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Che cos'è l'Isis e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi, la guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo, 
di Alessandro Albanese Ginammi
L'Isis, spiegato

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Dieci cose da analizzare per cercare di capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come combatterlo.

1. Il nome: Isil, Isis o Stato Islamico?

Il 29 giugno 2014, il gruppo di jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) – più noto come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) – annunciano la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

“Le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’ sono state rimosse dal nome dello Stato Islamico nei documenti ufficiali”, precisa in quella occasione il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad al-Adnani. L’obiettivo, infatti, è di ridefinire i confini del Medio Oriente.

Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico e le vittorie a raffica conseguite nell’arco di poche settimane nel mese di giugno sono state costruite in realtà in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Nello speciale del New York Times “Lo Stato canaglia lungo il Tigri e l’Eufrate” vengono mappate le conquiste e gli insediamenti dello Stato Islamico.

Nell’audio diffuso su internet dai jihadisti il mese scorso, il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?

Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce a Baghdad all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero della capitale irachena dove convivono sciiti e sunniti.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan. Nel 2005 l’esercito americano lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell’Isis: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie sotto la sua guida saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie.

La storia è stata raccontata su The Post Internazionale. Un profilo del misterioso califfo anche su The Guardian, al-Monitor, BuzzFeed e BBC.

3. Chi sono i combattenti arruolati nello Stato Islamico?

Più di 80mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Tre anni fa, il gruppo terroristico era formato da soli 1.000 militanti armati.

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di un lavoro, molti di loro parlano inglese, partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino, con passaporto europeo, attratti dalla propaganda dei jihadisti. Alcuni arrivano anche dalla Spagna.

In Siria e Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico. A Raqqa, considerata la capitale, uomini e donne armati controllano la popolazione con la forza. Niente musica o intrattenimento. Un video segreto mostra la vita nella roccaforte dello Stato Islamico. In un altro video, il Wall Street Journal descrive la vita e le attività nella capitale dello Stato islamico.

Da leggere: la storia di Adeba Shaker, una ragazza yazida di 14 anni scappata dalle grinfie dei suoi rapitori.

Sono stati recentemente scoperti alcuni dei loro campi di addestramento, scovati da alcuni citizen investigative journalists britannici utilizzando da casa Google earth e Bing maps.

4. Dove prende i soldi lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari. Talebani, Hezbollah, FARC, Al Shabaab e Hamas sono staccati nettamente con 560, 500, 350, 100 e 70 milioni di dollari. Lo Stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al business del petrolio, aumentando quotidianamente il suo capitale dopo la conquista della città irachena di Mosul.

Oltre al petrolio (circa 1.095 miliardi di dollari), il suo patrimonio è costituito da: 430 milioni di dollari rubati nelle banche depredate lungo il cammino di conquiste, 96 milioni di dollari grazie al riciclaggio di denaro nella zona di Mosul, 36 milioni dal business dei tesori archeologici e circa 343 milioni da altre attività ancora da chiarire.

Controllo di pozzi petroliferi in Siria e Iraq, città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

In molti sostengono che i soldi provengano anche dalle elite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo. Le donazioni private dirette verso lo Stato Islamico passano anche attraverso il confine turco-siriano, come riporta il Washington Post.

Sempre il Washington Post, ha individuato poi nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti avrebbero comprato alcune delle loro attrezzature. Il centro commerciale dello Stato Islamico si trova in Turchia?

5. Come funziona la loro strategia del terrore online?

40mila è il numero di tweet che sono stati inviati in un solo giorno dai sostenitori dello Stato Islamico. Esiste una sofisticata rete di account Twitter collegati tra loro che amplificano ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione.

Internet, video, foto, pagine social, da Twitter a Facebook, da YouTube ai semplici blog, la nuova guerra del terrore dello Stato Islamico si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo), secondo una precisa social media strategy.

Gli sforzi per diventare un marchio del terrore si realizzano anche con la propaganda attraverso gadget: riviste, magliette, abbigliamento e passaporti falsi. Si possono comprare anche a Istanbul. E la propaganda prevede anche che i militanti distribuiscano caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali, non solo odio e decapitazioni per fare proseliti.

6. Le decapitazioni e i video del terrore

Il 19 agosto i jihadisti dello Stato Islamico hanno pubblicato un video in cui mostrano la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012, minacciando gli Stati Uniti di uccidere anche un altro ostaggio statunitense, il giornalista Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013.

Qui il video della decapitazione di Foley. Il carnefice, secondo The New Yorker, The Telegraph e Quartz, sarebbe un rapper di origine inglese di nome John. Mentre una ragazza britannica, Khadijah Dare, promette di diventare la prima donna a decapitare un prigioniero occidentale in Siria. The Post Internazionale ha pubblicato l’ultima lettera di James Foley.

Il 2 settembre lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo video che mostra la decapitazione di un altro reporter americano: è Steven Sotloff, il giornalista mostrato negli ultimi istanti del video della decapitazione di Foley.

Anche il terzo ostaggio dello Stato Islamico è stato decapitato: si tratta del britannico David Cawthorne Haines. Il video, intitolato “A Message to Allies of America”, è stato rilanciato dagli specialisti del SITE Intelligence Group, che monitora le organizzazioni terroristiche online.

Il quarto ostaggio, il reporter britannico John Cantlie, non è stato decapitato. Il prigioniero viene usato come messaggero in altri due video che sono stati diffusi. Nel primo ha chiesto di essere ascoltato e che non si faccia disinformazione sullo Stato Islamico, nel secondo dice di essere stato abbandonato dal Regno Unito e di avere importanti rivelazioni. È stato poi decapitato un altro ostaggio, questa volta francese, in Algeria. 

7. Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico?

Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. La puoi comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase: “There is no god but God, Muhammad is the messenger of God”. La storia è raccontata dal Washington Post.

Leggi anche la storia della jihadista più ricercata al mondo, Lady al-Qaeda, su The Post Internazionale.

8. Obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno Stato?

Risponde Vittorio Emanuele Parsi, direttore di ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0.

Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra – 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro.

Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno Stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione – Iraq e Siria.

L’organizzazione territoriale serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.

La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda. In una versione post-moderna che comunica come noi.

Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, questo però ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa”.

9. Chi c’è dietro allo Stato Islamico e come combatterlo?

Cresce l’opinione, in Iraq, che gli Usa stiano usando l’Isis come scusa per intervenire di nuovo in Medio Oriente. Tuttavia, un docente dell’Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita, sostiene che il terrorismo islamico nasca dal movimento salafita.

Come si fa a sconfiggere lo Stato Islamico? Risponde Chelsea E. Manning, militare e attivista statunitense.

Intanto, al confine con la Turchia i curdi combattono contro lo Stato Islamico. Bambini curdi a Yumurtalik, in Turchia (nella foto qui sotto) e 140mila siriani, perlopiù curdi, hanno attraversato il confine per entrare in Turchia e cercare rifugio.

10. Il documentario

Il reporter di VICE News Medyan Dairieh ha passato tre settimane tra i combattenti dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria. Dairieh è un corrispondente di guerra ed è il primo giornalista di una testata occidentale a realizzare un reportage sullo Stato Islamico.

Il documentario è diviso in cinque parti: la diffusione del Califfato, il reclutamento dei bambini per il jihad, il rafforzamento della sharia, il trattamento dei cristiani rimasti in città e lo stato in cui si trova il confine tra Siria e Iraq.

Il video mette in luce come funziona il nuovo Stato: leggi, tribunali, tasse e reclutamento, mentre i soldati combattono al fronte.

Il trailer di 1 minuto.

Il documentario integrale.

In collaborazione con Dario Sabaghi, Giulia Alfieri e gli altri membri della redazione di The Post Internazionale.

Chris Kyle, tiratore scelto

La storia pazzesca del più infallibile cecchino americano…

dei drammi dei veterani di guerra,

della questione delle armi negli Stati Uniti:

Il New Yorker ha ricostruito la settimana scorsa un’impressionante storia che aveva ottenuto molta attenzione negli Stati Uniti al momento del suo epilogo e che tocca molte questioni attuali e complesse, dal disturbo post-traumatico da stress dei reduci di guerra, alle difficoltà del loro reinserimento – tema delicatissimo dai tempi del Vietnam (e di Rambo) – al possesso delle armi, alla violenza nella società americana. Ed è anche una storia tanto drammatica e romanzesca da sembrare un romanzo, o un film.

Chris Kyle è stato il migliore cecchino della storia militare degli Stati Uniti: prese parte a quattro diverse fasi della guerra in Iraq, sopravvivendo a diversi attacchi nemici e vedendo morire molti suoi compagni. Quando tornò a casa soffrì di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), una patologia che colpisce molti veterani di guerra: riuscì a uscirne, e nel 2012 raccontò tutta la sua storia in un’autobiografia (American Sniper) che ha venduto più di un milione di copie e sarà il soggetto di un film di Steven Spielberg. Un altro ex militare impiegato in Iraq, Eddie Ray Routh, soffrì degli stessi disturbi di Kyle ma non riuscì a superarli. Le loro due storie si incrociarono il 2 febbraio scorso: le ha raccontate in un lungo articolo Nicholas Schmidle (già noto per un pezzo molto apprezzato sulla cattura di Bin Laden).

Il diavolo di Ramadi
Durante la guerra in Iraq Chris Kyle era arruolato nel Team 3 dei Navy SEAL, il corpo speciale della marina militare americana noto per aver scovato e ucciso Osama Bin Laden nel 2011 (fu il Team 6 a portare a termine quell’operazione). Per i combattenti iracheni Chris Kyle era uno dei nemici più temuti e odiati: lo chiamavano al-Shaitan Ramadi (“il diavolo di Ramadi”), dal nome della città – poco distante da Baghdad – dove Kyle trascorse gran parte della sua permanenza in Iraq. Nel corso delle diverse campagne militari a cui prese parte, Kyle uccise in totale 160 nemici, e oggi viene riconosciuto come il migliore cecchino della storia degli Stati Uniti. I ribelli iracheni misero su di lui una taglia di 80 mila dollari.

Il primo bersaglio centrato da Kyle in guerra fu una donna che avanzava verso uno degli avamposti a Nasiriyya, a marzo del 2003, tenendo un bambino per mano e una granata nell’altra mano. A una giornalista del Time che nel 2012 gli chiese se si fosse mai pentito anche di uno soltanto dei suoi 160 colpi mortali, Kyle rispose di no, che ha sempre sparato per difendere i suoi compagni da un pericolo.

I colleghi di Kyle ricordano spesso uno dei suoi centri tecnicamente più difficili, quando uccise da una distanza di quasi due chilometri un nemico che imbracciava un lanciarazzi. Un’altra volta uccise con un solo proiettile due ribelli che andavano sullo stesso motorino. Sul casco e sul giubbotto di tutti i soldati del plotone di Kyle era disegnato lo stemma del Punitore (l’eroe-giustiziere Marvel che uccide i criminali senza rispettare nessuna legge). Kyle aveva ulteriormente personalizzato la sua divisa: aveva tagliato via le maniche della maglietta in modo da mostrare la croce rossa da cavaliere templare tatuata sul suo braccio («perché tutti sappiano che sono un cristiano», ha scritto nella sua autobiografia).

I racconti di guerra di Kyle
In guerra Kyle visse molti momenti traumatici, e il racconto di quegli eventi è una delle parti più lunghe e dettagliate della sua autobiografia. Un giorno, poco tempo dopo essere arrivato in Iraq, finì sotto il fuoco nemico insieme a due compagni: un proiettile colpì il mitragliatore M60 impugnato da uno dei tre, Ryan Job, che perse la vista a causa delle schegge di metallo che gli finirono in faccia (Job morì tre anni dopo, a ventisette anni, a causa di complicazioni seguite a un intervento chirurgico di ricostruzione facciale).
Kyle riuscì a fuggire, tornò con i rinforzi ma tutti furono di nuovo costretti a ripiegare in un edificio sotto i proiettili nemici. Dopo ore di combattimento uno di loro – Marc Lee, la sentinella del plotone, ventotto anni – salì una rampa di scale per controllare l’area: mentre riferiva ai compagni, un proiettile nemico attraversò la finestra e lo centrò in pieno volto uccidendolo all’istante.

In quei primi giorni a Ramadi altri tre marines erano stati coinvolti in un incidente mentre sorvegliavano l’area dal tetto di un edificio. Una granata li aveva colti di sorpresa ma uno dei tre – il sottufficiale Michael Monsoor, molto amico di Kyle – era riuscito a gettarcisi sopra pochi istanti prima che esplodesse: il suo corpo fu dilaniato dall’esplosione ma fece da scudo per gli altri due, che sopravvissero.

Molto scosso dalle morti dei compagni, Kyle sfruttò una licenza per tornare dalla moglie Taya e dai figli, in California: alla più piccola era stata appena diagnosticata una forma di leucemia (la diagnosi fu poi smentita da altri accertamenti). Una volta a casa Kyle cominciò a dormire sempre meno, manifestando i primi sintomi di una patologia molto diffusa tra i soldati che sopravvivono a eventi particolarmente drammatici e cruenti: il disturbo post-traumatico da stress.

Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
Scrive Schmidle: «il passaggio dalle aree di guerra e dagli MRE [meal ready-to-eat, le razioni dei militari] ai parcheggi e ai fast food può scombussolare anche il più sano di mente dei veterani». Non riuscire a dormire è un sintomo tipico di diversi disturbi psichici: nel caso del disturbo post-traumatico da stress complica ancora di più il quadro clinico del malato. Secondo lo psichiatra Jonathan Shay – ex impiegato a Boston in una struttura del Dipartimento degli Affari dei Veterani (il dipartimento federale che si occupa dell’assistenza dei reduci di guerra) – il sonno è un “carburante” indispensabile per i lobi frontali, la parte del cervello che regola tra le altre cose la capacità di distinguere il presente dal prima e dal poi: «non dormire è come vivere in un eterno presente».

Molti pazienti affetti da PTSD tendono ad adottare misure in difesa della loro vita anche in situazioni in cui la loro vita non è più in pericolo. La moglie di Kyle, Taya, racconta che Kyle si teneva sempre lontano dai mucchi di spazzatura per strada, che a Fallujah e a Ramadi i ribelli utilizzavano per nascondere le bombe. Un’altra volta Taya fece scattare per sbaglio l’allarme di casa e Kyle corse a rifugiarsi sotto un tavolo.

Un’altra cosa che Taya ha raccontato a Schmidle – premettendo di non aver comunque mai temuto veramente per la propria vita – è quello che a volte succedeva a Kyle nei momenti in cui riusciva a dormire. Una notte, nel sonno, le afferrò con forza il braccio con tutte e due le mani: preoccupata che potesse spezzarglielo, Taya cominciò a chiamarlo ripetutamente finché Kyle allentò la presa e si svegliò.

L’addestramento molto duro a cui i militari dei corpi speciali sono sottoposti – e in particolare la simulazione dell’esperienza del finire prigionieri del nemico, obbligatoria nell’addestramento dei Navy SEAL – li rende più resistenti anche agli stessi sintomi del PTSD. Secondo Shay il quadro clinico di Kyle era ancora più specifico a causa del suo ruolo in guerra, che lo esponeva a una «terribile intimità» con il nemico, ovvero un tipo di esperienza che altri marine non vivono: oltre che “fare centro” il cecchino ha sempre il compito di mantenere l’occhio sul mirino telescopico del fucile per confermare che il bersaglio a terra sia stato colpito a morte, e deve riportare immediatamente tutti i dettagli dell’operazione al suo maggiore (dalla dinamica del tiro all’abbigliamento del nemico colpito). Non è come uccidere da un aeroplano, dice Shay, e neppure come sparare in trincea.

Nel 2009 i sintomi del PTSD aumentarono e Kyle iniziò a bere. Nonostante desiderasse tornare in Iraq, assecondò la volontà di sua moglie e chiese e ottenne il congedo definitivo. Si trasferirono nella città natale di Kyle, Midlothian (Texas, poco a sud di Dallas), dove Kyle fondò la Craft International, una società che vende servizi di difesa personale ai privati e propone corsi di addestramento personalizzato per ex veterani o agenti in attività.

I guai di Kyle
Kyle si metteva nei guai con una certa frequenza. Una volta, nel 2010, perse il controllo del suo pick-up (una Ford F-350 nera), sfondò il recinto di una casa e per poco non finì dentro una piscina: fu arrestato per guida in stato di ebbrezza e passò una notte in carcere. Era già stato arrestato altre volte prima di allora: una volta per aver steso un tipo che aveva tirato uno schiaffo a una donna, e un’altra volta quando fece a botte in un bar con un gruppo di lottatori di arti marziali.

Un episodio più grave ma molto dubbio si sarebbe verificato nel 2009, e conferma se non altro l’immagine di giustiziere privato che nel bene o nel male molti conservano di Chris Kyle. Una notte due uomini armati lo minacciarono e tentarono di rubargli il pick-up mentre era fermo a una stazione di rifornimento a Dallas. Facendo finta di prendere le chiavi per consegnargliele, Kyle infilò la mano sotto la giacca, impugnò la sua Colt 1911 e – da sotto la giacca – sparò due colpi contro il primo dei due, colpendolo al petto e uccidendolo. Poi sfilò la pistola e uccise anche l’altro. Quando la polizia arrivò sul luogo dell’incidente Kyle non fu arrestato: una telefonata dal Dipartimento della Difesa avvisò i poliziotti che avevano di fronte «uno dei militari più abili della storia militare degli Stati Uniti», e quelli lo lasciarono andare.

Schmidle conferma di aver sentito questa storia anche da molti amici e parenti di Kyle, ma non ha trovato da nessuna parte rapporti della polizia o del coroner sulla morte dei due malviventi. Le fonti che raccontarono la storia fanno riferimento al racconto dello stesso Kyle, che si è attribuito nel tempo altri episodi non confermati e che hanno suscitato qualche dubbio.

L’assistenza ai veterani e l’impegno sociale
Kyle riuscì a risolvere i suoi problemi con l’alcol e a guarire dal PTSD impegnandosi con i veterani e i ragazzi affetti dal suo stesso disturbo: si accorse che trascorrere del tempo andando a caccia insieme permetteva agli ex militari di fare gruppo, di condividere una passione che avevano in comune, e intanto di raccontarsi a vicenda le esperienze dolorose che ciascuno di loro aveva vissuto. Le battute di caccia venivano spesso finanziate da associazioni non profit come la Troops First Foundation, che promuove iniziative di assistenza e supporto agli invalidi di guerra.

«Non si tratta soltanto di uccidere un cervo – dice il direttore della Troops First Foundation – ma di fare in modo che queste persone incontrino qualcuno che possa avere un impatto sulle loro vite, qualcuno pronto a instaurare un legame più profondo», e Kyle era particolarmente bravo anche in questo. Nel 2012 destinò i proventi delle vendite della sua autobiografia – che entrò nella classifica dei bestseller del New York Times – alle famiglie dei caduti in guerra, e divenne un personaggio sempre più noto – era spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive, partecipò a un reality show sulla rete NBC – e molto amato dalla lobby americana delle armi, che vedeva in lui un modello esemplare di patriottismo e solidarietà espressi attraverso l’uso legittimo delle armi.

Il 25 gennaio 2013, mentre lasciava i bambini a scuola, Kyle incontrò una signora che si presentò come Jodi Routh: era la madre di un ragazzo di venticinque anni, Eddie Routh, un ex marine affetto da una grave forma di PTSD. Jodi Routh aveva sentito parlare delle attività organizzate da Kyle, della sua generosità e della sua sensibilità con i reduci di guerra, e gli chiese di aiutare suo figlio.

La storia di Eddie Routh
I Routh vivevano a Lancaster, periferia di Dallas. Subito dopo il diploma, Eddie si arruolò nei Navy SEAL e lasciò il Texas per frequentare il corso di addestramento reclute in California: era l’estate del 2006, e tutti gli arruolati sapevano che sarebbero finiti in Iraq, dove i militari americani erano impegnati in una delle fasi più sanguinose della guerra. Routh divenne armaiolo, che nell’organica militare è il sottufficiale addetto alla conservazione e riparazione delle armi portatili di tutti i reparti (eccetto l’artiglieria). Partì per l’Iraq nel 2007 e prestò servizio a Balad, vicino Baghdad, in una delle basi americane più grandi e più attaccate dai nemici: passò molto del suo tempo a fare da guardia ai prigionieri, e spesso raccontava al padre per telefono le condizioni molto dure a cui erano sottoposti.

Quando a marzo del 2009 Routh tornò a casa, i suoi familiari notarono dei cambiamenti nella sua personalità: non parlava volentieri dell’Iraq e iniziò a bere sempre più spesso. Poi, a gennaio del 2010, lui e altri marine furono richiamati e impiegati nelle operazioni umanitarie in soccorso dei terremotati di Haiti: e Routh visse alcune delle esperienze più traumatiche dei suoi anni di servizio. Appena arrivati ad Haiti i marine dovettero innanzitutto recuperare i corpi di migliaia di morti, e caricarli sugli autocarri: «non mi hanno addestrato per andare a raccogliere cadaveri di bambini sulla spiaggia», disse una volta alla madre Jodi.

I genitori hanno raccontato al New Yorker un episodio in particolare che turbò molto Eddie Routh. Quando i marine distribuivano i sacchi con le scorte di viveri, i sopravvissuti di Haiti consumavano tutto il contenuto in pochi istanti e riutilizzavano quei sacchi come riparo. Un giorno Routh fu severamente rimproverato dal suo sergente per aver tentato di dare il suo pasto pronto e la sua acqua a un bambino ancora affamato. «Io potevo farcela senza, e quel ragazzo ne aveva bisogno, e io non gliel’ho dato», raccontò alla madre per telefono. Alla fine del 2010, quando ormai era caporale, Routh si ritirò definitivamente dal servizio militare.

I problemi mentali di Routh
Dopo il servizio militare, Routh provò a fare qualche lavoro ma senza successo, a causa degli attacchi di panico e delle ossessioni sempre più frequenti. Nell’estate del 2011 sua sorella Laura lo portò una prima volta al centro medico degli Affari dei Veterani a Dallas, dove Routh fu ricoverato qualche giorno prima di essere dimesso. Ma in quei mesi Routh continuò a fare discorsi sempre più sconnessi e deliranti, e tentò il suicidio due volte, recuperando in casa la 357 Magnum del padre Raymond (che in entrambe le occasioni riuscì a sottrargliela all’ultimo momento).

Routh fu riportato al centro medico, dove gli fu diagnosticato il PTSD, e dopo un ricovero di tre settimane fu dimesso, nonostante i familiari non riscontrassero in lui progressi significativi. I medici gli prescrissero molti farmaci usati nel trattamento del PTSD: il litio per le manie, la prazosina per gli incubi notturni e la sertralina come antidepressivo. Secondo il padre i farmaci peggiorarono le condizioni di Routh, che intanto riprese a bere. A gennaio del 2012 anche lui fu arrestato per guida in stato di ebbrezza, e non potendo pagare i 1500 dollari di cauzione rimase in carcere per un mese.

A settembre del 2012 i Routh organizzarono una grigliata con parenti e amici: Eddie iniziò a bere già dal mattino, e alla festa disse al padre di voler iniziare il college per poi diventare guardacaccia. Consapevole delle difficoltà economiche del figlio, Raymond gli disse che avrebbe venduto alcune armi di famiglia – già appartenute al nonno di Eddie – pur di recuperare i soldi necessari per mandarlo al college. Di fronte a questa ipotesi Eddie perse la testa e si scagliò contro il padre, prendendolo a pugni. Poi, urlando e minacciando di uccidere tutti, entrò in casa per recuperare le armi dall’armadietto in cui il padre le custodiva, ma la madre aveva chiesto a un amico di correre dentro e portarle via tutte.

Quel giorno Eddie fu arrestato dalla polizia e portato all’ospedale psichiatrico di Green Oaks, a Dallas, dove i medici gli prescrissero un nuovo ciclo di terapie farmacologiche. Dopo pochi giorni fu dimesso e per un po’ andò a vivere con la fidanzata, Jen, una ragazza che stava già frequentando da qualche mese. Jen – che al New Yorker ha chiesto di essere citata soltanto per nome – ha detto che in quei mesi Routh iniziò ad avere anche atteggiamenti paranoici: copriva sempre la webcam del pc, diceva che gli elicotteri lo sorvegliavano e che “loro” sarebbero venuti a prenderlo.

Un giorno Jen – che condivideva l’appartamento con un’altra ragazza – trovò Routh sulla porta della stanza da letto con un coltello in mano, pronto a «difendersi dagli agenti del governo». La coinquilina di Jen chiamò la polizia, e Routh fu arrestato e poi ricoverato ancora una volta al centro medico degli Affari dei Veterani a Dallas, dove i medici confermarono i dosaggi delle sue medicine prima di dimetterlo nel giro di pochi giorni, di nuovo.

Le strutture del Dipartimento degli Affari dei Veterani
La qualità dei centri di assistenza per i veterani non è la stessa in tutti gli Stati Uniti: nel 2004 l’ispettore generale degli Affari dei Veterani disse che le strutture di Dallas erano le peggiori della nazione. Più in generale, a tutte le strutture viene rimproverata soprattutto la lentezza nelle diagnosi di PTSD, che sono necessarie per garantire ai pazienti la copertura dei costi medici a carico dello Stato (i pazienti molto spesso non possono permetterseli).

La madre di Routh chiese aiuto a Chris Kyle quando si rese conto che il centro medico non avrebbe più ricoverato suo figlio Eddie, non ritenendola una misura necessaria nel suo caso. Jodi spiegò a Kyle i guai di Eddie con il PTSD, l’inutilità delle medicine e i problemi con il centro medico degli Affari dei Veterani (a cui Kyle, avendo un’assicurazione sanitaria, non aveva mai dovuto ricorrere). Kyle le disse che avrebbe portato volentieri Eddie a pesca, a caccia o al poligono di tiro con sé, e che avrebbe fatto di tutto per aiutarlo, senza ancora conoscerlo.

L’incontro tra Kyle e Routh
Il 2 febbraio 2013, dopo aver assistito con la moglie a una partita di calcetto del figlio, Kyle e un amico, Chad Littlefield, si avviarono con il pick-up di Kyle verso Lancaster, per passare a prendere Routh e andare tutti e tre al poligono di tiro all’aperto giù a Rough Creek Lodge, un resort a 150 chilometri da Dallas. Kyle era un amico dei proprietari: aveva lavorato alla progettazione di quel poligono di tiro, e poteva utilizzarlo quanto e quando voleva. Il resort si estende in un’area di 50 chilometri quadrati, in gran parte occupati dal poligono di tiro e dal terreno di caccia, recintati per evitare che i clienti che utilizzano i campi da golf possano avvicinarsi troppo.

Intorno alle tre del pomeriggio Kyle, Littlefield e Routh arrivarono al resort: Kyle e Littlefield scesero dal pick-up per registrarsi alla reception e impegnare il poligono fino alle quattro, poi tornarono in macchina. Un impiegato aprì il cancello della struttura e – percorrendo una strada sterrata lunga circa 3 chilometri – Kyle, Littlefield e Routh raggiunsero la piattaforma di tiro, dove issarono la bandiera rossa (che segnala attività in corso).

Intorno alle quattro e cinquanta – quasi un’ora oltre la scadenza della prenotazione di Kyle e Littlefield – un dipendente del resort notò che la bandiera rossa era ancora issata, quindi raggiunse la piattaforma in macchina: non ci trovò il pick-up di Kyle e si accorse che le mitragliatrici M2 erano ancora cariche e puntate verso i bersagli, pronte per sparare. Da lontano gli sembrò di scorgere anche un sacco sul terreno, non troppo distante dalla piattaforma. Ma si avvicinò e si rese conto che era un corpo: il cadavere di Chad Littlefield, disteso sulla schiena, con diversi colpi di arma da fuoco sul petto e la pistola ancora infilata nei jeans. A diversi metri di distanza da lui c’era Chris Kyle, disteso con la faccia a terra, colpito alla schiena e alla nuca: la sua pistola era sulla sabbia, a portata di mano. Il dipendente del resort chiamò il 911, e in attesa dei soccorsi tentò inutilmente una rianimazione cardiopolmonare su Kyle, che era già morto. Chris Kyle aveva 38 anni, Littlefield 35.

La sorella di Routh, Laura, ricevette intorno alle cinque una telefonata dal fratello, che le disse di aver rotto con la sua fidanzata. Venti minuti più tardi Routh si presentò a casa di Laura, entrò e tra altre cose confuse le disse di essersi «venduto l’anima» per un nuovo pick-up, e poi aggiunse: «siamo andati al poligono, li ho uccisi». «Chi?», gli chiese Laura. «Chris e il suo amico», rispose Routh, dicendo che non poteva fidarsi di loro, e che li aveva uccisi prima che loro potessero uccidere lui. Laura non capiva di cosa gli stesse parlando ma – poiché il resto dei suoi discorsi era privo di senso – non credeva che dicesse sul serio. Ma quando tornarono sulla porta di casa Laura trovò parcheggiato lì davanti un pick-up nero, una Ford F-350 di cui Routh “non si sarebbe mai potuto permettere neppure le ruote”.

Soprattutto negli ultimi mesi, ma in generale quasi sempre quando si parla di cosa succede in Medio Oriente, si discute della rivalità e degli scontri tra sciiti e sunniti, i due principali rami dell’Islam. La questione è diventata di grande interesse per la stampa occidentale soprattutto da quando è iniziata la cosiddetta “primavera araba” nei paesi mediorientali e nordafricani, che ha visto spesso uno dei due rami dell’Islam contrapporsi all’altro per la conquista del potere.

Ancora oggi se ne sta parlando per la situazione molto instabile dell’Iraq, per esempio, e ancora di più per quello che sta succedendo in Siria. Da diverso tempo la guerra siriana si è trasformata da “primavera araba” di carattere nazionale – come lo era nei primi mesi della rivoluzione – a scontro regionale che si combatte sulla linea di divisione sciiti-sunniti: il regime del presidente siriano Bashar al Assad, che fa parte della setta degli alawiti, affiliati agli sciiti, è sostenuto dall’Iran e da Hezbollah, entrambi sciiti; i ribelli siriani, che sono sunniti, sono sostenuti dai paesi del Golfo, tutti governati dai sunniti tranne l’Iraq, e da gruppi jihadisti anch’essi sunniti. Questo è il risultato di una lunga rivalità, sia religiosa che politica, iniziata nel 632 d.c. e proseguita e intensificata nei secoli successivi.

Un po’ di storia
Le divisioni tra sciiti e sunniti risalgono alla morte del fondatore dell’Islam, il profeta Maometto, nel 632 d.c.: la maggioranza di coloro che credono nell’Islam, che oggi noi conosciamo come sunniti e che sono circa l’80 per cento di tutti i musulmani, pensavano che l’eredità religiosa e politica di Maometto dovesse andare ad Abu Bakr, amico e padre della moglie di Maometto. C’era poi una minoranza, oggi la minoranza sciita, che credeva che il successore dovesse essere un consanguineo del profeta: questo gruppo diceva che Maometto aveva consacrato come suo successore Ali, suo cugino e genero.

Il gruppo che riuscì a imporsi fu quello dei sunniti, anche se Ali governò per un periodo come quarto califfo, il titolo attribuito ai successori di Maometto. La divisione tra i due rami dell’Islam divenne ancora più forte nel 680 d.c., quando il figlio di Ali Hussein fu ucciso a Karbala, città del moderno Iraq, dai soldati del governo del califfo sunnita. Da quel momento i governanti sunniti continuarono a monopolizzare il potere politico, mentre gli sciiti facevano riferimento al loro imam, i primi 12 dei quali erano discendenti diretti di Ali.

Con il passare degli anni le differenze tra i due gruppi sono aumentate e oggi ci sono alcune cose condivise e altre dibattute. Tutti i musulmani sono d’accordo che Allah sia l’unico dio, che Maometto sia il suo messaggero, e che ci siano cinque pilastri rituali dell’Islam, tra cui il Ramadan, il mese di digiuno, e il Corano, il libro sacro. Mentre però i sunniti si basano molto sulla pratica del profeta e sui suoi insegnamenti (la “sunna”), gli sciiti vedono le figure religiose degli ayatollah come riflessi di dio sulla terra, e credono che il dodicesimo e ultimo imam discendente da Maometto sia nascosto e un giorno riapparirà per compiere la volontà divina (questo è il motivo per cui, tra l’altro, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad in molte riunioni di governo lascia una sedia vuota accanto a sé: per aspettare il ritorno del Mahdi, l’imam nascosto).

Questa differenza ha portato i sunniti ad accusare gli sciiti di eresia, e gli sciiti ad accusare i sunniti di avere dato vita a sette estreme, come gli wahabiti più intransigenti: tuttavia le due sette dell’Islam non hanno mai dato vita a una guerra delle dimensioni ad esempio della Guerra dei Trent’anni, che tra il 1618 e il 1648 mise le diverse sette cristiane una contro l’altra in Europa.

La divisione nella politica, e cosa c’entra la Siria
La rivalità tra sciiti e sunniti è scoppiata a livello politico a partire dalla rivoluzione khomeinista in Iran del 1979, che ha portato alla cacciata dello scià iraniano, che fino a quel momento era stato tra le altre cose anche filo-americano, e all’instaurazione di una teocrazia islamica, sciita, in forte contrapposizione con tutti i paesi governati dai sunniti nel Golfo Persico. Dal 1979 le alleanze nella regione si modificarono, e i cambiamenti furono notevoli e con grandi conseguenze: si rafforzò l’inimicizia dei sunniti contro la cosiddetta “mezzaluna sciita”, che dall’Iran passa al regime alawita di Assad in Siria e arriva fino a Hezbollah in Libano.

Questa divisione si sta realizzando concretamente in diversi paesi del Medio Oriente. In Iraq, per esempio, ci sono ogni giorno attentati di natura settaria che provocano la morte di decine di persone: nelle ultime settimane la violenza nel paese è aumentata, ma è da diversi anni che gli scontri tra iracheni sunniti e governo sciita vanno avanti, più per ragioni politiche di controllo del potere che per ragioni ideologiche. I paesi che dal 1979 stanno guidando i due fronti dell’Islam, l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita, sono entrati da diverso tempo nella guerra siriana: la prima finanziando i ribelli sunniti, il secondo mandando dei propri uomini della Guardia Rivoluzionaria e i combattenti di Hezbollah a combattere in alcune zone della Siria.

Le conseguenze di quella che è stata definita da più parti come “regionalizzazione” della guerra siriana sono già molto visibili: la violenza del conflitto ha raggiunto livelli altissimi e ci sono sempre più testimonianze di brutalità e violazioni gravi dei diritti umani che ogni giorno vengono compiute in Siria. Il recente coinvolgimento di Hezbollah, confermato per la prima volta qualche giorno fa dal leader del movimento Hassan Nasrallah, ha radicalizzato ancora più lo scontro e ha permesso al fronte di Assad di recuperare molti villaggi e città nella zona della Siria che oggi viene considerata più importante dal punto di vista strategico: quella a nord del confine con il Libano, che dalla capitale siriana Damasco porta alla costa occidentale del paese