acronimo BRICs che insieme a Russia, India e Cina rappresenta il gruppo delle superpotenze emergenti.

L’economia brasiliana sta davvero così bene?
Fino a qualche tempo fa sì, ora meno. Nel 2012 il Brasile ha superato il Regno Unito come sesta economia del mondo, rispondendo molto meglio alla crisi economica e finanziaria mondiale che ha colpito duramente molti paesi d’Europa, ed è considerato da diversi anni una “superpotenza delle risorse naturali”, come lo ha definito Bloomberg, grazie alle sue grandi riserve di minerali di ferro, potenziale idroelettrico, petrolio in acque profonde e alluminio. L’espansione economica, aiutata anche da diversi piani governativi di incentivi al consumo, ha fatto sì che nell’ultimo decennio circa 40 milioni di brasiliani passassero da una condizione di relativa povertà a far parte della cosiddetta “classe media”, aumentando le proprie aspettative economiche e di qualità di vita. Il merito di questo successo viene attribuito soprattutto a Luiz Inácio da Silva, politico socialista ed ex sindacalista che è stato presidente del Brasile dal 2002 al 2010. A Lula è succeduta Dilma Rousseff, economista e sua compagna di partito.

Da due anni, però, la crescita economica del Brasile sembra essere rallentata di molto. Nel 2011 il PIL brasiliano è cresciuto “solo” del 2,7 per cento, il secondo peggior risultato dal 2003, mentre nel 2012 è andata ancora peggio, con una crescita dello 0,9 per cento (nel 2010 il PIL era cresciuto del 7,5 per cento). Già nel 2012 diversi analisti avevano cominciato a parlare di una perdita della competitività internazionale dell’economia brasiliana: John Welch, analista strategico del “CIBC World Markets”, banca di investimenti sussidiaria della Candian Imperial Bank of Commerce, disse a Bloomberg: «Loro [i brasiliani] stanno dando la colpa dei loro problemi al tasso di cambio, ma hanno ignorato le riforme strutturali». Secondo molti analisti il modello di sviluppo del Brasile dell’ultimo decennio si è basato sull’espansione dei consumi e quindi del credito: molti brasiliani appartenenti alle fasce più deboli della popolazione hanno potuto comprare macchine, televisioni e altri prodotti che prima non si potevano permettere, migliorando la loro qualità di vita ma raggiungendo livelli di debito non più sostenibile, nonostante siano stati tagliati dal governo i tassi d’interesse.

Corruzione, evasione fiscale e cattiva gestione del denaro pubblico
Le riforme strutturali, oltre a essere richieste in riferimento a piani industriali e di investimento nel settore pubblico, hanno riguardato anche una serie di inefficienze nella gestione del potere e degli affari da parte della classe politica del Brasile. Associated Press ha scritto che nel corso degli anni i brasiliani hanno imparato ad accettare come un costo inevitabile, almeno in parte, gli illeciti dell’amministrazione pubblica. Secondo la Federazione delle Industrie di São Paulo, il governo di Brasilia perde più di 47 miliardi di dollari ogni anno per l’evasione fiscale, per la cattiva gestione del denaro pubblico e per la diffusa corruzione nel settore pubblico.

In realtà la tendenza degli ultimi anni è sembrata essere opposta, grazie a una serie di impegni presi da Rousseff mirati a punire i politici coinvolti in casi di corruzione, che avevano beneficiato fino a quel momento di una specie di immunità giudiziaria informale. Durante il primo anno della sua presidenza, diversi ministri del governo si dimisero per essere rimasti coinvolti in casi poco chiari di assegnazione di contratti pubblici.

Alla fine di ottobre 2012 si era anche concluso con 25 condanne il cosiddetto “caso mensalão“, considerato il più grande scandalo politico della storia del Brasile, che si riferiva a una serie di reati legati al finanziamento illecito di campagne elettorali e corruzione di esponenti di diversi partiti politici. Le condanne arrivate per il “caso mensalão” avevano fatto sperare molti in un cambio netto di politiche contro la corruzione: la stessa coalizione che sosteneva Rousseff aveva appoggiato due anni prima, nel 2010, una legge che vietava la candidatura a incarichi politici pubblici a chiunque fosse stato condannato per una serie di reati, tra cui la compravendita di voti e il finanziamento illecito della campagna elettorale.

I problemi degli stadi e dei loro costi
Nonostante la lotta alla corruzione portata avanti da Rousseff, molte inefficienze sono rimaste e si sono viste chiaramente nella gestione dei lavori negli impianti sportivi per i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016. La spesa totale, finora, è stata di circa 7 miliardi di reais, 2,5 miliardi di euro: quasi tutti soldi pubblici, nonostante la promessa di un coinvolgimento del settore privato quando i Mondiali vennero assegnati al Brasile nel 2007. La cifra complessiva è già il triplo del totale speso dal Sudafrica per organizzare i Mondiali del 2010. L’Economist ha scritto che nei piani iniziali i soldi pubblici dovevano servire per i trasporti e la sistemazione degli spazi urbani. Molti dei lavori in quei settori sono stati avviati in ritardo o cancellati, viste le lentezze nel reperimento dei fondi e la priorità data agli stadi.

E qui torniamo alle proteste di questi giorni: secondo diversi osservatori, le centinaia di migliaia di persone che stanno protestando da quasi una settimana appartengono alla classe media, cioè quella parte della società brasiliana che ha beneficiato maggiormente della grande espansione economica dell’ultimo decennio e che ora si aspetta di vedere soddisfatte le proprie aspettative sulla qualità della vita. La contrazione dell’economia degli ultimi due anni ha provocato diversi effetti molto negativi sulla classe media. Per prima cosa, c’è stato un aumento molto significativo dell’inflazione: secondo quanto riferito il 10 aprile dall’agenzia statistica brasiliana IBGE, negli ultimi 12 mesi l’inflazione è stata del 6,6 per cento, e il settore alimentare è quello in cui l’aumento sembra avere avuto maggiore impatto. Un caso di cui si parlò molto ad aprile fu quello dei pomodori brasiliani costosissimi, 5 euro al chilo, che aveva provocato anche diverse proteste tra la popolazione e alcuni politici in parlamento.

Inoltre, molti brasiliani credono che i soldi – tanti soldi – spesi per la costruzione degli impianti sportivi potessero essere usati per migliorare le pessime condizioni in cui si trovano molte scuole e ospedali del paese. Questi investimenti sono stati visti come risultato di una pessima politica, che per troppi anni ha potuto fare più o meno quello che voleva senza rischiare troppo di pagarne le conseguenze a livello giudiziario. Le ricadute positive dei Mondiali e delle Olimpiadi sull’economia brasiliana, in cui sperano politici e organizzatori, arriveranno eventualmente solo dopo quegli eventi.

In questo senso, l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici è stato il provvedimento che ha scatenato le proteste di moltissimi brasiliani: la reazione violenta della polizia ha alimentato le critiche al governo, e spinto molti giovani e appartenenti alla classe media a proseguire le manifestazioni; infine, l’attenzione internazionale sul Brasile per le partite di Confederations Cup ha rappresentato il momento giusto per far sì che delle proteste parlasse tutto il mondo.

Un uomo è rimasto per diverse ore fermo, in piedi e in silenzio,

a Istanbul: in poco tempo è stato raggiunto da altri e la cosa si è diffusa anche altrove

Nel pomeriggio di lunedì 17 giugno si è diffusa una nuova forma di protesta tra i manifestanti in Turchia, che dal 31 maggio scorso stanno protestando contro l’autoritarismo e la progressiva islamizzazione della società turca portata avanti dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan: la protesta è partita dal gesto di un solo uomo che è rimasto per diverse ore fermo, in piedi e in silenzio di fronte al Centro Culturale Ataturk in piazza Taksim, a Istanbul. L’uomo è stato poi identificato come Erdem Gündüz, ed è un coreografo e artista turco.

La protesta di Gündüz è iniziata alle 18 ora locale e si è diffusa molto rapidamente su Twitter grazie all’hashtag “duranadam” e “standing man”: alle 2 di notte circa 300 persone erano riunite a piazza Taksim e imitavano la protesta di Gündüz. Dieci persone, che si sono rifiutate di allontanarsi dopo l’intervento della polizia, sono state arrestate.

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Andy Carvin, analista e social media editor della National Public Radio statunitense, ha raccolto su Twitter molte immagini e fotografie della “protesta silenziosa”, che con il passare delle ore si è diffusa in altri luoghi simbolici di Istanbul, in altre città della Turchia, con qualche episodio curioso anche a New York, Las Vegas, Stoccarda, stando alle foto.


Jess Lydon, 19 anni, ha contratto la sindrome di Susac: può ricordarsi solo le ultime ventiquattro ore

La ragazza che può ricordarsi solo le ultime ventiquattro ore della sua vita ha 19 anni, si chiama Jess Lydon e abita a Walsgrave, nella contea di West Midlands, nella pancia del Regno Unito. Tutto quello che conosce della sua vita è il presente. Non sa più che la sua migliore amica è incinta. E neanche che suo nonna Audrey è morta lo scorso anno. A 69 anni. Si volevano un bene da matti e lei il giorno del funerale ha appoggiato una rosa bianca sulla bara. Non sa quando è Natale. Figuriamoci Pasqua. Ogni tanto le arrivano delle immagini sfocate e lei dice: «ah, ecco, forse è così», ma non sa bene dove la porta il filo dei suoi pensieri. Le escono frasi bele – «mi piace molto percorrere il bordo curvo della città» – e anche tremende: «la mia vita è rovinata».

La sua malattia si chiama Sindrome di Susac. E nel mondo ce l’hanno solo duecentocinquanta persone. La maggior parte sono donne, con un’età che va dai 18 ai 40 anni. Non si sa come la si prende. E fino al 1979 non l’avevano neppure catalogata. Poi sono cominciati gli studi. Si soffre di encefalopatia (danni neuronali, per esempio), ipoacusia neurosensoriale (riduzione dell’udito per colpa del nervo acustico) e di occlusione arteriolare (il sangue fatica a fluire). La diagnosi è sempre complicata. La Sindrome arriva all’improvvio e in genere si manifesta con attacchi ricorrenti che durano più o meno quindici mesi. Come si presenta se ne va. Senza preavviso. Non sono segnalati casi mortali, ma su un terzo dei pazienti restano postumi sensoriali e neurologici di gravità variabile. I medici cercando di curarla con cocktail di farmaci a base di steroidi, ma non sanno bene neanche loro dove sbattere la testa. Tracey, la mamma di Jess, giura che da novembre la vita della sua bambina è diventata un incubo. «E’ una pittrice, sapete? Fa la scuola d’arte e ha le mani fatate. disegna divinamente. E poi recita. Bravissima».

Quando la Sindrome l’ha messa in gabbia era diventata la protagonista di «We will rock you». Invece adesso è uno no scherzo del destino. Un’aquila reale che soffre di vertigini. Anzi, secondo Tracey è persino peggio. «E’ come una pensionata con l’Alzheimer. Spesso mezzora dopo la colazione mi chiede se dobbiamo ancora sederci a tavola. Mi viene da piangere. E non mi resta che pregare».

Lei, Jess, lo sa che le cose non funzionano. Il suo ragazzo l’ha lasciata e ha dovuto rinunciare anche al College. Ma lei di lui non ricorda neppure il nome. Passa le giornate a guardare fuori dalla finestra. Come se la soluzione fosse là, nascosta dietro gli alberi di albicocche. Spera la luce della campagna le riaccenda la memoria entrandole negli occhi. Ha un profilo sottile, delicato, la pelle molto bianca e il naso da francese. In genere si lega i capelli dietro la testa con un elastico. Si cura, perché «quando questo disastro sarà passato voglio che la vita mi trovi in ordine». Ha smesso anche di uscire. Ha paura di non trovare più la strada di casa. E spesso si domanda anche se davvero l’ha invitata qualcuno. Con il buio, poi, diventa ancora più triste. Le era sempre piaciuta la notte. Convinta che il mondo si comportasse meglio restando fermo. Invece adesso si è fermata lei. E tutto quel buio silenzioso le è piombato addosso.

andrea malaguti – la stampa