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  1. Cindy Ke Zhou,
  2. Ruth M. Pfeiffer,
  3. Sean D. Cleary,
  4. Heather J. Hoffman,
  5. Paul H. Levine,
  6. Lisa W. Chu,
  7. Ann W. Hsing and
  8. Michael B. Cook

+ Author Affiliations


  1. Cindy Ke Zhou, Ruth M. Pfeiffer, and Michael B. Cook, National Cancer Institute, Bethesda, MD; Cindy Ke Zhou, Sean D. Cleary, Heather J. Hoffman, and Paul H. Levine, George Washington University, Washington, DC; and Lisa W. Chu and Ann W. Hsing, Cancer Prevention Institute of California, Fremont, CA.
  1. Corresponding author: Michael B. Cook, PhD, Hormonal and Reproductive Epidemiology Branch, Division of Cancer Epidemiology and Genetics, National Cancer Institute, 9609 Medical Center Dr, Rm 7-E106, MSC 9774, Bethesda, MD 20892-9774; e-mail: cookmich@mail.nih.gov.

Abstract

Purpose Male pattern baldness and prostate cancer appear to share common pathophysiologic mechanisms. However, results from previous studies that assess their relationship have been inconsistent. Therefore, we investigated the association of male pattern baldness at age 45 years with risks of overall and subtypes of prostate cancer in a large, prospective cohort—the Prostate, Lung, Colorectal and Ovarian (PLCO) Cancer Screening Trial.

Methods We included 39,070 men from the usual care and screening arms of the trial cohort who had no cancer diagnosis (excluding nonmelanoma skin cancer) at the start of follow-up and recalled their hair-loss patterns at age 45 years. Hazard ratios (HRs) and 95% CIs were estimated by using Cox proportional hazards regression models with age as the time metric.

Results During follow-up (median, 2.78 years), 1,138 incident prostate cancer cases were diagnosed, 571 of which were aggressive (biopsy Gleason score ≥ 7, and/or clinical stage III or greater, and/or fatal). Compared with no baldness, frontal plus moderate vertex baldness at age 45 years was not significantly associated with overall (HR, 1.19; 95% CI, 0.98 to 1.45) or nonaggressive (HR, 0.97; 95% CI, 0.72 to 1.30) prostate cancer risk but was significantly associated with increased risk of aggressive prostate cancer (HR, 1.39; 95% CI, 1.07 to 1.80). Adjustment for covariates did not substantially alter these estimates. Other classes of baldness were not significantly associated with overall or subtypes of prostate cancer.

Conclusion Our analysis indicates that frontal plus moderate vertex baldness at age 45 years is associated with an increased risk of aggressive prostate cancer and supports the possibility of common pathophysiologic mechanisms.


Uno degli scienziati più famosi e rispettati, dichiara di aver trovato la prova dell’azione di una forza che “governa tutto”. Il noto Fisico teorico Michio Kaku ha affermato di aver creato una teoria che potrebbe comprovare l’esistenza di Dio.

Secondo il noto scienziato, viviamo in una specie di Matrix o Ragnatela cosmica e siamo inseriti in un sistema di regole create da una intelligenza superiore. Come se fossimo il suo videogioco preferito…

L’informazione ha creato molto scalpore nella comunità scientifica perché Michio Kaku è considerato uno degli scienziati più importanti dei nostri tempi, uno dei creatori e degli sviluppatori della rivoluzionaria teoria delle stringhe ed è quindi molto rispettato in tutto il mondo.

Per raggiungere le sue conclusioni , il fisico ha utilizzato un “semi–radio primitivo di tachioni” (particelle teoriche che sono in grado di “decollare” la materia dell’universo o il contatto di vuoto con lei, lasciando tutto libero dalle influenze dell’universo intorno a loro), nuova tecnologia creata nel 2005 . Anche se la tecnologia per raggiungere le vere particelle di tachioni è ben lontano dall’essere una realtà , il semi-radio ha alcune proprietà di queste particelle teoriche, che sono in grado di creare l’effetto del reale tachyon in una scala subatomica .

Secondo Michio , viviamo in un “Matrix”: “Sono arrivato alla conclusione che ci troviamo in un mondo fatto di regole create da un’intelligenza, non molto diverso del suo videogioco preferito, ovviamente, più complesso e impensabile . Analizzando il comportamento della materia a scala subatomica, colpiti dalle primitive tachioni semi-radio , un piccolo punto nello spazio per la prima volta nella storia, totalmente libero da ogni influenza dell’universo, la materia, la forza o la legge, è percepito il caos assoluto in forma inedita .

“Credetemi, tutto quello che fino a oggi abbiamo chiamato caso, non avrà alcun significato, per me è chiaro che siamo in un piano governato da regole create e non determinate dalle possibilità universali, Dio è un gran matematico” ha detto lo scienziato.

Veniva realizzata anche con i punteruoli per rompere il ghiaccio e rovinò la vita a migliaia di pazienti come Rosemary Kennedy

lobotomia

Una decina di giorni fa è uscito nei cinema italiani Sucker Punch, il nuovo film di Zack Snyder. Il film racconta la storia di Baby Doll, una ragazzina che negli anni Cinquanta viene ricoverata in un istituto di igiene mentale per essere lobotomizzata. I medici dell’istituto utilizzano metodi particolarmente violenti e operano i pazienti con i punteruoli solitamente utilizzati come rompighiaccio. Quella del film non è un’esagerazione, come spiega Annalee Newitz su io9.com: Walter Freeman, uno dei più celebri medici esperti di lobotomia utilizzò proprio uno strumento simile per compiere migliaia di operazioni negli anni Quaranta.

Verso la metà del ventesimo secolo, la lobotomia era una “cura” talmente popolare per le malattie mentali che un collega di Freeman, Antonio Egas Moniz, vinse il premio Nobel per la medicina nel 1949 per aver perfezionato l’operazione. Mentre Moniz trattava i propri pazienti in Europa, Freeman negli Stati Uniti iniziò a utilizzare un punteruolo da ghiaccio, così da effettuare anche 25 lobotomie in un solo giorno, senza anestesia, spesso in presenza della stampa. Le folli pagliacciate di Freeman non spaventavano i potenziali clienti: la sorella di John Fitzgerald Kennedy, Rosemary, fu lobotomizzata da Freeman, operazione che la lasciò in stato vegetativo per il resto della sua vita. E lei era solo una delle tante persone la cui “cura” equivalse più a una “zombificazione” che alla liberazione da una angoscia mentale.

Molti storici tendono ad attribuire a Moniz e Freeman l’invenzione della lobotomia nei primi anni Trenta, ma in realtà il loro lavoro si basò sulle ricerche di molti altri medici e scienziati risalenti anche alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Nel 1880 lo svizzero Gottlieb Burckhardt eseguì alcune operazioni sul lobo frontale di diversi pazienti e su altre parti del cervello. Moniz e Freeman rimasero affascinati, leggendo i resoconti del medico svizzero, dalla possibilità di separare il lobo frontale dal resto del cervello. I due pensavano che questa procedura potesse eliminare i forti stress dei pazienti legati alle emozioni.

Moniz e Freeman iniziarono così a compiere i loro esperimenti sui pazienti. Uno dei primi tentativi di Moniz interessò una giovane donna, mentalmente instabile: praticò due fori nella parte frontale del cranio della paziente e vi iniettò dell’alcol. La tecnica fu poi affinata utilizzando particolari uncini e altri strumenti per estrarre parte del cervello ed eliminare le connessioni dei neuroni. Queste procedure erano compiute alla cieca perché era troppo rischioso scoperchiare la scatola cranica, così i medici che praticavano la lobotomia dovevano indovinare il punto in cui affondare gli strumenti.

A partire dagli anni Quaranta sia Moniz che Freeman iniziarono a pubblicare numerosi articoli per far conoscere la “cura” che, secondo loro, poteva risolvere molte patologie e che aveva dimostrato di ridurre l’aggressività e gli impulsi suicidi dei pazienti. Nel corso di una conferenza alla New York Academy of Medicine del 1942, Freeman e un collega spiegarono che dopo una lobotomia i pazienti diventavano «indolenti» a volte «taciturni», ma comunque molto più affettuosi verso i loro familiari, come dei «bambini».

Moniz, in un articolo del 1937 sulla procedura, descrive il caso di una donna di Lisbona che venne curata dopo che il marito l’aveva portata in Congo, dove si sentiva infelice e «incapace di provvedere alla casa». Il marito la forzò a tornare a Lisbona, contro la sua volontà, ed ella divenne progressivamente turbata perché si aspettava da un momento all’altro che potessero «accadere eventi terribili» ed era convinta che qualcuno avrebbe potuto ucciderla. Col senno di poi, sembra chiaro perché si sentisse in questo modo, ma Moniz scrive che dopo una lobotomia frontale la donna guarì, «benché divenne un poco reticente». Benché molti pazienti di Moniz e Freeman divennero sostanzialmente catatonici, mentre altri non migliorarono, la “cura” apparve sufficiente per far diventare la lobotomia una pratica standard negli istituti di igiene mentale tra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Freeman nel corso degli anni cercò di migliorare le procedure di Moniz, rendendole più rapide per ottimizzare i tempi. Sperimentò così una pratica ambulatoriale che prevedeva l’uso di un punteruolo per rompere il ghiaccio. La procedura veniva eseguita in una decina di minuti con l’aiuto di un martello per praticare i fori nella porzione di fronte poco sopra le due orbite. Quando il punteruolo era all’interno del cranio, Freeman lo inclinava e lo faceva roteare per rompere le connessioni nervose tra materia grigia e bianca. L’operazione avveniva spesso senza anestesia dopo un elettroshock per disorientare i pazienti e lasciarli poco vigili.

Molti medici presero le distanze da Freeman, che grazie alle proprie capacità comunicative riuscì comunque a riscuotere un grande successo tanto da essere conteso da numerosi istituti di igiene mentale, desiderosi di apprendere la tecnica ambulatoriale per le lobotomie. Negli anni seguenti i progressi della medicina portarono alla produzione di farmaci in grado di “lobotomizzare” chimicamente i pazienti senza la necessità di interventi diretti e la pratica, spesso contestata, fu progressivamente abbandonata.

Secondo alcuni medici i farmaci utilizzati oggi sono dannosi quanto le lobotomie, perché rendono i pazienti incapaci di provare emozioni e li rendono apatici. Nonostante ciò, i farmaci vengono correntemente usati per gli stessi motivi per cui venivano realizzate le lobotomie settant’anni fa: calmare chi ha seri problemi psichici, avere meno problemi con i familiari e con chi deve accudire i pazienti.

Negli ultimi anni si sta affermando la lobectomia, una particolare procedura che deriva dalla lobotomia e che serve per trattare i pazienti epilettici. Le crisi epilettiche a lungo andare possono causare seri danni cerebrali, dunque spesso i medici ritengono più opportuno rimuovere il lobo temporale per evitare nuove crisi. Non si tratta di operazioni condotte alla cieca come quelle di Freeman e i chirurghi lavorano per conservare il più possibile le altre aree del cervello.

plasil 730

A cura di Adriana Costanzo

E’ di ieri la notizia che l’Aifa (l’Agenzia Italiana del Farmaco) ha ritirato dal commercio tre farmaci, che consiglia, qualora già si avessero a casa, di non assumere.

In particolare, ha stabilito che il Plasil gocce può far più male che bene, infatti a quanto pare, il principio attivo metoclopramide, usato spesso per casi di vomito, diarrea, spasmi intestinali, nausea e vari intossicazioni alimentari, in forma liquida non è assolutamente consigliabile.

Ma ecco nello specifico i farmaci da non assumere più:

– “QUINAPRIL EG 20 mg 14 capsule” – lotto n. 148821, scad. 04/2015, della ditta EG SpA (il ritiro è stato disposto a seguito della segnalazione concernente errata denominazione del medicinale sia sul blister che sul confezionamento esterno);

– “PLASIL 4mg/ml gocce orali soluzione flacone 20 ml” – AIC 020766034 della ditta Sanofi Aventis SpA (il ritiro è stato disposto a seguito della valutazione del Comitato per i medicinali per suo umano – CHMP, il quale ha concluso che il rapporto rischio/beneficio dei prodotti contenenti metoclopramide non è favorevole per le formulazioni liquide orali con concentrazione superiore a 1mg/ml).

– “OCTAGAM 5% 200 ml”, lotti n. C337A8481 scad. 31.8.2015 e n. C340A8482 scad. 30.9.2015, AIC n. 035143039 della ditta Octapharma Italy SpA  (il ritiro è stato disposto a seguito delle segnalazioni concernenti non conformità con alcuni limiti stabiliti dal Paul Ehrlich Institute (PEI) dopo l’incremento di reazioni avverse non gravi riguardanti il medicinale Octagam 10%).

Lago su Marte - Curiosity

Si formò 3,7 miliardi di anni fa e secondo la NASA potrebbe avere ospitato qualche forma di vita, prima di prosciugarsi completamente

Il robot automatico (rover) della NASA Curiosity, da oltre un anno su Marte, ha trovato le tracce di un antico lago nel quale ci sarebbero state le condizioni ideali per ospitare forme di vita, per come le conosciamo. Secondo i ricercatori il lago si originò circa 3,7 miliardi di anni fa e, sulla base delle rilevazioni di Curiosity, era lungo circa 50 chilometri e largo circa 5 chilometri nel suo punto di maggiore ampiezza. Sarebbe esistito per alcune decine di migliaia di anni e potrebbe essere uno dei più importanti indizi fino a ora scoperti su Marte per dimostrare che un tempo sul pianeta c’era acqua allo stato liquido, condizione importante per favorire lo sviluppo di forme di vita, seppure molto elementari.

I dati forniti da Curiosity sono stati analizzati da diversi gruppi di ricerca, che ne hanno dato conto sulla rivista scientifica Science con la pubblicazione di sei studi distinti concentrati sulla zona della Yellowknife Bay, il punto in cui è atterrato il rover nell’estate del 2012. Utilizzando i suoi strumenti, che comprendono sistemi per rompere e polverizzare le rocce, Curiosity ha analizzato i sedimenti che di solito si formano al di sotto dell’acqua. In questo modo è stato possibile rilevare la presenza di minerali compatibili con la presenza delle acque ferme e calme di un lago. Curiosity ha anche trovato alcuni elementi chimici come lo zolfo, l’azoto, l’idrogeno, l’ossigeno e indizi sulla presenza di carbonio, tutti elementi importanti per la formazione della vita.

lago-marte-2l’immagine s’ingrandisce con un clic

I ricercatori ipotizzano che il lago ospitasse particolari microbi che si chiamano chemioautotrofi, che ottengono l’energia di cui hanno bisogno per vivere dall’ossidazione di sostante inorganiche semplici, come quelle contenute nelle rocce. Sulla Terra questi batteri sono comuni nelle grotte a grande profondità dove non arriva la luce solare e nei fondali oceanici, di solito nei pressi delle sorgenti idrotermali, da dove esce acqua molto calda in prossimità delle aree vulcaniche attive.

Considerate le caratteristiche geologiche della zona in cui si trovava il lago, è possibile che miliardi di anni fa ci fosse un complesso sistema di canali sotterranei e sorgenti. Quando il lago si prosciugò rimasero probabilmente sacche d’acqua nel sottosuolo per decine di milioni di anni. Non è escluso che il lago fosse ricoperto da uno strato di ghiaccio, che si scioglieva e riformava stagionalmente. La presenza di ghiaccio superficiale e di acque molto fredde non avrebbe comunque impedito ai batteri di formarsi.

lago-marte-1l’immagine s’ingrandisce con un clic

Al momento, è bene ricordarlo, quelle dei ricercatori sulla presenza di forme di vita sono solo ipotesi. Curiosity ha il compito di analizzare il suolo marziano per ottenere nuovi dati e indizi su quali caratteristiche avesse Marte miliardi di anni fa, prima di diventare il pianeta brullo e inospitale dei giorni nostri. Sta raccogliendo informazioni e dati sul suolo e sul clima, ma non è dotato di strumentazioni per rilevare direttamente la presenza di eventuali forme di vita marziane esistite un tempo o tutt’ora esistenti.

Gli scienziati: massiccio anello di materia oscura circonda la Terra

Ben Harris dell’Università del Texas ha misurato la massa della Terra dai satelliti e ha visto che i dati di questi mostrano la forza gravitazionale della Terra con qualche particolare in più. Un disco spesso tra i 190 e i 70 mila chilometri circonda l’equatore terrestre, rendendo il nostro pianeta più pesante di quanto si ritenesse. E’ la tesi cui sono arrivati degli scienziati americani analizzando l’orbita dei satelliti Gps, Galileo e Glonass.

QUALI SONO LE IMPLICAZIONI RIGUARDO QUESTA SCOPERTA?

La forza gravitazionale è direttamente correlata alla massa del pianeta e Harris ha scoperto che il nostro pianeta è 0,005-0,008 per cento più pesante di quanto originariamente pensato. Ciò equivale alla presenza di un disco di materia oscura intorno all’equatore, che ha una dimensione che varia tra i 191 e 70 000 km.

Rammentiamo che la materia oscura è una componente di cui si sa ancora molto poco, visibile soltanto per gli effetti che provoca sulla materia circostante ma non direttamente osservabile con gli attuali strumenti. È stata individuata la sua ‘impronta’ su circa 10 milioni di galassie in quattro diverse regioni del cielo. Secondo gli ultimi studi dovrebbe comporre circa l’80% della materia dell’intero universo. Nel suo studio Harris ha calcolato la massa terrestre analizzando le orbite dei satelliti che da questa sono ovviamente influenzati. Più “pesa” la Terra, più la sua gravità attrae i corpi che le orbitano vicino. E i risultati ottenuti sono stati diversi da quelli calcolati sinora.

Il dr. Harris ha preso in considerazione la forza di gravità esercitata sui satelliti Gps ma anche su quelli del sistema europeo Galileo e del russo Glonass, ottenendo un risultato tra lo 0,005 e lo 0,008% maggiore di quanto stimato dall’International Astronomy Union. Questo, secondo l’esperto, potrebbe essere dovuto a un largo disco di materia oscura, spesso fra 191 e 70 mila chilometri, situato intorno all’Equatore. La teoria è stata esposta all’ultimo meeting dell’American Geophysical Union. Se la spiegazione dello scienziato si rivelasse corretta, i satelliti potrebbero rivelare le proprietà della materia oscura, come ad esempio il modo in cui le sue particelle interagiscono l’una con l’altra.

Alla fine lo stesso Harris ammette che: “questo alone può influenzare la forza di gravità della Terra, ma non si conoscono le implicazioni. Cerchiamo ora di studiare meglio questo flusso di materia oscura intorno all’equatore“.

Questa scoperta porta avanti la teoria per cui siamo tutti “correlati” o collegati a filamenti di energia, come miliardi e miliardi di filamenti sinaptici che collegano a loro volta tutto l’Universo e le galassie. Praticamente ciò che asserivano i nativi americani, che siamo tutti parte di una “ragnatela cosmica”. Siamo UNO.

Nuovo e utile

Come mai il nostro cervello è diventato tanto più intelligente di quello dei Neanderthal? I geni delle due specie sono gli stessi al 99.7%, ma interagiscono in modo diverso e questo fa sì che i nostri neuroni si possano connettere secondo logiche più complesse. Ma proprio la maggiore complessità ci rende più fragili dal punto di vista psicologico e neurologico: espansione dell’intelligenza e rischio follia, così, si sono intrecciati, rendendoci decisamente originali, strani, e di sicuro così imprevedibili e creativi da vincere la lotteria dell’evoluzione. I Neanderthal si sono estinti un po’ meno di 30.000 anni fa, non si è ancora capito bene perché.

Un cervello più grosso è anche più intelligente? No, non è per niente così. Einstein, per esempio, ha un cervello più piccolo della media. Lo sappiamo perché quel cervello viene “rubato” dal patologo Thomas Harvey, che se lo tiene in casa per oltre vent’anni: una storia pazzesca. La cosa che conta davvero in termini di intelligenza sono le circonvoluzioni: il cervello di Einstein, per esempio, è “straordinariamente paffuto”.

Con il brain imaging riusciremo a scoprire tutto del cervello? Non esattamente: le tecniche contemporanee (fMRI e PET) ci permettono di capire quali parti sono attive (e, per esempio, di riattivarle proponendo stimoli analoghi) ma sono complesse rielaborazioni di dati più che vere e proprie “fotografie” del cervello in azione. E poi la cosa interessante non è tanto quale area si accende, ma come interagiscono le diverse aree (che, fra l’altro, possono farlo in modo differente da persona a persona).

Perché quando siamo stanchi il nostro cervello rallenta? Succede che alcuni neuroni, specie quelli che sono stati più sollecitati, si spengano per brevissimi intervalli (meno di un decimo di secondo). Il fenomeno cresce con il crescere della stanchezza. Se un neurone si addormenta ogni tanto, il cervello può continuare a funzionare bene. Ma il problema è subdolo. Può darsi che quel singolo neurone sia fondamentale per l’attività che stiamo svolgendo. La sua assenza finisce così col causare una défaillance, e le cellule che vanno off-line possono provocare decisioni sbagliate. Ecco perché quando siamo stanchi commettiamo più errori pur essendo complessivamente svegli.

Studiare migliora il cervello? Sembra proprio di sì: più sono gli anni di formazione e meno l’ippocampo – un’area cerebrale fondamentale per la memoria, l’orientamento spaziale, la gestione dello stress… – cambia struttura con l’invecchiamento. Insomma, studiare (e continuare a farlo, magari) protegge il cervello nel tempo: chi ha un livello di educazione scolastica più alto ha anche una trama neuronale ippocampale più compatta. Questo vuol dire che ha mantenuto un buon numero di neuroni, ma anche (e soprattutto) i collegamenti tra loro, cioé le strade su cui circola l’informazione mentale.

C’è nel cervello qualcosa di simile a un interruttore che accende la creatività? Be’, non è proprio così, ma quasi. I ricercatori hanno scoperto che la produzione creativa aumenta quando si “spegne” la corteccia prefrontale, la parte che presiede al controllo e al pensiero razionale. I ricercatori l’hanno fatto utilizzando una tecnica non invasiva, ma anche nella fantasticheria o nel dormiveglia succede qualcosa di non troppo diverso. Qui maggiori spiegazioni.

Che cosa succede nel cervello in occasione di un insight creativo? Ve lo racconta un ottimo documentario della BBC a partire da una serie di puzzle e da un bel quesito: come si fa a rimuovere una banconota piazzata proprio la punta di una grossa piramide metallica rovesciata, senza romperla e senza far cascare la piramide? E sì, la soluzione è del tutto controintuitiva.

– See more at: http://nuovoeutile.it/sette-fatti-sul-cervello/#sthash.TPM2lTvd.dpuf

https://i1.wp.com/www.queryonline.it/wp-content/uploads/2013/10/cosmonauti.jpgE’ in tutti i bookstore online, compreso Prometeo, il bookstore del CICAP, il nuovo Quaderno del CICAP: “Il mistero dei cosmonauti perduti. Leggende, bugie e segreti della cosmonautica sovietica” firmato da Luca Boschini, ingegnere aerospaziale, astrofilo, esperto di astronomia e temi di confine e coordinatore del CICAP-Lombardia.

Mosca, 1961. La corsa per la conquista allo spazio è in pieno svolgimento. I russi sembrano in testa e si apprestano a lanciare quello che sarà ricordato come il primo uomo nello spazio: Yurij Gagarin. Ma nessuno conosce il tremendo segreto che l’impero sovietico nasconde: si racconta infatti che almeno 12 cosmonauti sarebbero andati perduti nello spazio negli anni passati. Leggenda o verità? Per la prima volta, un’inchiesta completa e approfondita fa luce su questo mistero. Un’analisi delle registrazioni dei radioamatori occidentali, delle notizie trapelate da oltre cortina, delle confessioni dei transfughi e dei documenti dagli archivi sovietici, per risolvere un giallo durato più di cinquant’anni.

Dalla prefazione di Paolo Attivissimo: «Può sembrare difficile poter scrivere qualcosa di nuovo e appassionante sul tema della storia dell’astronautica, dopo tutti i libri prodotti nei cinque decenni che ormai ci separano dal primo volo umano nello spazio ad opera di Yurij Gagarin, ma Luca Boschini c’è riuscito, esplorando un aspetto poco conosciuto e irresistibilmente intrigante di questa storia: l’altra faccia, quella russa, della “corsa allo spazio”».

Il libro, che conta 470 pagine ed è riccamente illustrato, è disponibile sia come ebook (4.99 euro) che come libro in formato cartaceo (14.90 euro) ed è possibile acquistarlo qui.

In questa pagina, invece, è possibile vedere tutte le copertine proposte dai lettori del Disinformatico.

Se poi vi abbiamo incuriositi, qui potrete trovare un piccolo assaggio del libro: i radioamatori Achille e Giovanni Judica Cordiglia registrarono davvero la voce di Yurij Gagarin, in orbita intorno alla Terra?.

Gianni Comoretto

riscaldare_casa

Da alcune settimane circola in rete un curioso video, in cui si vede come si può realizzare una sorta di stufa di fortuna con quattro candeline e due vasi rovesciati. Il titolo del video promette di riscaldare una stanza con 12 centesimi al giorno.

La cosa di per sé ha senso. Ci scaldiamo con il fuoco dal paleolitico, e il trucco dei vasi fa sì che il calore venga irraggiato nella parte bassa della stanza, mentre le candeline da sole finirebbero per produrre solo aria calda che scalderebbe essenzialmente il soffitto. Quindi come stufetta di emergenza, se uno non ha di meglio, il tutto funziona. Va benone anche come sistema per scaldare solo una piccola stanza, lasciando il resto della casa al gelo. In fondo se passiamo tante ore lì e la casa è grande la cosa ha senso. E non è neppure una novità, un sito americano reclamizzava un sistema simile già nel 2006 (nell’immagine in basso). Se poi lo uniamo alla idea giapponese del “kotatsu“, un tavolino basso con una coperta sotto il quale si mette una stufetta a candela, possiamo ottenere un calore confortevole, scaldando solo l’aria intorno al corpo e lasciando il resto della stanza al freddo.

Ma se pensiamo di ridurre la bolletta energetica scaldando la casa a forza di candeline dobbiamo ricrederci. Una casa italiana media ha bisogno di 30-60 kWh per metro quadro all’anno. Per un appartamento di 80 metri quadri, e un costo del metano di circa un euro a metro cubo, significa una bolletta di 250-500 euro l’anno (di solo riscaldamento). Per scaldare la stessa casa con la paraffina delle candele, assumendo che il tutto funzioni in modo ideale, ne servirebbero da 1 a 2 quintali. 100 candele come quelle del video costano circa 3,5 euro e pesano in totale circa 1,3 kg. Quindi le candele costano circa 2,7 euro al kg ed alla fine il costo del riscaldamento a candela sarebbe circa il doppio di quello a metano.  Insomma, la stufa a candele costa poco perché scalda poco, le quattro candele producono 150 watt di potenza termica, circa quella prodotta da una persona. Anziché le candele invitiamo un amico (o amica) in camera, e magari le candele le usiamo per fare atmosfera.


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Il riscaldamento a candele presenta qualche ulteriore problema. Finché bruciamo 4 candele, che durano circa 4 ore, in una piccola stanza, il ricambio naturale d’aria provvede ad eliminare il biossido di carbonio e a rifornirci di ossigeno.  In fondo si tratta di quantità circa uguali a quelle prodotte dal respiro di una persona. Se vogliamo scaldare la casa spargendo un numero di “vasi” adeguato in giro per le stanze arriviamo rapidamente a concentrazioni di CO2 decisamente preoccupanti. In fondo le canne fumarie le hanno inventate per dei buoni motivi.

In conclusione si tratta di un’idea carina, che in qualche caso può tornare utile, ma che in termini assoluti non porta a un effettivo vantaggio economico. Di fatto si ottiene solo quello per cui si ha pagato: se si vuole risparmiare sul riscaldamento basta abbassarlo. O, preferibilmente, isolare meglio la casa.

la bottiglia con candeggina che illumina gratis

Alfredo Moser è un meccanico brasiliano che ha avuto un’idea brillante nel 2002, dopo aver subito uno dei frequenti black-out che interessano Uberaba, la città dove vive nel sud del Brasile.

Stanco di guasti elettrici, Moser ha iniziato a giocare con l’idea della rifrazione della luce solare in acqua e in poco tempo ha inventato la “lampadina dei poveri”. “Wit” è semplice e disponibile a chiunque: una bottiglia di plastica riempita d’acqua da due litri a cui si aggiunge un po’di candeggina per preservarla dalle alghe. Il flacone è stato posto in un foro nel tetto e dotato di resina poliestere.

Il risultato? Illuminazione libera e organica durante il giorno, particolarmente utile per gli edifici e baracche che a malapena hanno finestre.

A seconda dell’intensità del sole, la potenza di queste lampade artigianali si aggira tra i tra 40 e i 60 watt. “E ‘una luce divina. Dio creò il sole e la sua luce è quindi per tutti “, ha riferito Moser alla BBC . “Non costa un centesimo ed è impossibile che si fulmini.”

Anche se l’inventore ha ricevuto piccole ricompense per le installazioni di Wit nelle case e in aziende locali, la sua idea non lo ha reso ricco.

la bottiglia che illumina gratis e il suo inventore Alfredo MoserUn grande senso di orgoglio: «Conosco un uomo che ha inserito le bottiglie e in un mese aveva risparmiato abbastanza per comprare beni di prima necessità per il loro bambino appena nato”, dice soddisfatto.

Un’idea che si è diffusa in tutto il mondo.

Ma la lampadina geniale non si è fermata a Uberaba. Negli ultimi due anni l’invenzione ha subito una grande espansione in tutto il mondo.

Ad esempio, la Fondazione MyShelter (mio rifugio) nelle Filippine ha accolto con entusiasmo l’idea. MyShelter è specializzata in costruzioni alternative utilizzando materiali come il bambù, pneumatici o su carta.

In Cina, dove il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’elettricità è particolarmente costosa, ci sono 140.000 famiglie che hanno fatto ricorso a questo sistema di illuminazione.

Il direttore esecutivo del MyShelter, Illac Angelo Diaz spiega che bottiglie-lampadine sono diffuse ad almeno quindici paesi, tra cui India, Bangladesh, Fiji e Tanzania.

“Non ho mai immaginato che la mia invenzione avrebbe avuto un tale impatto”, afferma Moser. “Solo a pensarci mi viene la pelle d’oca.”

Fonte: http://www.elconfidencial.com/tecnologia/2013-08-13/la-bombilla-de-los-pobres-que-triunfa-en-suburbios-de-todo-el-planeta_17680/