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 Colui che fece paura a Helmut Kohl,

Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/06/09…

Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Antonino Galloni, ricostruisce la storia dell’economia italiana, dagli anni floridi alla crisi, e spiega, quale testimone oculare al Ministero del Bilancio sul finire degli anni ’80, come e perché l’Italia fu svenduta.

ESTRATTO DAL MINUTO 19:05
Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quel’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

ospedale

Ha superato o giorni massimi consengiti per malattia in un posto di lavoro. Il motivo? Aveva subito un trapianto, e il prolungarsi del “post-operatorio” non le hanno permesso di tornare in ufficio. Per questo è stata licendiata una dipendente della Saeco, nonostante lavorasse per l’azienda da 24 anni. La donna, dopo aver subito il trapiano e  il successivo rigetto, ha dovuto sottoporsi ad una nuova operazione per rimuovere l’organo. E ora il caso, avvenuto alla Saeco di Gaggio Montano (Bologna), ha fatto infuriare tutti i dipendenti, pronti allo sciopero di  un’ora (previsto per domani) come atto di solidarietà nei confronti della collega cui è già stata inviata, proprio il giorno del rientro, la lettera di licenziamento. Un “atto gravissimo” secondo i sindacati, che appoggeranno la lavoratrice nell’impugnazione.

La legge consente un massimo di 365 giorni di assenza per malattia nell’arco di un triennio, ma la dipendente in questione, 46 anni, è mancata dal lavoro per 385 giorni, venti in più rispetto al limite consentito. Le assenze iniziano tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, quando la donna a causa di una grave malattia deve subire il trapianto di un organo. Risale a quel periodo la prima assenza prolungata. Poi il rientro, le cure che continuano e la ricaduta: a inizio 2012 infatti l’organo fa rigetto e lei si deve sottoporre a un nuovo intervento.

L’ultimo rientro data al 5 novembre scorso, lei continua a fare delle cure alla sera, per poter recarsi al lavoro ugualmente, ma venerdì scorso l’amara sorpresa: una lettera di convocazione alla Direzione provinciale del lavoro (così come prevede la nuova procedura prevista dalla riforma Fornero) per il licenziamento, motivato col superamento dei giorni consentiti di malattia.

“Un’azione gravissima, passeremo alle vie legali  –  promette Alessandra Luperto della Fiom Cgil  –  L’azienda non tiene in nessun conto che la dipendente lavora qui da ben 24 anni e che faccia le cure alla sera pur di poter venire a lavorare”. Ma c’è di più, perché il licenziamento in questione non arriva in un momento tranquillo della vita aziendale. “La Saeco ha appena dichiarato 70 esuberi per un calo della produzione. Temiamo che ne stiano approfittando per colpire i più deboli”, accusa la sindacalista.