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The Post Internazionale – mondo

Che cos'è l'Isis e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi, la guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo, 
di Alessandro Albanese Ginammi
L'Isis, spiegato

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Dieci cose da analizzare per cercare di capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

1. Il nome: Isil, Isis o Stato Islamico?

Il 29 giugno 2014, il gruppo di jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) – più noto come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) – annunciano la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

“Le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’ sono state rimosse dal nome dello Stato Islamico nei documenti ufficiali”, precisa in quella occasione il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad al-Adnani. L’obiettivo, infatti, è di ridefinire i confini del Medio Oriente.

Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico e le vittorie a raffica conseguite nell’arco di poche settimane nel mese di giugno sono state costruite in realtà in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Nello speciale del New York Times “Lo Stato canaglia lungo il Tigri e l’Eufrate” vengono mappate le conquiste e gli insediamenti dello Stato Islamico.

Nell’audio diffuso su internet dai jihadisti il mese scorso, il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?

Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce a Baghdad all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero della capitale irachena dove convivono sciiti e sunniti.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan. Nel 2005 l’esercito americano lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell’Isis: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie sotto la sua guida saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie.

La storia è stata raccontata su The Post Internazionale. Un profilo del misterioso califfo anche su The Guardian, al-Monitor, BuzzFeed e BBC.

3. Chi sono i combattenti arruolati nello Stato Islamico?

Più di 80mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Tre anni fa, il gruppo terroristico era formato da soli 1.000 militanti armati.

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di un lavoro, molti di loro parlano inglese, partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino, con passaporto europeo, attratti dalla propaganda dei jihadisti. Alcuni arrivano anche dalla Spagna.

In Siria e Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico. A Raqqa, considerata la capitale, uomini e donne armati controllano la popolazione con la forza. Niente musica o intrattenimento. Un video segreto mostra la vita nella roccaforte dello Stato Islamico. In un altro video, il Wall Street Journal descrive la vita e le attività nella capitale dello Stato islamico.

Da leggere: la storia di Adeba Shaker, una ragazza yazida di 14 anni scappata dalle grinfie dei suoi rapitori.

Sono stati recentemente scoperti alcuni dei loro campi di addestramento, scovati da alcuni citizen investigative journalists britannici utilizzando da casa Google earth e Bing maps.

4. Dove prende i soldi lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari. Talebani, Hezbollah, FARC, Al Shabaab e Hamas sono staccati nettamente con 560, 500, 350, 100 e 70 milioni di dollari. Lo Stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al business del petrolio, aumentando quotidianamente il suo capitale dopo la conquista della città irachena di Mosul.

Oltre al petrolio (circa 1.095 miliardi di dollari), il suo patrimonio è costituito da: 430 milioni di dollari rubati nelle banche depredate lungo il cammino di conquiste, 96 milioni di dollari grazie al riciclaggio di denaro nella zona di Mosul, 36 milioni dal business dei tesori archeologici e circa 343 milioni da altre attività ancora da chiarire.

Controllo di pozzi petroliferi in Siria e Iraq, città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

In molti sostengono che i soldi provengano anche dalle elite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo. Le donazioni private dirette verso lo Stato Islamico passano anche attraverso il confine turco-siriano, come riporta il Washington Post.

Sempre il Washington Post, ha individuato poi nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti avrebbero comprato alcune delle loro attrezzature. Il centro commerciale dello Stato Islamico si trova in Turchia?

5. Come funziona la loro strategia del terrore online?

40mila è il numero di tweet che sono stati inviati in un solo giorno dai sostenitori dello Stato Islamico. Esiste una sofisticata rete di account Twitter collegati tra loro che amplificano ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione.

Internet, video, foto, pagine social, da Twitter a Facebook, da YouTube ai semplici blog, la nuova guerra del terrore dello Stato Islamico si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo), secondo una precisa social media strategy.

Gli sforzi per diventare un marchio del terrore si realizzano anche con la propaganda attraverso gadget: riviste, magliette, abbigliamento e passaporti falsi. Si possono comprare anche a Istanbul. E la propaganda prevede anche che i militanti distribuiscano caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali, non solo odio e decapitazioni per fare proseliti.

6. Le decapitazioni e i video del terrore

Il 19 agosto i jihadisti dello Stato Islamico hanno pubblicato un video in cui mostrano la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012, minacciando gli Stati Uniti di uccidere anche un altro ostaggio statunitense, il giornalista Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013.

Qui il video della decapitazione di Foley. Il carnefice, secondo The New Yorker, The Telegraph e Quartz, sarebbe un rapper di origine inglese di nome John. Mentre una ragazza britannica, Khadijah Dare, promette di diventare la prima donna a decapitare un prigioniero occidentale in Siria. The Post Internazionale ha pubblicato l’ultima lettera di James Foley.

Il 2 settembre lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo video che mostra la decapitazione di un altro reporter americano: è Steven Sotloff, il giornalista mostrato negli ultimi istanti del video della decapitazione di Foley.

Anche il terzo ostaggio dello Stato Islamico è stato decapitato: si tratta del britannico David Cawthorne Haines. Il video, intitolato “A Message to Allies of America”, è stato rilanciato dagli specialisti del SITE Intelligence Group, che monitora le organizzazioni terroristiche online.

Il quarto ostaggio, il reporter britannico John Cantlie, non è stato decapitato. Il prigioniero viene usato come messaggero in altri due video che sono stati diffusi. Nel primo ha chiesto di essere ascoltato e che non si faccia disinformazione sullo Stato Islamico, nel secondo dice di essere stato abbandonato dal Regno Unito e di avere importanti rivelazioni. È stato poi decapitato un altro ostaggio, questa volta francese, in Algeria. 

7. Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico?

Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. La puoi comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase: “There is no god but God, Muhammad is the messenger of God”. La storia è raccontata dal Washington Post.

Leggi anche la storia della jihadista più ricercata al mondo, Lady al-Qaeda, su The Post Internazionale.

8. Obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno Stato?

Risponde Vittorio Emanuele Parsi, direttore di ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0.

Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra – 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro.

Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno Stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione – Iraq e Siria.

L’organizzazione territoriale serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.

La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda. In una versione post-moderna che comunica come noi.

Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, questo però ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa”.

9. Chi c’è dietro allo Stato Islamico e come combatterlo?

Cresce l’opinione, in Iraq, che gli Usa stiano usando l’Isis come scusa per intervenire di nuovo in Medio Oriente. Tuttavia, un docente dell’Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, sostiene che il terrorismo islamico nasca dal movimento salafita.

Come si fa a sconfiggere lo Stato Islamico? Risponde Chelsea E. Manning, militare e attivista statunitense.

Intanto, al confine con la Turchia i curdi combattono contro lo Stato Islamico. Bambini curdi a Yumurtalik, in Turchia (nella foto qui sotto) e 140mila siriani, perlopiù curdi, hanno attraversato il confine per entrare in Turchia e cercare rifugio.

10. Il documentario

Il reporter di VICE News Medyan Dairieh ha passato tre settimane tra i combattenti dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria. Dairieh è un corrispondente di guerra ed è il primo giornalista di una testata occidentale a realizzare un reportage sullo Stato Islamico.

Il documentario è diviso in cinque parti: la diffusione del Califfato, il reclutamento dei bambini per il jihad, il rafforzamento della sharia, il trattamento dei cristiani rimasti in città e lo stato in cui si trova il confine tra Siria e Iraq.

Il video mette in luce come funziona il nuovo Stato: leggi, tribunali, tasse e reclutamento, mentre i soldati combattono al fronte.

Il trailer di 1 minuto.

Il documentario integrale.

In collaborazione con Dario Sabaghi, Giulia Alfieri e gli altri membri della redazione di The Post Internazionale.

 Colui che fece paura a Helmut Kohl,

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/06/09…

Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Antonino Galloni, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05
Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quel’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

REUTERS
Il ragazzo fuggito da Pyongyang è a Torino Spiritualità, intervistato dal direttore della «Stampa»

Intervistato da Mario Calabresi. Shin Dong-hyuk, 32anni, è l’unica persona a essere mai evasa da un carcere di lavoro del governo di Pyongyang.

La «colpa» di Shin Dong-hyuk è di essere stato concepito per diventare schiavo. E’ nato per caso nel 1982, da genitori rinchiusi in un campo di concentramento della Corea del Nord, costretti a lavorare in condizioni disumane, quelle che il regime di Kim Il-sung – nonno dell’attuale dittatore – imponeva ai dissidenti dello Stato. Per 23 anni Shin è vissuto tra le mura della paura e delle torture delle guardie armate. Fino al 2 gennaio 2005, quando è riuscito a fuggire e a raccontare la sua incredibile storia agli occhi increduli del mondo.

La fuga dal carcere

Oggi, alle 18,30, al Teatro Carignano, il ragazzo venuto dall’inferno è a Torino Spiritualità, intervistato dal direttore della «Stampa», Mario Calabresi. Shin Dong-hyuk è l’unica persona a essere mai evasa da un carcere di lavoro del governo di Pyongyang. Al festival del pensiero presenta il libro biografico, in uscita per Codice, «Fuga dal Campo 14», già tradotto in 28 Paesi. E’ la testimonianza dolorosa e sconvolgente della sua esperienza, raccolta dal cronista statunitense Blaine Harden, un’avventura che supera il confine della disumanità. Per mettere in atto il progetto della fuga, condiviso con un prigioniero politico, Shin ha dovuto usare il corpo del compagno, folgorato da una scossa di scarica elettrica mentre scavalcava la recinzione, come una sorta di messa a terra per non subire la stessa sorte. Appena uscito, ha viaggiato per lunghi anni, passando dalla Corea del Sud alla Cina, per arrivare negli Stati Uniti.

Ambasciatore Onu

Oggi, Shin ha 32 anni e fa l’ambasciatore Onu dei diritti umani, denunciando i crimini che la Corea del Nord continua a perpetrare. Sembra più giovane della sua età, vive come una missione il racconto dell’esperienza al Campo 14, in difesa dei parenti uccisi perché lui avesse salva la vita, e degli altri 200 mila prigionieri. Tra le violenze del carcere di Kaechon, la parola libertà aveva il colore del cielo, ma era vuota di significato. «Sono passati otto anni dalla mia fuga e sto cercando di adattarmi a questa società – ha detto ieri Shin –. Ho cominciato a conoscerla da poco, non posso dire di aver avuto momenti felici». La prima prova di libertà è stata «la possibilità di mangiare». Gli sta a cuore il suo Paese: «Invitandomi, Torino Spiritualità ha dimostrato di comprendere il dramma della mia terra – ha aggiunto –. Non so se tutti capiranno fino in fondo l’atrocità e la sofferenza che stanno subendo i miei compagni e mio padre».

Il grande filosofo e teorico della comunicazione statunitense Noam Chomsky ha eleborato e sintetizzato un utile prontuario che ci spiega le dieci fondamentali tecniche che utilizza il potere, su scala mondiale,  per dominarci, condizionarci e farci accettare, in nome di un presunto “nobile fine”, le decisioni e le leggi più aberranti e vessatorie. E devo ammettere che Chomsky ci ha visto giusto: avviene proprio sulla base di queste dieci “strategie” la progressiva realizzazione ed attuazione di quel Nuovo Ordine Mondiale che sta schiacciando le identità dei popoli e degli stati e che sta annientando e annichilendo tutte le nostre libertà e conquiste civili faticosamente raggiunte in millenni di civiltà.

Ritengo che, per ribellarsi e passare al contrattacco, sia fondamentale conoscere e capire queste strategie di controllo sociale, che qui di seguito Vi riporto per intero. Vi parlerò poi nel dettaglio di un’altra strategia, che si riallaccia alla seconda regola enunciata da Chomsky, da sempre utilizzata dal potere per ingannare le masse e per carpirne il consenso: quella della “False-Flag”.

LE 10 REGOLE PER IL CONTROLLO SOCIALE INDIVIDUATE DA NOAM CHOMSKY

L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche.

1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione, che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.

La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della Scienza, dell’Economia, della Psicologia, della Neurobiologia e della Cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”. Questa citazione, come altre che seguiranno in questa esposizione, è ripresa dal testo “Armi silenziose per guerre tranquille”, un documento datato Maggio 1979 trovato “fortuitamente” il 7 Luglio 1986 in una fotocopiatrice della IBM acquistata ad un’asta di attrezzature militari. Il documento, un vero e proprio “manuale di programmazione della società”, non reca la firma dell’ente o dell’organizzazione che lo ha prodotto e si ritiene che fosse in possesso dei servizi della US Navy, ma varie fonti ritengono che sia stato redatto dal Gruppo Bilderberg.

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione-soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. É più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché?

“Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedi sempre il documento “Armi silenziose per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi sempre “Armi silenziose per guerre tranquille”).

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile delle proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto-svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élite dominanti. Grazie alla Biologia, alla Neurobiologia e alla Psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Consiglio ai lettori di questo articolo di studiare a fondo queste dieci semplici regole e di tenerle sempre in mente. Vi accorgerete di come esse vengano applicate quotidianamente dai nostri governanti e da tutti i mezzi di informazione e comunicazione di regime.

In un mio precedente articolo sono andato a scomodare Richard Dawkins per parlarVi del concetto di “meme”, un’entità di informazione che si propaga come un virus da una mente ad un’altra o, nell’eccezione dawkinsiana, un’unità auto-replicante di informazione culturale che, come abbiamo visto, può fare molti danni se creata ad hoc con lo scopo di diffondere disinformazione o notizie falsate presso l’opinione pubblica. E Vi ho citato a riguardo molti esempi.

Dato che uno degli scopi che si prefigge questo blog è, oltre a trasmettere e diffondere contro-cultura e contro-informazione, quello di far riflettere i lettori e di insegnare loro – senza presunzione e nei limiti del possibile – a non credere ciecamente alle informazioni propinate quotidianamente dai quotidiani di regime e dai mass media in genere, continuiamo allora a parlare di libera informazione, o, meglio, di libertà di informazione. E, continuando appunto su questo filone, vi spiegherò questa volta il concetto e il significato di “false flag”, neologismo anglosassone coniato già durante la II° Guerra Mondiale, del quale l’enciclopedia in rete Wikipedia ci fornisce una esaudiente spiegazione:

“La tattica false flag, o operatività sotto falsa bandiera, è una tattica segreta condotta generalmente da grandi compagnie, agenzie d’intelligence, governi, o gruppi politici, e progettata per apparire come perseguita da altri enti e organizzazioni anche attraverso l’infiltrazione e/o lo spionaggio di questi ultimi. Il nome deriva da ‘false’ e ‘flag’, ossia bandiera falsa. L’idea è quella di ‘firmare’ una certa operazione per così dire “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione. Un’operazione ‘false flag’ può vedersi come la versione in grande, strategico-politica, di un falso d’autore, ma non solo: la tattica falsa bandiera non si limita esclusivamente a missioni belliche e di contro-insorgenza, bensì viene utilizzata anche in tempi di pace, come ad esempio nel periodo italiano della strategia della tensione, e copre anche operazioni nelle quali il nemico viene guidato a sua insaputa verso il raggiungimento di un obiettivo che lo stesso nemico può persino ritenere essere connaturale al completamento della propria missione e/o all’attuazione della propria strategia”.

Pur non mancando addirittura nella storia antica numerosi esempi che potrei citarvi, in tempi più recenti possono essere classificati come “false flag” l’incidente di Gleiwitz del 1939, con cui Reinhard Heydrich costruì ad arte un “attacco polacco” per mobilitare l’opinione pubblica tedesca, e per fabbricare una giustificazione falsa per l’invasione della Polonia. Oppure l’episodio di Mukden del 1931, quando funzionari giapponesi costruirono un pretesto per annettere la Manciuria facendo esplodere una sezione di ferrovia. In seguito, produssero la falsa affermazione per cui sarebbe stato rapito uno dei loro soldati nell’episodio del ponte Marco Polo, come scusa per invadere la Cina. E, tornando al 1939, si verificò un caso di false flag quando l’Unione Sovietica di Stalin bombardò il villaggio di Mainila alla frontiera con la Finlandia, diffondendo poi la notizia di molte vittime. L’episodio fu utilizzato come giustificazione per attaccare il paese scandinavo.

Altro caso “classico” di false flag potrebbe essere l’Operazione Northwoods, pianificata (ma mai eseguita) da parte di gruppi di funzionari di alto livello del governo statunitense, e finalizzata a inventare pretesti per una guerra contro Cuba. Tale operazione includeva scenari come la simulazione del dirottamento di un aereo passeggeri facendo cadere la colpa su Cuba, oppure atti terroristici contro immigrati cubani negli USA, da rimproverare a terroristi castristi. Scritta e firmata dai Joint Chiefs of Staff (gli Stati Maggiori riuniti delle Forze Armate statunitensi), fu bocciata dal Segretario alla Difesa Robert McNamara e venne alla luce solo grazie alla legge per la libertà di informazione, il Freedom of Information Act, e fu resa pubblica da James Bamford.

Anche la storia recente è letteralmente disseminata di casi di false flag. Basti ricordare l’efferata strage di civili al mercato di Sarajevo, operata e condotta dalle truppe musulmano-bosnianche di Alja Izetbegovic per far ricadere la colpa sui Serbi.

Ma veniamo a tempi più recenti. É del 12 Marzo di due anni fa una notizia che tutti attendevamo (o quantomeno l’attendeva il sottoscritto); notizia che, naturalmente, è passata rigorosamente sotto silenzio sui nostri quotidiani e sui nostri notiziari. Adesso è ufficiale: tracce di esplosivi di nano-termite sono stati individuati tra i detriti delle Twin Towers del World Trade Center di New York. Sì, proprio le Torri, quelle Torri che l’opinione pubblica americana e non è stata indotta a credere siano state abbattute dal più terribile e spettacolare attentato terroristico della storia. Analizzando numerosi detriti raccolti subito dopo il crollo, il Dr. Steven Jones, professore di Fisica della Brigham Young University, coadiuvato da un team internazionale composto da nove scienziati, ha individuato chiaramente residui di esplosivo nano-termite, generalmente usato per scopi militari e per le demolizioni controllate degli edifici. Dopo un rigoroso processo di peer-review, la notizia della scoperta e la relativa documentazione sono state pubblicate sulla prestigiosa rivista scientifica Bentham Chemical Phisics Journal, una delle testate più accreditate e rispettate negli U.S.A. In sintesi, come già dimostravano (per chi aveva gli occhi attenti per capirlo) alcuni filmati girati durante il crollo, è possibile adesso affermare ufficialmente che a determinare il crollo delle Twin Towers non sono stati gli aerei che le hanno colpite, ma tutta una serie di cariche di esplosivo piazzate con estrema perizia e maestria in numerosi punti dei due edifici.

Sempre nel 2011, il giorno 2 Maggio, i telegiornali e i siti internet di tutto il mondo hanno dato la notizia di un blitz delle forze speciali americane in territorio pakistano, durante il quale sarebbe stato ucciso nientemeno che il famigerato leader di Al Qaeda Osama Bin Laden. Già dopo aver letto le prime agenzie stampa sulla dinamica dell’operazione e aver rilevato delle grossolane incongruenze, coronate dalla notizia del presunto funerale in mare (secondo “rito islamico”!?!) del barbuto sceicco, ricordo di aver esclamato “Ma ci hanno veramente presi per degli idioti!”.

Adesso, ad oltre due anni dalla vicenda, i miei sospetti che si trattasse di una ennesima false flag, costruita ad arte da un’amministrazione Obama in crisi di identità e in forte calo di consensi, appaiono sempre più fondati.

A parte il fatto che tutta la storia della sedicente Al Qaeda, dall’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1980 in poi, per chi la conosce bene o semplicemente si è degnato di approfondirla, appare già di per sé come una colossale montatura, la ciliegina sulla torta è arrivata il 3 Maggio 2011, appena un giorno dopo. Nel popolare show televisivo di Alex Jones, Steve R. Pieczenik, uno dei maggiori insider del governo americano, ha pubblicamente rivelato che Osama Bin Laden sarebbe morto nel 2001 e che l’attentato dell’11 Settembre non sarebbe stato altro che una colossale false flag. Pieczenik, che ha occupato posizioni influenti sotto tre diversi presidenti (è stato infatti assistente del Segretario di Stato durante le amministrazioni di Nixon, Ford e Carter), ed ha lavorato anche per Reagan e per Bush senior, ancora oggi lavora alle dipendenze del Dipartimento della Difesa. Ex Capitano della U.S. Navy, ha conseguito un dottorato di ricerca al MIT di Boston ed è stato inoltre pianificatore della politica statunitense al servizio di Segretari di Stato come Henry Kissinger, Cyrus Vance, George Schulz e James Baker. Non si tratta certo, quindi, dell’ultimo arrivato. Ed ha espresso, inoltre, davanti ai telespettatori la sua disponibilità a testimoniare davanti al Gran Giurì per ufficializzare tutte le sue affermazioni. Già nell’Aprile 2002 Pieczenik aveva dichiarato, sempre nel corso di una trasmissione televisiva, che Bin Laden era già morto da mesi, “non perché le forze speciali lo abbiano ucciso, ma perché era stato visitato da un’equipe della CIA e dai loro registri risulta che fosse afflitto dalla sindrome di Marfan”.

La sindrome di Marfan è una grave malattia degenerativa che colpisce il tessuto connettivo e per la quale non esiste ancora una cura definitiva. Secondo Pieczenik la CIA e il Governo USA erano perfettamente a conoscenza delle condizioni di salute del presunto “Nemico n. 1” e della sua morte ben prima di iniziare l’attacco militare contro l’Afghanistan. Nel Luglio 2001 uomini della CIA avrebbero visitato lo sceicco in un ospedale americano di Dubai (alla faccia della presunta latitanza!). “Era già molto malato – sostiene Pieczenik – e stava morendo. Non c’era bisogno che qualcuno lo uccidesse”.

Riferendosi alla foto rilasciata dalla Casa Bianca, e che ha fatto rapidamente il giro del mondo, in cui vediamo il Presidente Obama, Biden, la Clinton e tutto il loro staff di fidati funzionari mentre seguono in diretta su un maxi schermo l’operazione delle forze speciali condotta a Abbottabad, Pieczenik ha affermato in televisione: “Tutto questo scenario in cui vedete un gruppo di persone davanti allo schermo che guardano come se fossero presissimi non ha senso. É completamente costruito per creare consenso, siamo in America, il teatro dell’assurdo. Perché lo stiamo facendo ancora? Nove anni fa quest’uomo era già morto. Perché il governo deve mentire in maniera sistematica al popolo americano?”“Osama Bin Laden è morto – ha dichiarato ancora Pieczenik – e non c’è modo che possano averci combattuto o possano averlo affrontato e addirittura ucciso”.

Questa autorevole “gola profonda” ha poi dichiarato che la decisione di iniziare una simile pagliacciata sarebbe stata presa perché Obama stava andando verso il minimo storico di consenso e approvazione popolare e che la storia legata alla sua “nascita” stava per esplodergli in faccia. “Doveva provare di essere più che americano. Doveva essere aggressivo”.

Avete capito allora, cari lettori, cos’è una “false flag”?

 

TRAILER DI DESTINI OLTRE CONFINE

 

http://www.voglioviverecosi.com/ & http://www.voglioviverecosiworld.com/

presentano Destini Oltreconfine, un videoblog dove gli italiani emigrati all’estero si raccontano.
Seguitelo su: http://www.destinioltreconfine.com/

“Ormai che ho imparato a sognare non smetterò” dice una canzone dei Negrita. Ed è quello che è successo a noi due, Francesca e Francesco, per tutti DoppiaEffe.

Due anni fa, a Dicembre 2011, siamo partiti per un giro del mondo attraverso Asia, Oceania, Sud e Nord America. Abbiamo passato 239 giorni sulla strada, in un’avventura indimenticabile tra facce, suoni, odori di mondi antichi e mondi moderni e mondi in trasformazione.

Quando siamo partiti qualcuno profetizzò: “Quando tornerete scriverete un libro”. E noi non è che ci credessimo tanto a questa cosa. “Figurati, noi un libro..”.

Invece un giorno abbiamo pubblicato la nostra storia su Voglio Vivere Cosi, portale per viaggiatori e sognatori, e il link nei suoi giri nel Web è arrivato tra delle mani preziose. Così una mattina soleggiata tra le montagne di Bariloche abbiamo trovato un’email che diceva che la nostra storia fosse bella, “Vi piacerebbe scrivere un libro?”. La ruota del caso, la catena degli eventi: per seguire un sogno avevamo lasciato il lavoro col patema d’animo di stare facendo una follia, e ci siamo trovati a scrivere un libro, un altro sogno in quel cassetto traboccante. La dimostrazione che provare a realizzare i propri sogni non chiude la porta alla vita, ma apre la strada a nuove opportunità.

Da quell’email tra le montagne argentine il nuovo sogno ha preso forma, è cresciuto, e qualche settimana fa è diventato reale. Si chiama “Matti da Sognare”, è edito dal Cenacolo di Ares, e racconta le peripezie mentali di due Effe che, ingabbiate in una vita normale, hanno deciso di volare via e in alto.

E’ un libro molto intimo, senza finzioni, scritto a due voci, e mette a nudo noi Effe completamente, senza coperture: le paure, le titubanze, le ambizioni, i sogni, la codardia e il coraggio…il percorso mentale dal momento in cui l’Idea di avverare il sogno si è manifestata fino al primo volo aereo si svolge tra le sue pagine, sviscerato in ogni suo aspetto. Nella copertina ci siamo noi due intenti a uscire da una gabbia dorata piena di tutti i comfort che rendono la vita piacevole. Perché, chiariamolo, noi due non è che stessimo male. No, eravamo comodi e normali. Ma una gabbia, per quanto dorata, resta una gabbia se vissuta come tale. E allora…non ci restava che volare via!

Matti da Sognare

E volare via non è stato semplice, abbiamo passato momenti difficili e di forte pressione, navigando controcorrente, sbattuti qua e là da tempeste emotive e di coscienza. Il modello sociale che ci ha cresciuti ed educati ha provato a farci desistere, e le gambe hanno tremato mentre il terreno si sgretolava sotto i piedi giorno dopo giorno, sotto i colpi delle famiglie, degli amici, dei datori di lavoro, ma soprattutto dell’indecisione e paure di cui le nostre teste parevano essere ostaggio. Ma quando l’ultimo granello di terreno si è sgretolato, a un passo dalla rinuncia, abbiamo spiccato il volo, e tutto è diventato improvvisamente più leggero. La mongolfiera dei sogni ci ha portati sempre più in alto, tra le nuvole, al di là della gabbia dorata, ed è stato fantastico poter respirare a pieni polmoni la libertà.

Ora, guardandoci alle spalle, c’è l’incredulità di avercela fatta a spiccare quel volo, e anche l’incredulità di esserci messi a nudo per raccontarci in un libro che è anche lui talmente matto che nemmeno si sa a che genere letterario appartenga. Cosa è Matti da Sognare? Non è un romanzo, perché la sua storia non è inventata. Non è un diario, perché non c’è un ordine cronologico di eventi. Non è un manuale, perché non abbiamo la pretesa di dire a nessuno come si deve vivere la propria vita. Cosa è quindi Matti da Sognare?

Il sottotitolo dice che è una guida per gli indecisi del mollo tutto e parto, ma in realtà è qualcosa di più grande. È un urlo positivo che dice che ci siamo noi, prima di tutte le crisi economiche e governi instabili. Noi con il nostro carico di sogni, paure, certezze, desideri, voglie, legami. Noi e la nostra curiosità, e lì fuori c’è un mondo che ci aspetta, se vogliamo viverlo, qualunque sia il nostro sogno, che non deve essere per forza fare il giro del mondo, può essere qualsiasi cosa.

Matti da Sognare

Si parla di normalità in Matti da sognare, di binari in cui ci sentiamo incastrati. Di scelte difficili con i piatti della bilancia in equilibrio, i sogni da una parte, il senso di responsabilità dall’altra. Si parla di sogni fatti guardando un planisfero appeso alla parete del salotto di casa, della tentazione di avverarli e di quella di chiuderli dentro il cassetto, dimenticandoli. Si parla di radici, di legami, di reazioni. Si parla di lavoro e del nostro rapporto claustrofobico con esso, diventato nostra misura di successo invece che strumento per vivere. Si parla del Belpaese, e del combattere tra la voglia di scappare e quella di restare per cambiare. Si parla di contraddizioni, di spinte opposte, e di montagne russe dell’umore in preda alla pazzia di partire e alla ragionevolezza del restare. O forse, la ragionevolezza del partire e la pazzia del restare, e rinunciare al proprio sogno.

Gli ultimi due anni per noi Effe sono stati un crescendo di emozioni condivise, prima il blog aggiornato durante il viaggio, poi una mostra fotografica. Abbiamo ricevuto decine di email e messaggi da perfetti sconosciuti, alcuni ringraziavano per avere aperto loro il mondo, altri ringraziavano per l’ispirazione, altri ancora facevano semplicemente un in bocca al lupo. Il libro è l’apoteosi di questa condivisione, il suo intento ambizioso è quello di ispirare, di far intravedere una possibilità di cambiamento raccontando la storia di due persone comuni che hanno scelto di provare a realizzare un sogno che sembrava complicato, irraggiungibile, impossibile, e alla fine ce l’hanno fatta.

Sarebbe bello che qualcuno si ritrovasse nelle nostre pagine, rende felici pensare che questo libro potrebbe far battere il cuore a qualcuno, risvegliare sogni addormentati stipati nel cassetto, dare la forza di dire “da oggi prendo in mano la mia vita”, ispirare ad uscire per un attimo dalla routine della quotidianità per respirare un’aria nuova, di libertà.

E’ un inno ai sogni e ai desideri “Matti da Sognare”, al coraggio di viverli e cambiare una vita che non ci soddisfa, un inno alla libertà di vivere come si vuole, senza catene. E’ una voce positiva che speriamo possa spronare a realizzare i propri sogni. Perché si, si può fare, e se ce l’abbiamo fatta noi, perché non ce la potete fare anche voi?

DoppiaEffe

Se volete saperne di più, venite a trovarci su: https://www.facebook.com/mattidasognare

Il libro può essere acquistato online sul sito del cenacolo di Ares: www.cenacolodiares.com

Da sei giorni decine di migliaia di brasiliani stanno manifestando in diverse città del Brasile contro alcune politiche decise dalla presidente Dilma Rousseff. Nonostante non ci sia uniformità completa nelle ragioni delle proteste, ci sono almeno due critiche che accomunano la maggior parte dei manifestanti: il governo di Brasilia è accusato di avere aumentato del 7 per cento il costo dei trasporti pubblici, e di avere sostenuto troppe spese per l’organizzazione di due grandi eventi sportivi che si terranno nel paese nei prossimi 3 anni – i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016 – sacrificando così gli investimenti in altri settori come la sanità e l’istruzione.

Accanto alle molte manifestazioni pacifiche, in questi giorni ci sono stati anche molti danneggiamenti a banche e automobili, e anche saccheggi di negozi di televisori ed elettrodomestici, come era accaduto durante i “riots” di Londra del 2011. Le proteste sono state riprese molto dalla stampa di tutto il mondo, sia per le loro dimensioni – molti osservatori dicono che siano le più grandi degli ultimi vent’anni – sia perché si stanno tenendo nei giorni in cui si gioca la Confederations Cup, a cui sta partecipando anche la nazionale italiana di calcio.

Molti hanno iniziato a chiedersi quali siano le vere motivazioni che hanno spinto così tante persone a protestare contro il governo brasiliano, visto che fino a poco tempo fa il Brasile era considerato una delle economie nel mondo più in espansione, e con grandi margini di crescita. A uno sguardo superficiale, infatti, il Brasile sembra non avere nessuna di quelle grandi caratteristiche che spesso generano proteste di questa intensità e durata: non ha un governo autoritario né lo stato di salute della sua democrazia sembra essere in pericolo, non ha una crisi economica in corso. Anzi, il Brasile in questi anni è stato spesso considerato uno dei paesi con l’economia più in salute del pianeta, la B dell’acronimo BRICs che insieme a Russia, India e Cina rappresenta il gruppo delle superpotenze emergenti.

L’economia brasiliana sta davvero così bene?
Fino a qualche tempo fa sì, ora meno. Nel 2012 il Brasile ha superato il Regno Unito come sesta economia del mondo, rispondendo molto meglio alla crisi economica e finanziaria mondiale che ha colpito duramente molti paesi d’Europa, ed è considerato da diversi anni una “superpotenza delle risorse naturali”, come lo ha definito Bloomberg, grazie alle sue grandi riserve di minerali di ferro, potenziale idroelettrico, petrolio in acque profonde e alluminio. L’espansione economica, aiutata anche da diversi piani governativi di incentivi al consumo, ha fatto sì che nell’ultimo decennio circa 40 milioni di brasiliani passassero da una condizione di relativa povertà a far parte della cosiddetta “classe media”, aumentando le proprie aspettative economiche e di qualità di vita. Il merito di questo successo viene attribuito soprattutto a Luiz Inácio da Silva, politico socialista ed ex sindacalista che è stato presidente del Brasile dal 2002 al 2010. A Lula è succeduta Dilma Rousseff, economista e sua compagna di partito.

Da due anni, però, la crescita economica del Brasile sembra essere rallentata di molto. Nel 2011 il PIL brasiliano è cresciuto “solo” del 2,7 per cento, il secondo peggior risultato dal 2003, mentre nel 2012 è andata ancora peggio, con una crescita dello 0,9 per cento (nel 2010 il PIL era cresciuto del 7,5 per cento). Già nel 2012 diversi analisti avevano cominciato a parlare di una perdita della competitività internazionale dell’economia brasiliana: John Welch, analista strategico del “CIBC World Markets”, banca di investimenti sussidiaria della Candian Imperial Bank of Commerce, disse a Bloomberg: «Loro [i brasiliani] stanno dando la colpa dei loro problemi al tasso di cambio, ma hanno ignorato le riforme strutturali». Secondo molti analisti il modello di sviluppo del Brasile dell’ultimo decennio si è basato sull’espansione dei consumi e quindi del credito: molti brasiliani appartenenti alle fasce più deboli della popolazione hanno potuto comprare macchine, televisioni e altri prodotti che prima non si potevano permettere, migliorando la loro qualità di vita ma raggiungendo livelli di debito non più sostenibile, nonostante siano stati tagliati dal governo i tassi d’interesse.

Corruzione, evasione fiscale e cattiva gestione del denaro pubblico
Le riforme strutturali, oltre a essere richieste in riferimento a piani industriali e di investimento nel settore pubblico, hanno riguardato anche una serie di inefficienze nella gestione del potere e degli affari da parte della classe politica del Brasile. Associated Press ha scritto che nel corso degli anni i brasiliani hanno imparato ad accettare come un costo inevitabile, almeno in parte, gli illeciti dell’amministrazione pubblica. Secondo la Federazione delle Industrie di São Paulo, il governo di Brasilia perde più di 47 miliardi di dollari ogni anno per l’evasione fiscale, per la cattiva gestione del denaro pubblico e per la diffusa corruzione nel settore pubblico.

In realtà la tendenza degli ultimi anni è sembrata essere opposta, grazie a una serie di impegni presi da Rousseff mirati a punire i politici coinvolti in casi di corruzione, che avevano beneficiato fino a quel momento di una specie di immunità giudiziaria informale. Durante il primo anno della sua presidenza, diversi ministri del governo si dimisero per essere rimasti coinvolti in casi poco chiari di assegnazione di contratti pubblici.

Alla fine di ottobre 2012 si era anche concluso con 25 condanne il cosiddetto “caso mensalão“, considerato il più grande scandalo politico della storia del Brasile, che si riferiva a una serie di reati legati al finanziamento illecito di campagne elettorali e corruzione di esponenti di diversi partiti politici. Le condanne arrivate per il “caso mensalão” avevano fatto sperare molti in un cambio netto di politiche contro la corruzione: la stessa coalizione che sosteneva Rousseff aveva appoggiato due anni prima, nel 2010, una legge che vietava la candidatura a incarichi politici pubblici a chiunque fosse stato condannato per una serie di reati, tra cui la compravendita di voti e il finanziamento illecito della campagna elettorale.

I problemi degli stadi e dei loro costi
Nonostante la lotta alla corruzione portata avanti da Rousseff, molte inefficienze sono rimaste e si sono viste chiaramente nella gestione dei lavori negli impianti sportivi per i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016. La spesa totale, finora, è stata di circa 7 miliardi di reais, 2,5 miliardi di euro: quasi tutti soldi pubblici, nonostante la promessa di un coinvolgimento del settore privato quando i Mondiali vennero assegnati al Brasile nel 2007. La cifra complessiva è già il triplo del totale speso dal Sudafrica per organizzare i Mondiali del 2010. L’Economist ha scritto che nei piani iniziali i soldi pubblici dovevano servire per i trasporti e la sistemazione degli spazi urbani. Molti dei lavori in quei settori sono stati avviati in ritardo o cancellati, viste le lentezze nel reperimento dei fondi e la priorità data agli stadi.

E qui torniamo alle proteste di questi giorni: secondo diversi osservatori, le centinaia di migliaia di persone che stanno protestando da quasi una settimana appartengono alla classe media, cioè quella parte della società brasiliana che ha beneficiato maggiormente della grande espansione economica dell’ultimo decennio e che ora si aspetta di vedere soddisfatte le proprie aspettative sulla qualità della vita. La contrazione dell’economia degli ultimi due anni ha provocato diversi effetti molto negativi sulla classe media. Per prima cosa, c’è stato un aumento molto significativo dell’inflazione: secondo quanto riferito il 10 aprile dall’agenzia statistica brasiliana IBGE, negli ultimi 12 mesi l’inflazione è stata del 6,6 per cento, e il settore alimentare è quello in cui l’aumento sembra avere avuto maggiore impatto. Un caso di cui si parlò molto ad aprile fu quello dei pomodori brasiliani costosissimi, 5 euro al chilo, che aveva provocato anche diverse proteste tra la popolazione e alcuni politici in parlamento.

Inoltre, molti brasiliani credono che i soldi – tanti soldi – spesi per la costruzione degli impianti sportivi potessero essere usati per migliorare le pessime condizioni in cui si trovano molte scuole e ospedali del paese. Questi investimenti sono stati visti come risultato di una pessima politica, che per troppi anni ha potuto fare più o meno quello che voleva senza rischiare troppo di pagarne le conseguenze a livello giudiziario. Le ricadute positive dei Mondiali e delle Olimpiadi sull’economia brasiliana, in cui sperano politici e organizzatori, arriveranno eventualmente solo dopo quegli eventi.

In questo senso, l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici è stato il provvedimento che ha scatenato le proteste di moltissimi brasiliani: la reazione violenta della polizia ha alimentato le critiche al governo, e spinto molti giovani e appartenenti alla classe media a proseguire le manifestazioni; infine, l’attenzione internazionale sul Brasile per le partite di Confederations Cup ha rappresentato il momento giusto per far sì che delle proteste parlasse tutto il mondo.

Le foto dei continui scontri a Istanbul tra polizia e manifestanti: in un discorso il primo ministro Erdoğan ha detto che per chi continua con le violenze “è finita”.

La mattina del 12 giugno in piazza Taksim, il centro delle proteste a Istanbul contro il governo di Recep Tayyip Erdoğan, è iniziata con una relativa calma, a tratti irreale se confrontata con le diverse ore di nuovi scontri tra manifestanti e la polizia che si sono verificate nella notte e durante l’intera giornata di martedì 11. La notte di violenze si è conclusa con l’espulsione di buona parte dei partecipanti alla protesta dalla piazza: la polizia ha usato gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti e impedire loro di riunirsi nuovamente nella zona. Ci sono stati diversi lanci di pietre e bottiglie molotov verso gli agenti.

Nelle prime ore del giorno di mercoledì, spiegano su Al Jazeera, alcune nuove squadre di polizia sono arrivate in piazza Taksim per dare il cambio ai loro colleghi, che hanno prestato servizio ininterrottamente dal tardo pomeriggio di martedì. Alcuni scontri si sono verificati anche al parco Gezi, dove il 28 maggio scorso era stata organizzata la prima manifestazione contro il progetto di costruire un centro commerciale distruggendo parte del parco cittadino. Da allora, le manifestazioni si sono estese a molte altre città della Turchia e sono diventate una protesta contro il governo di centrodestra di Erdoğan, accusato di essere sempre più autoritario e di mettere a rischio la laicità dello stato con leggi che tendono all’islamizzazione del paese.

Al parco Gezi nelle ultime ore si sono ritrovate centinaia di manifestanti, che sono stati respinti o hanno trovato chiusi gli accessi per proseguire la loro protesta in piazza Taksim. Molte tende, barricate e baracche di fortuna che erano state costruite nella zona sono state distrutte dai bulldozer chiamati dalla polizia. Le autorità locali avevano annunciato che non sarebbero intervenute contro le persone raccolte al parco Gezi, ma secondo diversi testimoni le cose sono andate diversamente. Sempre Al Jazeera riferisce di diverse ore di scontri e di provocazioni da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, che hanno occupato il parco da giorni con le loro tende per impedire l’avvio del cantiere per la costruzione del centro commerciale.

Nonostante a inizio settimana avesse dimostrato qualche minima apertura, Erdoğan ha ripreso la linea della fermezza e dell’intransigenza nei confronti di chi manifesta. Martedì 11 giugno ha tenuto un lungo discorso difendendo l’operato della polizia e spiegando che un gruppo ambientalista è stato “deviato” da altre persone, che vogliono danneggiare la Turchia. Erdoğan si è rivolto alle persone che manifestano con “animo onesto”, chiedendo loro di lasciare le piazze e di mettere fine agli scontri con le forze dell’ordine. Ha poi aggiunto che “per coloro che vogliono continuare con gli scontri è finita” e che per loro non ci sarà nessuna tolleranza.

Da quando sono iniziate le manifestazioni contro il governo si stima che siano morte almeno 4 persone durante gli scontri, una di queste era un poliziotto. Almeno 5000 persone sono state trattate per gli effetti dei gas lacrimogeni, utilizzati contro i manifestanti in diverse città della Turchia, e almeno 600 hanno riportato ferite di diversa entità. Centinaia di persone sono state fermate dalla polizia, e nella maggior parte dei casi rilasciate dopo diversi accertamenti.

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Foto da “La Nuova del Sud”

Ha reagito a un insulto: uno sputo alla sua ragazza. E per questo motivo un giovane ingegnere italiano è stato ucciso a coltellate nella serata di martedì, a Monaco di Baviera. Originario di Potenza, Domenico Lorusso aveva 31 anni ed era residente in Germania. A confermare l’omicidio il console italiano del capoluogo bavarese, Filippo Scammacca del Murgo, che ha espresso il cordoglio della comunità italiana per questa drammatica morte. Sul caso indaga la polizia del Land del sud, a caccia del balordo, che intorno alle 22, incrociando i due fidanzati in bicicletta lungo la ciclabile che costeggia l’Isar, all’altezza dei Erhardstrasse, ha oltraggiato la donna, una ragazza di 28 anni, sputandole addosso.

Domenico voleva difenderla, ed ha fatto retromarcia per fermare lo sconosciuto e chiedergli spiegazioni del gesto. Ne è nata una colluttazione, sfociata nel delitto. Il provocatore, un uomo probabilmente sui 35 anni, dalla corporatura media – ha tirato fuori un coltello e ha colpito l’ingegnere potentino. Secondo la Bayrische Rundfunk fatale sarebbe stata una coltellata al cuore. L’omicida, ora ricercato dalla polizia, si è poi allontanato a piedi. Mentre la fidanzata di Lorusso, che ha assistito all’agghiacciante sequenza da una certa distanza, si è lanciata a soccorrerlo, chiedendo e ottenendo l’aiuto dei passanti, per portarlo nell’ ospedale più vicino. Domenico è arrivato ancora vivo al pronto soccorso, ma non ce l’ha fatta.

Famiglia britannica sterminata
sulle Alpi francesi, salva la bimba

Gli investigatori sulla scena del crimine

Quattro morti nell’Alta Savoia.
La piccola di 4 anni è rimasta
per ore sotto il corpo della madre

Il misterioso omicidio di 4 persone sulle Alpi Francesi si complica ulteriormente. All’interno del veicolo nel quale ieri erano stati ritrovati i cadaveri, è stata scovata una bimbetta viva di 4 anni, che parla inglese, riversa sotto il corpo della madre. «È rimasta sotto il cadavere per quasi otto ore e non si è mossa per tutto il tempo»; impossibile trovarla finchè gli uomini della gendarmeria francese non hanno avuto accesso alla scena del crimine, ha spiegato il procuratore di Annecy, Eric Maillaud.

Intanto, si comincia a far luce almeno sulla nazionalita delle vittime della sparatoria avvenuta nell’Alta Savoia, a Chevaline vicino al lago di Annecy. Si tratta di una famiglia britannica in vacanza. La bimba è stata trovata intorno a mezzanotte, nella BMW in cui c’erano i cadaveri degli altri passeggeri. La famiglia era in vacanza in un campeggio sulle rive del lago. L’identità del padre, che era al volante del veicolo, è stata stabilità «in maniera quasi certa»; quella delle due donne nella parte posteriore deve essere ancora confermata «in maniera definitiva», ha aggiunto il procuratore. Sul posto, in totale sono stati trovati quattro cadaveri: oltre al padre e alle due donne nella parte posteriore c’era un ciclista morto davanti alla vettura; mentre un’altra bimba, ferita, è stata ricoverata in ospedale e versa in condizioni gravi ma stabili. Le vittime sono state scoperte mercoledì pomeriggio. Vicino all’abitacolo sono state trovati un gran numero di bossoli, a conferma della violenza del fuoco messo in campo.

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