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Le analisi di Marx andrebbero oggi ripensate, non soltanto le anisi economiche ma anche quelle politiche. Marx ci può dire ancora molto, noi lo trattiamo come un cane morto ma un cane morto non è…

Prof. P. Becchi;

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/05/17… Ha incontrato Paolo Becchi, docente ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, filosofo e giornalista. Nel video, la chiacchierata distensiva e filosofica sui temi dell’euro, dell’Europa come costruzione elitaria e le sue ricette: uscita dall’euro e recupero della sovranità monetaria e della sovranità politica.
Perchè, dice Becchi, “meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”.

 Colui che fece paura a Helmut Kohl,

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/06/09…

Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Antonino Galloni, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05
Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quel’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Ricordando Hemingway che si riferiva ai diciotteni al tempo della prima guerra mondiale, chi è entrato nel mondo del lavoro negli anni della grande crisi si troverà uno stipendio del 12% inferiore e con debiti per l’istruzione sulle spalle superiori del 60%

 ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA – Brutte notizie (se ancora non le sapevano) per chi si è laureato dal 2008 ad oggi: siete una “generazione perduta”. Lo dice il Financial Times fin dal titolo sulla sua prima pagina di oggi, chiamando così, “lost generation” appunto, i giovani usciti dalla grande crisi finanziaria del 2008. Il termine fu reso popolare da Ernest Hemingway nel suo primo romanzo, “Fiesta”: lo scrittore si riferiva ai giovani che raggiunsero la maggiore età durante la prima guerra mondiale e dunque furono coinvolti nel conflitto, non solo in trincea ma pure nelle sue conseguenze, nelle profonde ferite individuali e sociali che lasciò da un capo all’altro d’Europa. Oggi torna d’attualità, riferito a un conflitto meno cruento, ma ugualmente carico di dolorose conseguenze per la società occidentale.

Chi si è laureato dopo il grande crack ed è entrato nel mercato del lavoro negli ultimi cinque anni, scrive il quotidiano della City, ha visto i propri guadagni calare del 12 per cento rispetto ai salari che i neo-assunti percepivano per le stesse posizioni prima della crisi; e inoltre si ritrova con un debito del 60 per cento superiore per ripagare i prestiti ottenuti dallo stato per finanziare la propria istruzione universitaria. L’anno scorso, infatti, a discapito della crisi, il governo conservatore di David Cameron ha fatto entrare in vigore la riforma che ha triplicato le rette d’iscrizione alle università britanniche, portandole

da 3 mila a 9 mila sterline l’anno (circa 11 mila euro), dopo che erano già triplicate, da 1000 a 3 mila sterline, durante una prima riforma varata da Tony Blair quando erano al potere i laburisti all’inizio degli anni Duemila. In un decennio, dunque, nel Regno Unito il costo dell’istruzione universitaria è quasi decuplicato, passando da 1000 a 9 mila sterline l’anno. Una laurea costa perciò ora, mediamente, circa 30 mila sterline (35 mila euro), senza contare le spese di mantenimento, vitto, alloggio, libri, trasporti. E’ vero che il costo delle rette, e in parte del mantenimento, si può finanziare con un prestito a tasso agevolato fornito dallo stato, restituibile dopo la laurea, a rate, a seconda di quanto sarà il salario percepito. Ma in ogni caso è un debito ingente, che i laureati si porteranno dietro per lungo tempo.

Se a ciò si aggiunge che, secondo le statistiche riportate dal Financial Times, gli stipendi dei giovani appena assunti hanno subito un calo del 12 per cento, si capisce perché il quotidiano finanziario parli di una “generazione perduta”: secondo la stima di un economista della University of California at Los Angeles, ci vogliono da 10 a 15 anni affinché la persona media possa ritornare al precedente livello salariale e di vita, dopo essersi laureata nel corso di una grave recessione. Un dato su cui riflettere non soltanto nell’ambito dei giovani britannici, ma anche in quei paesi in cui l’istruzione universitaria è gratuita o comunque costa molto meno, come l’Italia. Oggi trovare un lavoro senza una laurea, conclude il giornale della City, è ancora più difficile che trovarlo con la laurea in tasca. Ma pure i fortunati e i meritevoli che lo trovano sanno di dover affrontare un lungo viaggio, per ripagare debiti e per costruire una vita decente, prima di liberarsi del peso lasciato dalla terribile crisi di cinque anni or sono. La “class of the crunch”, la classe del 2008, ossia dei laureati dopo il crack finanziario, potrà aspirare un giorno a non sentirsi più una “generazione perduta”: ma non sarà facile e non accadrà presto.

banane

E’ allarme sulla spesa dopo il caso di una famiglia inglese che ha acquistato un casco di banane ad Hampton, città del sudovest londinese. All’interno della frutta, scrive Leggo.it, centinaia di piccoli ragni vaganti che hanno letteralmente infestato la casa. La scoperta è avvenuta quando la frutta era già dentro l’abitazione. Secondo gli esperti che hanno identificato gli aracnidi, si tratta di una specie brasiliana tra le più velenose al mondo, quella dei Brasilian Wandering. La famiglia in questione ha dovuto addirittura lasciare la casa.

Questa specie di ragni, piccoli ed erranti, si nasconde nella frutta nel Centro e nel Sudamerica e specialmente nelle banane. La frutta “malata” si può riconoscere per una sorta di muffa che si forma sulla buccia. Sono particolarmente aggressivi soprattutto in autunno. Il loro morso può provocare gravi problemi respiratori, paralisi easfissia. Controlli sono scattati in tutta Europa e anche in Italia.

Ancora rovesci e temporali. Il meteorologo francese: “Sarà un anno senza estate”.

Durante la notte scorsa il Mediterraneo occidentale ha visto l’arrivo della perturbazione n.12 del mese di maggio che tra oggi e venerdì porterà piogge, rovesci e temporali su buona parte dell’Italia. Il sistema nuvoloso è seguito da una massa d’aria fredda di origine polare marittima che ancora una volta è riuscita a spingersi fino alle basse latitudini, scorrendo lungo il bordo orientale dell’Anticiclone delle Azzorre che, invece di allungarsi verso il Mediterraneo, ancora una volta ha preferito espandersi verso le alte latitudini.

Sarà proprio questa aria fredda che, facendo ingresso nella giornata odierna sui nostri mari di ponente, andrà a complicare la fase di guarigione del tempo. Infatti, proprio quando si vengono a creare queste situazioni, al seguito del passaggio della perturbazione vera e propria dobbiamo fare i conti con l’instabilità che mantiene attive le condizioni favorevoli allo sviluppo di rovesci e temporali. Fin quanto durerà questa situazione? La fase caratterizzata da condizioni prettamente instabili, a tratti anche perturbate, sarà quella che andrà da oggi fino a venerdì (in figura la previsione per domani, la giornata peggiore), anche se gradualmente assisteremo alla formazione di fenomeni sempre meno intensi.

Nel fine settimana, invece, con il lento allontanamento della bassa pressione verso la penisola balcanica, la situazione andrà gradualmente migliorando ad iniziare dai versanti occidentali che si libereranno prima dalla circolazione di aria fresca. Questa, invece, fino a tutta la giornata di domenica insisterà in modo particolare sulle regioni di Nord-Est e lungo il versante adriatico. E anche le temperature, dopo il calo che subiranno tra oggi e domani fino a portarsi al di sotto della media del periodo sulle regioni centro-settentrionali, torneranno nuovamente a risalire, per raggiungere i valori tipici del periodo, senza comunque ancora sconfinare nel caldo.

www.meteogiuliacci.it


L’ESPERTO: “IL 2013 SARA’ UN ANNO SENZA ESTATE”

Il meteorologo francese Laurent Cabrol ha lanciato l’allarme: il 2013 potrebbe essere un anno senza estate. L’allerta riguarda in primo luogo la Francia, ma riguarda anche Svizzera e Italia, soprattutto quella del Nord. In Francia non si parla d’altro delle ultime previsioni del tempo di Cabrol, molto seguito in patria. L’esperto ha dichiarato: “Corriamo un serio rischio di vivere un anno senza estate. La colpa? La temperatura dell’acqua troppo fredda. Non solo quella dell’Atlantico ma anche quella del Mediterraneo. E poi la troppa umidità”. Insomma, per precauzione sarà meglio non mettere via felpe e maglioncini, potrebbero tornare buoni anche a Ferragosto

La protesta contro l’Europa a Nicosia. Sulla sinistra,  il cartello in italiano: “Oggi io, domani tu”.

La gioia della folla dopo il no
dei deputati. Ma ora serve
un piano B che non c’è

Di Roberto Giovannini
inviato a Nicosia della Stampa

Fuori la gente applaude felice. Sventolano le bandiere cipriote.

Un manifestante con un cartello con su scritto (in italiano, e il messaggio è fin troppo chiaro) «oggi a te, domani a me» abbraccia la sua compagna. Da appena due minuti i 56 membri del Parlamento di Cipro hanno bocciato il disegno di legge che prevedeva il «prelievo di solidarietà» sui depositi bancari presentato dal governo su imposizione dell’Unione Europea. Anche se dopo lunghe negoziazioni e rinvii il testo era stato emendato – esentando dal prelievo i depositi sotto i 20 mila euro – la norma non ha ricevuto neanche un voto a favore. Dei 20 deputati del partito conservatore Disy che fa riferimento al presidente di Cipro Nicos Anastasiadis, 19 si sono astenuti, uno si è assentato. Gli altri 36 (dall’opposizione socialista, comunista e verde, ai partiti minori di maggioranza Diko e Evroko) hanno votato contro.

«L’alternativa era tra un’opzione catastrofica e un’altra opzione altrettanto catastrofica. Si è preferito morire, ma almeno conservando il nostro onore», dice scherzando ma non troppo il giornalista freelance Yorgos Pittas, in mezzo alla manifestazione di circa quattromila persone della galassia della sinistra radicale. Sì, morire e non soltanto per modo di dire. Perché se l’«onore» – nel senso dell’orgoglio di non aver subìto il diktat dell’Eurogruppo, e di non aver tradito le attese dei risparmiatori – è intatto, ci sono pochi dubbi che dalla mattina di mercoledì per Cipro e il suo milione scarso di abitanti si apre un periodo di gravissimi pericoli.

Saltato il pacchetto di misure sui depositi, salta anche il piano di aiuti per 10 miliardi stanziati dalla partnership europea. La voragine aperta nei conti del sistema bancario nazionale – ben 17 miliardi di euro, vale a dire l’intero prodotto interno lordo annuo del Paese – diventa letteralmente incolmabile senza gli aiuti dell’Europa. I greci avevano un’economia abbastanza grande da generare risorse a suon di sacrifici e tagli a salari e pensioni. La piccola e orgogliosa Cipro no.

Il che significa molto concretamente che a meno di un «Piano B», come un miracoloso prestito da parte della Russia o della Cina che pure in queste drammatiche ore i governanti di Nicosia hanno cercato di procacciarsi, il sistema bancario di Cipro rischia di implodere. E la chiusura delle banche, prorogata fino a tutto domani dal governatore della Banca centrale di Cipro, dal profetico nome di Panicos Demetriadis, potrebbe durare molto più a lungo. Se saltano le banche di Cipro, salta Cipro. Se salta Cipro, potrebbero saltare in aria i mercati. E se i mercati impazziscono e tornano ad attaccare l’Eurozona a partire dagli anelli più deboli della catena, come un certo Paese senza maggioranza, senza governo e con i conti pubblici che vanno malino… le conclusioni le possiamo trarre tutti da soli.

Insomma, il «no al ricatto» predicato dal presidente del Parlamento Omirou Yannakis e coralmente festeggiato dai ciprioti nella serata, potrebbe diventare la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. A meno che – e naturalmente questa è la speranza di tutta Cipro in queste ore – l’Europa a guida tedesca decida di allargare i cordoni della borsa rinegoziando con i governanti di Cipro il pacchetto di aiuti. Ma violando – a pochi mesi dalle elezioni in Germania – le draconiane regole di austerità finora seguite, a costo di schiantare Paesi come Grecia, Portogallo e Spagna. Non è detto che della delegazione cipriota faccia parte il ministro dell’Economia Mihalis Sarris: mentre ieri lui era a Mosca, a Nicosia si è diffusa la voce di sue dimissioni, richieste dal presidente Anastasiadis che lo considera responsabile di aver mal negoziato il pacchetto con l’Eurogruppo.

Nuovi aiuti più generosi e la cacciata di Sarris è proprio quello che sperano i dimostranti, affollati a poche centinaia di metri dal Parlamento, su Nechrou Street, il viale dei Caduti, che intonano slogan contro «i ladri che stanno scippando a quest’isola non solo i suoi risparmi, ma soprattutto il suo futuro», come dice il ventottenne architetto Pandelis. «Piuttosto che accettare queste misure ingiuste – spiega il 53enne assicuratore Lambros Demetriou mentre agita un cartello che raffigura una Merkel con cappello da ufficiale nazista accanto a un sorridente presidente di Cipro Anastasiadis – è meglio fallire, o uscire dall’euro». Chi dice che è un complotto tedesco per sfilare i capitali russi dalla piazza finanziaria di Cipro, e chi invece si dice sicuro – è il caso di Yiannis Lambrakis, che smette solo per un attimo di servire i clienti del suo caffè nella città vecchia – che «è tutto un piano per rubare il nostro gas naturale. Ce lo vogliono scippare».

Lo scandalo della carne equina usata per ripieni di alimenti che promettevano solo carne bovina, si allarga fino a riguardare direttamente l’Italia. E ora, un colosso dell’industria alimentare mondiale come Nestlè, si vede costretto a ritirare dagli scaffali del nostro Paese, oltre che da quelli spagnoli, ravioli e tortellini di manzo con marchio Buitoni. Una decisione provocata dal rinvenimento di tracce pari all’1% di carne di cavallo all’interno dei prodotti.

LE SCUSE – Nestlè ha fatto sapere di aver subito sospeso “tutte le consegne di prodotti finiti con manzo dell’azienda tedesca H. J. Schypke, società che lavora per uno dei nostri fornitori. Stiamo rafforzando i controlli di qualità con nuovi test. Assicurare la qualità e la sicurezza dei nostri prodotti è stata sempre una priorità per Nestlè. Ci scusiamo con i consumatori e assicuriamo che le azioni prese per far fronte a questo problema si tradurranno in più alti standard e in una rafforzata tracciabilita”. Saranno ritirate dalla vendita anche le “Lasagnes a la Bolognaise Gourmandes” prodotte in Francia.

QUALI PERICOLI – La presenza di carne di cavallo, insieme con quella di manzo, non costituisce di per sé un particolare problema sanitario. L’unica paura è collegata alla provenienza delle carni equine e soprattutto al trattamento che avevano subito gli animali in vita: potrebbero infatti essere stati curati con fenibultazone, un farmaco antinfiammatorio molto potente di solito usato per curare i cavalli sportivi vittime di infiammazioni.

In ogni caso, anche se il fenilbutazone fosse presente nella carne equina scoperta negli alimenti, sarebbe in quantità così basse da non rappresentare un pericolo concreto per la salute.

ALTRI CONTROLLI – Il dilagare dello scandalo della carne di cavallo in hamburger e lasagna ha spinto l’Unione europea ad approvare una raffica di test su carne di manzo per verificarne la composizione. Test rispetto ai quali l’Italia, primo consumatore di cavallo in Europa, si è espressa contrariamente, unico paese europeo a farlo. Opposto l’atteggiamento della Germania che – riporta il Financial Times – seguirà un piano in dieci punti che va al di là di quanto stabilito a Bruxelles per verificare l’eventuale presenza di altri additivi non dichiarati.

Nel frattempo l’industria degli hamburger risente della crisi: nella settimana che si è chiusa il 2 febbraio le vendite di hamburger congelati in Inghilterra, dove la crisi è scoppiata, sono crollate del 40% e due terzi degli inglesi – in base a un sondaggio Nielsen – si sono detti contrari ad acquistare carne surgelata in futuro.